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Gaì: la lingua perduta dei pastori

Con il declino della pastorizia transumante nell’arco alpino, si è assistito alla graduale ma irreversibile scomparsa di quelle forme di linguaggio con cui comunicava il mondo pastorale fino al secolo scorso. Tra questi gerghi o, come li definisce Sanga, “lingue diverse”, un posto di spicco è occupato dal gaì, la lingua dei pastori delle valli bresciane e bergamasche. Parlato principalmente tra Valcamonica, Valseriana e Valsaviore, si è costituito lingua franca dagli alpeggi ai ricoveri invernali delle greggi, fino alle propaggini del territorio piacentino, e in alcune località di Engadina e Valtellina.

 

 

Prima di entrare nel dettaglio del gaì, si presenterà brevemente il concetto di gergo, analizzandone le caratteristiche principali così come formulate dalla letteratura accademica. Si procederà quindi con la presentazione dell’analisi linguistica prevalente del gergo dei pastori, riportando alcuni esempi di termini ed espressioni tipiche. Infine si concluderà con la formulazione di un’ipotesi sulle origini gaì, a partire dall’osservazione dei cambiamenti socioeconomici in Valcamonica tra XVI e XIX secolo.

Il gergo come lingua di classe

Le ragioni alla base della nascita e dello sviluppo di un gergo sono molteplici e complesse. A differenza di lingue e dialetti, un gergo nasce da un preciso atto cosciente e volontario all’interno di un gruppo sociale che intende mantenere le proprie comunicazioni separate e di difficile decifrabilità per l’ambiente ampio in cui è inserito (Borello 2001:13). Gli studi sul gergo hanno proposto una lettura duale del fenomeno: come comunicazione associata a forme di marginalità sociale o quale orgogliosa manifestazione di identità. In entrambe le letture, “esorcismo dell’insicurezza o registro della fierezza” (Lurati 1989:7), il linguaggio gergale è spesso stato associato alla malavita, a un bisogno di segretezza per fini illeciti, trascurando la sua valenza di lingua franca. Il gergo è, per Marcel Cohen, una lingua di gruppo «piuttosto e prima che segreta, sotto l’aspetto sociale, e una formazione parassitaria sotto l’aspetto più propriamente linguistico» (in Sanga 1984:201).

 

 

Il lessico di un gergo è il prodotto di un’azione intenzionale di ristrutturazione, il cui risultato è una “controlingua” o una “co-lingua”. Un gergo non è infatti mai lingua madre del gergante, ma si accompagna a questa in base all’appartenenza ad un mestiere, ad un gruppo sociale o aggregativo, acquisendo pienamente il titolo di “lingua di classe” (Sanga 1984:201).

L’uso esclusivamente orale, non limitato spazialmente, con scambi continui, produce una lingua ricca e composita, con una pluralità di voci ed elementi comuni diffusi su ampie aree geografiche. Il risultato di queste continue produzioni e interazioni tra gerghi, dialetti e lingue madri smentisce la vulgata che fa del gergo un linguaggio chiuso, tanto è vero che alcune parole adottate dalla lingua italiana corrente hanno origine gergale, è il caso di termini come sgobbare o monello (Borelli 2001:15). 

 

 

Come osservato da Menarini nelle sue opere sui gerghi bolognesi, è possibile individuare un’ampia base lessicale comune tra i gerghi italiani (e in parte anche stranieri), «che si realizza in forme fonetiche diverse, poiché ogni gergo utilizza il sistema linguistico locale» (Sanga 1984:189). Esempio di questa continuità lessicale ci viene offerto dalla resa del termine “villaggio”. In classi prevalentemente caratterizzate da una vita vagabonda e ai margini della società, il paese acquisisce una caratterizzazione negativa, di trappola o asprezza. Nel Rotwelsh tedesco il villaggio prende il nome stesso di Gefahr, in tedesco “pericolo”, per la cultura di piazza il villaggio è il grillo, termine che a Napoli indica i ceppi degli arrestati e a Manova le tagliole (Lurati, 1989:8).

