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Fuggire dalla morte è possibile? Fra Yale e Frankenstein

Fin dall’antichità l’uomo ha voluto attribuire una spiegazione alla morte, cercando di indagare sulle cause e su ciò che essa potrebbe determinare. C’è chi l’ha considerata la fine di tutto, chi un nuovo inizio. Per gli Indiani d’America, ad esempio, la morte era un viaggio verso il fine ultimo della vita e che liberava gli uomini dal dolore. Costellata di riti e credenze, il momento dell’ultimo respiro ha da sempre incuriosito gli uomini che, nonostante la promessa di una nuova meta o di una nuova vita, l’istinto di sopravvivenza áncora tutt’oggi alla vita. Ma si può fuggire dalla morte?

«Quanto sono mutevoli i nostri sentimenti e quanto strano è l’attaccamento passionale alla vita che abbiamo anche nel massimo della sofferenza!»mfn]Mary Shelley, Frankestein[/mfn]

 

 

Mary Shelley -Un amore immortale, film (2017)

Il dolore e la credenza

In assenza di conoscenza scientifica, i popoli formulavano secondo un pensiero primitivo dei tentativi pseudo-razionali al fine di risolvere e spiegare il male che la morte portava con sé sotto forma di malattia. I rituali costituivano quella parte che dava sfogo ad un tentativo di pragmatismo che, in realtà, assolveva a delle funzioni di carattere sociale. La malattia veniva associata al male e il più delle volte rappresentava la “giusta punizione” alle efferatezze umane.

Attualmente in Italia credenze del genere sono ancora comuni e i rimedi della tradizione contadina ai mali sono archiviati nella demoiatria.

«Non c’è dolore senza sofferenza, cioè senza un significato
a livello affettivo che traduce lo spostamento di un fenomeno
fisiologico verso il centro della coscienza morale dell’individuo.»1 Le Breton , Antropologia del dolore

Il dolore assume un significato sempre più intimo che accompagna l’uomo nella valutazione del suo sentimento verso il mondo e la sua conoscenza fino a decretare la propria attitudine alla vita. Evitando questo dolore vi è il tentativo di sfuggire alla morte prima con l’alchimia, poi con la medicina, cercando da sempre la soluzione alla fine dei mali: l’immortalità, visto che la morte è ben lontana da condurci in un luogo noto.

Alla ricerca dell’immortalità

Il timore della morte ha condotto gli uomini alla ricerca della vita eterna. In molti hanno discusso sull’immortalità dell’anima, considerando il corpo come prigione della stessa dalla quale solo la morte garantisce la libertà. In questa ricerca la memoria ricopre un ruolo molto importante, quello di rendere eterni le gesta degli uomini e il loro ricordo. Da qui la scrittura, la tradizione orale e le arti sono utili strumenti che rendono vivo il ricordo.

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Studio anatomico di un cervello

 

 

L’immortalità oltre che nelle arti è stata oggetto d’indagine anche nelle scienze. Fuggire dalla morte ed evitare il dolore sono specifiche priorità della medicina: la ricerca dell’immortalità sembra essere il traguardo principale a cui tendono le ricerche scientifiche.

«Il mito dell’immortalità svolgerebbe così una funzione terapeutica,
quella di rendere sopportabile l’insicurezza ontologica che la coscienza di sé
pone rispetto al senso stesso dell’esistenza.
Il mito dell’immortalità, come produzione simbolica, rassicura dall’incertezza circa il proprio perdurare nel tempo e pone, al contempo, le basi per un ragionamento circa le condizioni biologiche necessarie affinché questo perdurare abbia senso.
In tal modo, il mito dell’immortalità s’innesta indissolubilmente con il mito dell’eterna giovinezza.
Non basta perdurare nel tempo, elevare la vita verso l’infinito; affinché ciò abbia senso, l’uomo deve aspirare a oltrepassare il recinto finito del biologico, sia come vita in sé,
l’immortalità, sia come vita per sé, preservando la condizione ottimale della vita
attiva: la giovinezza, il vigore, la salute, la potenza.»2 Valentina Cremonesini, Il mito dell’immortalità nell’epoca del potere biotecnologico

 

L’esperimento di Yale

Di recente sulla rivista scientifica Nature, un’insolita notizia ne ha guadagnato la copertina. Parliamo dell’esperimento condotto da un gruppo di ricercatori dell’Università di Yale negli Stati Uniti. I risultati della ricerca sono stati diffusi dai media nello scorso periodo pasquale, quasi a rendere noto che la resurrezione non  sembra essere più un’esperienza legata al mito e alla Bibbia.
E se fuggire dalla morte fosse diventato possibile?

