Genocidio in Ruanda: le conseguenze di un’imposizione identitaria

Nel 1994, mentre le telecamere di mezzo mondo sono puntate sul trionfo democratico del Sudafrica, il Ruanda viene dilaniato da una delle stragi di massa più drammatiche del secolo scorso: per più di tre mesi, da Aprile a Luglio, uomini, donne e bambini sono vittime di un sistematico massacro. I numeri sono tragicamente precisi: più di un milione di morti, con un rateo di 10.000 omicidi al giorno. Le ragioni dell’ecatombe, tuttavia, almeno per la cronaca del tempo, sono molto meno chiare.

Al giorno d’oggi, la “questione Hutu-Tutsi” del genocidio ruandese è nota a chiunque abbia avuto occasione di leggere uno dei numerosissimi scritti sull’argomento. D’altra parte, ritengo che il riportare alla mente fatti storici del secolo scorso costituisca uno degli strumenti politici più efficaci a nostra disposizione. “Repetita Iuvant”.E dunque, ripetiamo.

Ripetiamo come quell’apparentemente folle eccidio sia venuto in essere. Ripetiamo i retroscena, le determinanti storiche che hanno comportato la sanguinosa ritorsione di un popolo contro sé stesso. Perché dietro un genocidio che l’opinione pubblica occidentale ha relegato nel catalogo delle disumane gesta dei popoli “altri”, c’è la responsabilità di una realtà molto più vicina al nostro orizzonte culturale: quella degli uffici coloniali europei.

I giornali del 1994 recitavano a mo’ di mantra che i “protagonisti” del massacro fossero sostanzialmente due distinte etnie: i Wa-Hutu, i carnefici, e i Wa-Tutsi, le vittime (sì, gli “altissimi negri” di quel capolavoro di deposito imperialista che è la canzoncina di Edoardo Vianello). Alla base di tutto, quindi, c’era apparentemente l’odio etnico. E certo. Cos’altro potrebbe stare alla base di un genocidio?

Nulla, in realtà. E’ sostanzialmente fuori luogo cercare giustificazioni plausibili dietro una follia genocida. E sia chiaro, i diretti responsabili del massacro ruandese furono i ruandesi. Non si cerca un’assoluzione, bensì un quadro più ampio e ragionevole dell’evento. Operazione che necessita di una breve retromarcia cronologica.

Da una parte abbiamo il Ruanda, una verde terra incastonata nell’Africa Orientale caratterizzata dalla convivenza di varie popolazioni indigene.

Un’area che aveva già avuto la sua millenaria storia di trasformazioni politiche (diverse dinastie e regni si erano succeduti nel corso dei secoli) e la cui società era fondata su una caratteristica distinzione di mero stampo sociale ed economico: Hutu (agricoltori) e  Tutsi (pastori-guerrieri).

Ora, originariamente i due gruppi avevano realmente costituito due etnie differenti. La storiografia africanista ha appurato che gli Hutu fossero originariamente una popolazione “proto-bantu”, probabilmente proveniente dalla zona del Camerun. I Tutsi erano invece di discendenza nilotica. Stiamo comunque parlando di migrazioni antichissime. La convivenza tra i due popoli inizia in epoche remote e si sviluppa in un lasso di tempo abbastanza lungo da rendere inutile qualsiasi tentativo di discriminazione etnica.

Rimane tuttavia la succitata discriminazione socioeconomica. Nell’ottica della cultura del Ruanda, la pastorizia era considerata un’attività “superiore” all’agricoltura. Questo divario qualitativo garantiva ai pastori Tutsi il monopolio politico.

Se anche varie ipotesi indicano l’effettiva presenza di Regni Hutu sul territorio prima del XV secolo d.C., da quella data in poi i veri e incontrastati detentori del potere politico e amministrativo sono stati i Tutsi. Un Regno Tutsi si configurava come un’istituzione piuttosto articolata e strutturata, a capo della quale vi era un monarca (mwami) coadiuvato da varie figure di potere. Questa classe dominante era integralmente Tutsi.

Dall’altra parte abbiamo l’arrivo di un popolo proveniente da molto lontano. I ruandesi li chiamano “Abazungu”. “Uomini bianchi”.

Nella “corsa all’Africa” di età coloniale il Ruanda non fu certo risparmiato dalle impietose brame imperialiste degli stati occidentali. Tuttavia, il radicamento colonialista nell’area fu piuttosto tardo e lento. Questo perché i primi ufficiali tedeschi che raggiunsero il paese si imbatterono in quelle elaborate realtà politiche che erano i regni Tutsi. Non era possibile semplicemente arrivare e occupare il territorio. Bisognava prima accaparrarsi le simpatie del mwami e dei suoi funzionari di corte.

Di fronte all’offerta di un’amicizia (come riportato dal capitano Heirich Bethe) e alla prospettiva di ottenere delle armi da fuoco, i re del Ruanda accettarono senza troppi problemi la presenza sul territorio di un numero discreto di militari tedeschi. Tale presenza funse da garante per un sicuro insediamento di missionari cristiani. Lentamente, strategicamente spalleggiati dall’etnografia missionaria, i tedeschi si installarono alle spalle dei conflitti politici in seno al regno, esacerbandoli.