In gaì la borgata è definita riscéra o risséra (Tiraboschi 1879:19), traslando il termine del dialetto bergamasco che indica il mucchio di ricci accumulatosi sotto i castagni. Quest’unitarietà del gergo dipende e disvela la rete di relazioni che intercorre all’interno di una stessa classe sociale, alimentata dagli incontri «lungo le strade, nelle osterie, negli ostelli» frutto di una vita nomade (Sanga 1984:201). 

Sulla base di queste ricerche pare dunque lecito definire il gergo come “la lingua, lessicalmente unitaria, della classe dei marginati”, per cui un’analisi latamente linguistica  del gergo richiede più che mai di “partire dallo studio antropologico dei gerganti” (Sanga 1989:17). Solo infatti una conoscenza diretta dei gerganti, del loro ambiente e cultura permetterebbe la comprensione dei meccanismi alla base della formazione o dell’adozione di voci e costrutti.

 

Slacadùra di Tacolèr, la lingua dei pastori

Il gaì, lingua dei pastori delle valli bresciane e bergamasche, ha caratteristiche che lo portano a collocarsi a pieno titolo nella categoria ampia dei gerghi di mestiere, e dei gerghi italici più in generale. L’etimologia del termine gaì è incerta. L’ipotesi ad oggi più accreditata lo vuole di derivazione celtica, dal termine gau, terra dei pastori (Goldaniga 1995). Ad apparente conferma di questa lettura, in alcune zone dell’alta Valcamonica il gergo dei pastori prende anche il nome di gaù. 

A livello di costruzione linguistica, è possibile identificare termini mutuati da altre lingue, spesso legati alle rotte transumanti dei pastori, e parole comuni all’argot, al Rothwelsh e ad altri gerghi furbeschi (Tiraboschi 1879:6). Accanto a questi emergono voci dal dialetto bergamasco e di Valcamonica, spesso intesi in senso figurato, come nel caso già discusso di risséra, o di calìgen (fuliggine) e cornàé (cornacchia) per indicare il prete, dal colore del suo abito. L’analisi lessicale proposta da Sanga stima al 62% le voci del gaì bergamasco comuni ad altri gerghi o a lemmi dell’italiano popolare, percentuale che salirebbe intorno al 75-80% considerando i gruppi lessicali (Sanga 1984:195). Infine si osservano onomatopee, l’utilizzo di nomi propri per nomi comuni, è il caso del termine di origine biblica giüdéa, che indica la borsa dei denari, e svasamenti fonici dei dialetti madre. 

L’influenza dei dialetti madre è evidente nell’osservazione delle variazioni, spesso vocaliche, dello stesso termine così come registrato nell’una o nell’altra valle. Tiraboschi registra perlopiù il gergo parlato a Parre e Rovetta, in Valseriana, evidenziando in maniera pungente lo scambio di epiteti con i pastori delle valli vicine: pigri per gli uni i pastori della Valseriana, gabbatori per gli altri quelli della Valcamonica (rispettivamente trolì e petaèle). A questi vanno aggiunti detti ed espressioni proprie del gaì: se lo sgorler è il sacco in cui dorme il pastore, la bella donna sarà quella da ficà zo per ol sgorler, da mettersi nel sacco, mentre la brutta sarà quella da buttare giù dalla rupe, la baldra da ficà zo per ol Sapli (Tiraboschi 1879:22). 

 

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gaì

 

Il gaì, al pari di altri gerghi, è caratterizzato da una spiccata mutevolezza, evidente nei confronti tra le prime raccolte di termini a fine ottocento e quelle portate avanti da Facchinetti e, più recentemente, Goldaniga, per cui sarebbe errato volerlo interpretare come un linguaggio statico.

