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Gli omosessuali non esistono (e neanche gli etero)

“In quel caffè pieno d’imbecilli, noi due,

Soli, rappresentiamo il cosiddetto schifoso

Vizio d’essere «per soli uomini» e, senza dubbi

Da parte loro, smerdavamo quei coglioni dall’aria bonaria,

I loro amori normali e la loro falsa morale” [1]

 

Con sandali alati ai piedi, la cultura globale ci trasmette messaggi non-stop, diretti o indiretti, che ci portano a misurarci con la nostra sessualità e con la sessualità degli “altri”. Le nuove sperimentazioni e aperture concesse nell’ultimo secolo hanno condotto a un depotenziamento delle stigmate sulle sessualità alternative, a un parziale allontanamento da perbenismo e pudore. Ora da un lato si osa, dall’altro si prova.

Si è incoraggiata la nascita di un’opinione pubblica più tendente ad aprire il dialogo circa questa tematica, sia per quanto riguarda il sesso come elemento identitario, che l’atto sessuale stesso. Ciò non significa che la materia in questione non continui ad essere piuttosto delicata, quanto più che vi è interesse nell’esorcizzare i campi semantici negativi e di strette vedute che in passato sono andati a crearsi.

Sulla carta, se si prende la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, ad ogni individuo spettano eguali diritti e libertà. In ventidue nazioni dell’Ue su ventotto, è riconosciuta l’unione civile omosessuale; e il Consiglio per i diritti delle Nazioni Unite incoraggia gli stati membri a promulgare leggi antidiscriminatorie per persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender).

Non neghiamo che ad agosto 2017 sia stato attestato che in 72 paesi del mondo l’omosessualità sia ancora reato, ma è anche da dire che undici anni prima se ne contavano 92. Dunque un miglioramento è evidente, sebbene non sia ancora unanime.

Come sempre, il problema nasce quando si inizia a complicare ciò che di per sé non ha bisogno di spiegazioni. Molto criticato è stato, in proposito, il tentativo del 2014 di Facebook Usa di offrire 56 differenti opzioni gender, con lo scopo di mostrare una tolleranza destinata a invilupparsi, a perdersi in neologismi e definizioni.

Altrettante critiche sono state riservate alla cosiddetta teoria del Gender, e alle svariate presentazioni che ne sono state fatte. Chiamando in aiuto le lezioni universitarie di Antropologia Culturale, si può semplificare quanto stato detto in un semplice dualismo: sesso e genere.

Sesso è il “complesso dei caratteri anatomici, morfologici, fisiologici che determinano e distinguono tra gli individui di una stessa specie” [2].

Genere è dato “dall’insieme dei comportamenti collegati all’essere maschio o all’essere femmina”[3], definendo quindi l’appartenenza a un sesso o ad un altro mediante componenti sociali, culturali e comportamentali.

Confondere genere e sesso è estremamente pericoloso, non solo perché ci dà l’idea che esista un’effettiva normalità, ossia l’attrazione della donna all’uomo e viceversa, ma anche che identificandoci con uno dei due sessi abbiamo il dovere di apparire e pensare come quel genere ha fatto prima di noi.

Ovviamente, non si è mancata occasione di creare un abisso tra l’uomo e la donna. Il puritanesimo, capolavori letterari come quelli di Cesare Lombroso, con il suo La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, le differenze di genere rivitalizzate dall’ex-borghesia e gli stessi movimenti femministi hanno dato forma a un fissismo di genere che solo in parte va oggi a quietarsi.

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Vero è che le differenze di genere sono state apprezzate ed utilizzate, oserei dire, sin dalle origini della vita animale, ma è altrettanto vero che evolversi significa saper rinunciare a quelle parti di noi che ci appesantiscono, come specie e come individui singoli.

Con ciò intendo che la vita umana può benissimo continuare il suo corso priva dello strutturalismo passato, alleggerendo quindi i ruoli di genere, e creando una nuova fluidità: una fluidità data non dalla creazione di centinaia e centinaia di nuove identità di genere, bensì dalla demolizione delle costruzioni passate.

Davvero abbiamo ancora bisogno di associare la famiglia all’uomo forte, duro e “macho”, che porta a casa lo stipendio, mentre la donna, con la sua “femminilità” accarezza i figlioletti mentre prepara la cena? 

E davvero c’è bisogno di movimenti “femministi”, che invece di dare potere alla donna non fanno che rimarcare il campo semantico che da secoli l’ha imprigionata?

Non solo non abbiamo bisogno di un genere per definirci come esseri viventi, ma non abbiamo nemmeno bisogno che quel genere dia uno scopo al nostro orientamento sessuale, fuorviandoci da dare all’amore il suo carattere fondamentale: la libertà.

«Penso che nella scala tra totalmente eterosessuale e totalmente omosessuale ci siano infiniti gradi. Anzi, penso che ci siano tanti gradi quanti gli abitanti di questo pianeta, meno uno, se stessi: perché ci si innamora di un essere umano, non di una sessualità.» [4]

Il nostro giudizio, ancora una volta, è stato offuscato dalla nostra cultura. Siamo rimasti abbagliati, incapaci di contestualizzare le fisse tradizioni del passato e le ingannevoli immagini mediatiche e pubblicitarie di oggi. Un abbaglio motivato dalla paura di aprirsi a nuove combinazioni, certamente, una paura del diverso che è ormai vecchia come il mondo.