Attori della vicenda i cervelli di trentadue maiali che sono stati “rianimati” circa quattro ore dopo la morte. I cervelli, rimossi dai crani, sono stati collegati ad un simulatore di attività cardiaca; in seguito è stata inviato il BrainEx, una sostanza artificiale ricca di nutrienti e sostante utili alla conservazione dei neuroni, che favorisce l’avvio delle loro principali funzioni.

L’attività dei neuroni è stata parzialmente ripristinata ma si è fermata prima della riattivazione di qualche forma di coscienza. I neuroni sono rimasti attivi per dieci ore, limite temporale fissato perché sarebbe stato impossibile fare un confronto in tempi, più lunghi, con un cervello normale non alimentato da sangue artificiale.

 

 

Riattivazione cellule cerebrali del cervello di un maiale

 

«Per noi era molto importante avere un termine di paragone. Ma in teoria, irrorandoli, è possibile mantenere attivi i neuroni per un maggior numero di ore. Quanto esattamente? Non lo sappiamo, sarà l’oggetto dei prossimi esperimenti, per i quali puntiamo anche a creare un ponte fra l’università di Pavia e Yale.»

Queste sono le parole della dottoressa in neuroscienze  Francesca Talpo, assegnista di ricerca al dipartimento di Biologia e Biotecnologie “L. Spallanzani” dell’Università di Pavia dove si è laureata in neurobiologia e, dopo un dottorato in neuroscienze, è andata negli Stati Uniti, a Yale, mantenendo viva la sua collaborazione con l’Italia.

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E se la morte non avvenisse più?

«Io credo che per sconfiggere la morte e la malattia, per dare ad ogni uomo su questa terra la possibilità di vivere una vita lunga, una vita sana, per permettere alle persone che si amano di restare insieme per sempre… per tutto questo credo che valga la pena di rischiare.»
Frankenstein

Fuggire dalla morte potrebbe non essere più solo una fantasia fantascientifica e della letteratura gotica. L’esistenza di un moderno Frankestein  potrebbe ridimensionare il concetto che la parola “morte” racchiude. Cosa potrebbe comportare la vita eterna? Sicuramente, numerose possibilità di migliorare se stesso e rimediare gli errori commessi per mancanza di conoscenza. Una vita eterna garantirebbe infinita conoscenza, perché ci sarebbe per ogni uomo sempre più tempo a disposizione per avere piena conoscenza della natura.

 

 

Frankenstein, film (1931)

 

 

L’uomo, abituato alla caducità delle cose, come potrebbe  gestire la consapevolezza di non morire mai?  A tal proposito, potrebbero essere illuminanti le parole dell’elegia al rito funebre di Victor Frankenstein:

«E io ho dato il cuore per conoscere la saggezza e per conoscere
il furore e la follia e ho compreso che tutto è vanità e afflizione dello spirito.
Perché in molta saggezza vi è molto dolore e colui che accresce
la conoscenza accresce la sofferenza.»

 

 

Bibliografia:

  • Le Breton, D. 1995, Antropologia del dolore, Introduzione, Parigi, Meltemi Editore
  • Shelley, M. 2010, Frankenstein ossia il moderno Prometeo, Italia, Mondadori
  • Cremonesini, V. 2013, Il mito dell’immortalità nell’epoca del potere biotecnologico,«H-ermes, Journal of Communication», pp. 1-2.
  • Dei, F. 2012, Antropologia culturale, Corpo, salute e malattia, capitolo IX, Bologna, Il Mulino

Sitografia:

  • https://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2019-04-19/francesca-talpo-spiega-prossime-tappe-ricerca-cervello–130853.shtml?uuid=ABIFAfqB&refresh_ce=1 (ultimo accesso: 23 maggio 2019)
  • https://www.ilpost.it/2019/04/18/cervelli-riportati-in-vita-maiali-morti/ (ultimo accesso: 23 maggio 2019)

 

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Andreana Balsamo

Sono Andreana Balsamo, aspirante chimica e appassionata di antropologia culturale. Oltre alla lettura,il mio interesse principale è la scrittura di saggi, racconti e poesie; difatti gestisco un blog, Andreanahood, che unisce i miei vari interessi. Sono autrice di "Una finestra sul lago" e "Sussurri di vita", due raccolte poetiche. Altre mie grandi passioni sono l'arte e il teatro che vedo molto affini alla vita.