La continua produzione di nuovi termini è rilevata sempre da Tiraboschi, che testimonia come l’assenza di una voce nel vocabolario del pastore sia risolta con un atto creativo di costruzione di significato:

Chiesi ad uno di loro come si dicesse bacio in gergo, ed avendo egli dichiarato di non saperlo, si pose a riflettere; pochi minuti dopo soggiunse: «Mi pare a me che si potrebbe dire Sòfio; già io direi Dà ü sòfio, perché il bazio non mi pare altro che una specie di soffio.»

Avendogli poi chiesto il nome del braccio, rispose:

«Veramente non lo ricordo; però si potrebbe dire Grepadùr.» Questa volta egli aveva derivato il nome dal verbo Grepà, che significa rubare; a lui braccio e ladro erano parsi la stessa cosa.

 

Pastori e mangia-téra: il linguaggio del conflitto

La tradizione individua due principali categorie di gerganti: ambulanti e malviventi (Sanga 1984: 196), categorizzazione che pare esclude i pastori transumanti parlanti gaì (sarebbe infatti una forzatura volerli “ambulanti” ad ogni costo).  Tuttavia, anche i pastori rientrano nella più ampia classe dei marginali: l’affermazione di una società agricola, stabilmente ancorata alla terra, che rappresenta il bene primario, si scontra con la “caratteristica sociologica della instabilità” e del “vagabondaggio” della pastorizia (Sanga 1984:196), condannandola ad una emarginazione economica e sociale. 

 

gaì

 

L’esistenza del gaì viene giustificata dai gerganti proprio dallo scontro tra pastori e realtà agricola delle enclosures:

l’agricoltore maledice il pastore, e questi trova odiosa, ingiusta l’appropriazione de’ terreni: l’agricoltore custodisce e cinge il suo campo; il pastore si ride di termini, di fossi e di siepi (Tiraboschi 1879:6).

Così registra nel 1879 il linguista bergamasco Antonio Tiraboschi, interrogando i pastori di Parre, a principio del suo lavoro di stesura del primo vocabolario di gaì:

Noi, dicea [il pastore], abbiamo dovuto formarci questo linguaggio per non farci capire dai lavoratori de’ campi. Un grave danno è venuto a noi dall’agricoltura! Non possiamo più vivere in nessun luogo colle nostre greggie, poiché dappertutto siamo scacciati dai mangia-téra.

 

Se già la definizione di agricoltore come “mangiatore di terra” è illuminante, l’ostilità tra pastori e agricoltori emerge anche dall’osservazione di altri termini gaì. Il termine “rubare” è reso dalla voce cainà, nell’analisi di Tiraboschi dal nome di Caino, che fu, secondo le Scritture, il primo a lavorare la terra. Similmente viene chiamato lupo (mosèt) il campajo, la guardia dei campi (secondo Tiraboschi, termine usato in Val Cavallina). 

È difficile individuare in un secolo preciso la nascita del gaì. Due percorsi possono essere intrapresi: una ricerca etimologica, che si concentri sulle origini delle voci e la loro copresenza in altre forme linguistiche, svolta in parte da Sanga, o un’analisi sociale, che si concentri sul passaggio da una realtà dedita alla pastorizia ad una prevalentemente agricola. Ovviamente bisognerà tenere conto che questa seconda ricerca parte dal presupposto, mutuato da una narrazione postuma dei pastori, che il gaì si sia affermato in contrapposizione all’affermazione dell’agricoltura e delle enclosures nelle valli alpine. 

 

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gaì

 

Si consideri il caso della Valcamonica. Il trimestrale L’Alba di sabato 8 Maggio 1858, occupandosi della «riunione della Valcamonica alla provincia di Brescia» ne offre un interessante quadro storico e demografico. Nel 1561, la popolazione della Valcamonica è registrata a 43446 abitanti (anagrafe veneto), «de’ quali, tra pastori, mandriani, muratori, facchini, escivano per circa 6 mesi dell’anno 2 mila» e «mandava per Iseo cinquemila montoni, tremila vitelli, tremila capretti annualmente; e delle centomila pecore che possedeva, tosava 10 mila pesi di lana». L’Alba ci presenta dunque una società cinquecentesca parzialmente transumante, con un’economia fondata sulla pastorizia e una «reciproca insufficienza di cereali [nella Valcamonica e nel territorio di Bergamo]». 