Nel 1916 il “tutoraggio” europeo passò ad altre mani: le truppe belghe entrarono a Kigali, la capitale fondata dai tedeschi. Ha così inizio il colonialismo del Belgio sul territorio ruandese. Ed è l’innesco di un intricato meccanismo di catalogazione etnica che porterà ottant’anni più tardi all’esplosione del massacro.

Gli ufficiali belgi, infatti, partirono subito con una politica indirizzata alla valorizzazione della “parte Tutsi”, in quanto unico soggetto meritevole di costituire una classe amministrativa. Il popolo contadino, la maggioranza Hutu, si ritrovava così ad essere vittima passiva di un sistema di retribuzione strutturalmente diseguale.

Il tutto accompagnato da una forte delusione nei confronti di un monarca che venne progressivamente esautorato dall’azione colonialista. Vergognosamente spogliato delle sue vesti divine, il mwami apparve come un comune mortale, per giunta millantatore.

Per estremizzare ulteriormente la dicotomia Hutu-Tutsi c’era bisogno di una legittimazione di carattere assoluto. E intervenne lui, il famigerato giudice del Ventesimo secolo: il “razzismo scientifico”. La supremazia Tutsi, “razza camitica” (si riteneva che i camiti fossero discendenti europei, unico popolo “non-degenerato” presente in Africa), schiacciò con peso incredibile i “negri Hutu”, inferiori e incivili.

Poi, negli anni ’30, la teorizzazione ideologica incontrò concreta attuazione in un censimento della popolazione del Ruanda: gli abitanti furono forniti di documenti personali, dove per la prima volta comparve una voce un po’ particolare: “identità etnica”. Gli esiti possibili erano ovviamente due.

Se possedevi più di dieci vacche venivi “eletto Tutsi”. Altrimenti rimanevi Hutu. Questa era la base della distinzione etnica. Alla luce di ciò, non è fuori luogo sostenere che fu la burocrazia belga a costruire le identità dei ruandesi. Fu il colonialismo europeo a radicalizzare differenze convenzionali della tradizione del paese e a renderle essenziali.

Immaginate ora che un sedicente politico attualmente al potere decida di emettere carte d’identità provviste di etichette etniche. Quelli biondi, alti e snelli vengono indicati come “padani”, quelli dalla pelle e capelli più scuri e più bassi di statura diventano di colpo “africani” (e gli ibridi tra i due tipi sono i “terroni”).

Ora, sorvoliamo sull’aspetto che secoli di lotte per i diritti civili e la circolazione della libera informazione potrebbero costituire ottimi antidoti a una tale imposizione identitaria; il fatto che il documento che attesta la mia “esistenza” in quanto agente socio-politico mi riconosca ufficialmente come membro di un gruppo definito su base etnica, stabilendo così implicitamente anche l’esistenza di tale gruppo, non può non avere conseguenze sul modo attraverso il quale vedo me stesso.

Si capisce così come i documenti personali emanati dagli uffici coloniali giocarono un ruolo enorme nella definizione dei processi di autorappresentazione. Il resto è storia recente, e per questioni di spazio deve essere trattato in forma estremamente riassuntiva.

Le ostilità interetniche si inasprirono sempre di più: perché i Tutsi dovevano essere privilegiati rispetto agli Hutu? I secondi cominciarono così a costituire élite d’opposizione, fino alla rivoluzione del 1959, dove rovesciarono la tanto odiata supremazia Tutsi. Iniziarono così decenni di repressione politica sotto le presidenze Hutu, culminati nello spaventoso evento del 1994. Il Ruanda usciva definitivamente da un esotico dietro le quinte per salire sul palcoscenico delle tragedie (e dell’interesse) mondiali.

Mi auguro che questo “promemoria” possa costituire uno stimolo a non fermarsi alle vestigia di un fatto, ma a scavare dietro di e dentro di esso, a fondo: si finisce spesso per imbattersi in ragioni che possono essere altrettanto (o più) preoccupanti del fatto stesso. In questo caso, sotto una selvaggia strage avvenuta in un remoto paese africano abbiamo rinvenuto una storia di imposizioni identitarie ed espropriazioni di diritti da parte del colonialismo europeo.

Un chiaro esempio di come la retorica imperialista occidentale sia stata abile fattrice di divisioni che, introiettate dai soggetti dominati, furono propedeutiche a rivendicazioni territoriali e culturali dalle fondamenta, se non mitologiche, sicuramente artificiose.

O per dirla in parole più povere, un chiaro esempio di come l’egemonia occidentale abbia costruito fazioni e si sia poi scandalizzata del risultato.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Fusaschi M, “Hutu-Tutsi: alle radici del genocidio rwandese”, 2000, Bollati Bolinghieri Ed, Torino

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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