Chi ha mai detto che se nasco femmina mi devono piacere i maschi, e viceversa? E peggio ancora, per quale ragione se un giorno incontro una donna e me ne innamoro, per il resto della vita devo essere attratta solo da donne, diventando “lesbica”?
Non c’è follia più grande.

Se posso essere onesta allora, vi dirò che non credo nell’omosessualità, né nell’eterosessualità: credo nelle persone che si innamorano, o che scelgono di avere qualsiasi tipo di rapporto sessuale che siano interessati ad avere. 

Il grande problema che si oppone alla visione sopra esposta è che, da quando veniamo al mondo, siamo indottrinati a configurarci in una data maniera, e anche chi si definisce libero pensatore è in certa misura influenzato dal modo in cui gli si è fatto vedere il mondo, dalla subdola morale comune, dall’etica trasmessagli.

Per questo, a tutte le femmine come me, da bambine è toccato vestirsi di rosa, giocare alle bambole o guardare le principesse Disney alla televisione, e farselo piacere. Anche le poche che, inconsapevolmente o coscientemente, si volgevano verso giocattoli definiti maschili o “modi di pensare più mascolini” non facevano che saltare da una sponda all’altra, senza pensare davvero a distaccarsi dal dualismo oppressore.

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Fenomeni come quello della violenza di genere sono in un certo senso incentivati da questo stesso binomio, che rende legittimo che vi sia un disequilibrio di coppia, per il quale la figura più forte ha legittimità a dimostrarsi tale, a far perdurare il suo potere egemone.

Non solo, il disequilibrio non esiste unicamente tra la “costruzione donna” e la “costruzione uomo”, ma anche tra cultura globale e l’uomo globalizzato. Con ciò intendo ritornare al primo punto che ho portato alla vostra attenzione, all’influenza pericolosa del mondo mediatico sulla propria comprensione della sessualità. Si pensi a quanti sono gli stimoli sessuali con cui siamo bombardati ogni giorno; stimoli che ci vogliono corpo affamato, non mente affamata.

I mostruosi “demoni pubblicitari”, sempre più subdoli, colmi di donne senza veli né identità.
L’audacia delle nuove mode, che portano a postare foto con sempre meno di noi, sempre più del nostro corpo.
Film che acquistano successo per la presenza di corpi scoperti, più che per capacità interpretative.
Veline, conduttrici, influencer affollano questo villaggio malizioso e arrendevole.

È facile così dar vita a una cognizione offuscata di quel che è la nostra sessualità, come è facile atrofizzare la nostra mente, mostrando accondiscendenza nei confronti di chi, muovendo le fila, ci vuole vedere persi, sempre mancanti.

Tuttavia, il problema non sussisterebbe se la nudità non fosse accompagnata dalla malizia. Di per sé, infatti, la nudità non è che un puro richiamo alla natura, ma mai una volta questa è davvero spoglia di significati secondari quando la si vede rappresentata in un medium.

«Per l’indigeno, tutto il corpo è volto, cioè promessa e prodezza simbolica, al contrario della nostra nudità, che è solo strumentalità sessuale.”[5]

Si badi bene che neanche la pornografia è da prendere in causa. Con questa, quando legale, non c’è ragione d’arrabbiarsi: è scelta cosciente del consumatore. Quel che è preoccupante è il fatto che navighiamo in un mare di stimoli sessuali che non abbiamo mai ricercato, non che diamo voce ad una sessualità tramite mezzi ideati con lo scopo di quietarla.

Concludendo, se ci fosse una condizione che potessi suggerire di assumere dev’essere certamente la nudità. Nudità nel modo in cui si  definisce la propria sessualità, nudità nel modo in cui si sceglie di condividerla.

Moriranno i germi della globalità, che forzano ad assumere un’identità precisa solo perché più facilmente controllabile, che impediscono di innamorarsi liberamente degli esseri viventi, anteponendo a loro generi artificialmente costruiti. Fino ad allora, nudi, proveremo ad innamoraci della vita pura.

Fonti:

[1] Paul Verlaine, Hombres, 1891

[2] http://www.treccani.it/vocabolario/sesso/

[3] http://www.treccani.it/enciclopedia/gender-genere_%28Dizionario-di-filosofia%29/

[4] Carlo Giuseppe Gabardini, La Repubblica, articolo del 31/10/2013

[5] Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, 1976

 

Foto di Emma Tabanelli, Gruppo Fotografia Liceo

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Fatima Maura Zucchi

Sono una studentessa al secondo anno di Antropologia, Religione e Culture Orientali all’Università di Bologna. Mi interessano molto i temi di religione, identità, etnolinguistica.Nata in Emilia, cresciuta in Romagna. Scrivo canzoni nel tempo libero. Mangiapiante da sempre amante dell’inglese. Forse, un giorno, antropologa.