Questi dati paiono trovare parziale conferma in “La coltura alpina”, di Gabriele Rosa, pubblicato nel 1869, che riporta la presenza nel 1562 di centomila capi di specie ovina «forse contando anche le greggi del Tonale trentino di Vermilio, che ha ancora 10 mila pecore, e che erano 20 mila un secolo fa» (Rosa 1869:13). Per quanto questi numeri possano quindi essere sovrastimati, restano significativamente superiori alle statistiche del 1776, che stimano i capi ovini intorno ai trentamila, a cui è necessario aggiungere quella parte di capi «migranti ed estivanti nell’Engaddina, e perché il timore delle tasse fa occultare parte del peculio» (Rosa 1869:13).

La presenza di “capi migranti ed estivanti” nell’Engadina rimarca la presenza di una comunità pastorale transumante, evidenziata già nel ‘500, ma con una significativa decrescita nel numero di capi. Inoltre, non è più evidenziata una carenza nella produzione cerealicola, che sembra anche confermare un’implemento delle tecniche e delle aree destinate all’agricoltura. 

Il numero di capi ovini resterà pressoché costante nel secolo successivo, attestandosi nel 1869 a 34 mila capi, con un contestuale aumento demografico che porta la popolazione della valle a sessantamila unità. 

Tra metà XVIII e metà XIX secolo, si delinea una crescente difficoltà nella pratica della pastorizia stanziale e transumante, evidenziata dall’analisi Rosa:

Nel secolo scorso era molto più agevole la pastorizia vagante, per la grande copia de’ pascoli comunali, de’ luoghi incolti, e perché anche i colti non erano chiusi, dopo la messe e la falciatura, rimanevano aperti all’invasione pastorale (Rosa 1869:14).

L’aumento demografico e la chiusura dei campi costituirono un momento cruciale nel delineare la classe dei pastori come “classe dei marginali”. Il contestuale acuirsi delle tensioni tra comunità agricola e pastorale, potrebbe dunque aver dato l’avvio tra ‘700 e ‘800 alla costruzione di un nuovo gergo di pastori, o alla progressiva separazione dai dialetti locali di termini ed espressioni proprie dell’attività e della vita del pastore, in uso prima che questi si costituissero gergo. Parrebbe dunque ragionevole collocare la nascita del gaì, o la sua adozione in Valcamonica, all’interno di questo quadro storico-sociale. Tuttavia, non si esclude che uno studio dei testi storici possa pre-datare l’uso del gaì come lingua di classe.

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Bibliografia:

  • Borello (2001), Le parole dei mestieri: gergo e comunicazione, pubblicato da Alinea editrice, Firenze.
  • Facchinetti (1921), Slacadùra di Tacolèr.
  • Goldaniga (1995), Gaì, gavì, gaù di Valcamonica e delle valli bergamasche.
  • Lurati (1989), I marginali e la loro mentalità attraverso il gergo, in La Ricerca Folklorica, n.19, pp. 7-16.
  • Philips (2004), Language and Social Inequality, in Duranti, A Companion to Linguistic Anthropology, pubblicato da Blackwell Publishing.
  • Rosa (1869), La coltura alpina. La valle Camonica per Gabriele Rosa, estratto da il Sole, dei giorni 14, 20, 21 maggio e 1, 2 e 8 luglio 1869.
  • Sanga (1984), Dialettologia lombarda. Lingue e culture popolari, pubblicato da Aurora edizioni, Pavia.
  • Sanga (1989), Estetica del gergo. Come una cultura si fa forma linguistica, in La Ricerca Folklorica, n.19, pp. 17-26.
  • Tiraboschi (1879), Il gergo dei pastori bergamaschi, pubblicato da Tipografia fratelli Bolis, Bergamo.
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