Fast Fashion, come farsene un’idea non stereotipata

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Un mondo che cambia, un mondo che parla

Dell’ambiente si parla troppo. Ci si trova a discutere delle condizioni in cui versa e di quanto sia importante migliorarle, e farlo in fretta. Resta tuttavia poco da dirsi quando la conversazione si sposta alle implicazioni quotidiane che “salvare l’ambiente” comporta. Le abitudini da consumatore, le scelte alimentari, le limitazioni dei servizi cui fare uso.

Nel migliore dei casi, si nota la percezione di una indefinita problematica ma uno scarso interesse a modellare le proprie scelte attorno ad essa. Ci si può anche fare profeti dell’ambientalismo, insomma, ma difficilmente si è disposti a portare questo interesse ad una modifica di abitudini personali.

 

1Quantis, Measuring Fashion. Environmental Impact of the Global Apparel and Footwear Industries Study

 

 

Nonostante la Fashion Industry non si classifichi come la seconda industria più inquinante al mondo come alcune fonti la presentavano qualche tempo fa, essa resta comunque una tra le principali fonti di emissioni di CO2, ragion per cui ha senso protendere verso una maggiore sostenibilità ambientale:

«The fashion industry is responsible for the emission of 1,715 million tons of CO2 in 2015, or about 4.3% of global carbon emissions of 39.9 billion U.S. tons that same year. Which, according to this admittedly rather old analysis, puts fashion, as an industry, as less polluting than:

Agriculture (19%)
Fuel and power for residential buildings (10.2%)
Road transport (10.5%)
Tourism (8%) according to research that came out in May 2018
Oil and gas production (6.4%)
Fuel and power for commercial buildings (6.3%)
Livestock and manure (5.4%)
Agricultural soils (5.2%)
Cement production (5.0%)

That makes fashion the 10th most polluting industry in the world. Ninth, if you put electricity and heat production for the commercial and residential sectors together.»2ecocult.com/now-know-fashion-5th-polluting-industry-equal-livestock

Documentari come The True Cost hanno il potere di avvicinare i consumatori finali ad una visione della Fast Fashion  più consapevole, a volte modificando le loro scelte. Visto l’impatto che l’industria tessile ha sull’ambiente e le scarse attenzioni che riserva alla maggior parte delle persone coinvolte, una cosa banale come smettere di comprare vestiti è un ottimo inizio per dare al pianeta un po’ di tregua.

Con me ha funzionato. Sono bastati un’ora e 32 minuti per farmi smettere di andare nella maggior parte dei negozi di abbigliamento dove ero sempre stata abituata ad andare. Le attività che vendono secondamano e i pochi brand ecosolidali che si trovano in giro sono gli unici negozi in cui compro vestiti; e cerco comunque di non comprarne se non mi servono.
Sto salvando il mondo? Forse no. Ho comunque ridotto l’impatto delle mie azioni.

 

 

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Voci dal Vietnam: un’intervista col Sales Executive di un’industria tessile

È a questo punto che tutto il ragionamento prende una piega che non avevo previsto, ragione per cui ho dibattuto qualche mese prima di capire se volevo pubblicare questo articolo o meno.
Non è questo il motivo per cui studiamo l’Antropologia: le pieghe inaspettate?

Ormai più di un anno fa, ho saputo che ad un mio amico era stata offerta una posizione di lavoro in un’azienda tessile vietnamita. La cosa ha chiaramente stuzzicato il mio interesse, desiderosa come sono di capire fino a che punto idee e notizie circa la Fast Fashion dipingano un prospetto reale del sud-est asiatico.

A dicembre dell’anno scorso ci siamo seduti in un bar e mi ha raccontato di come stesse andando la sua esperienza, di quali fossero le sue idee sul paese e sul settore tessile nello specifico. L’immagine che ha condiviso, però, non era per nulla ciò che mi aspettavo.

La mia aspettativa, da occidentale piena di senso di colpa, era che mi parlasse di sfruttamento, stipendi sotto il minimo salariale, ambienti insani e pericolosi. L’azienda che mi ha descritto rispetta invece le otto ore giornaliere, non fa lavorare minori e garantisce un work space dignitoso. Sarà sbagliato da dire, ma la sua risposta non mi ha per nulla soddisfatto in quel momento.

F: Come sono le fabbriche?

I: Meglio di quanto pensassi. Certo, le persone lavorano tanto, ma è così in tutto il paese. Non esiste lavoro minorile… Se non ricordo male il più giovane nella fabbrica è del 2000.

L’ultima fabbrica che ho visto è nuovissima, è di un ragazzo che lavorava nella nostra azienda. Ha lavorato con noi 2/3 anni e poi, con i contatti che si è fatto, ha aperto la fabbrica. Ci sono 500/600 dipendenti, la grandezza media è dalle 300 alle 900 persone.

Informandomi, ho scoperto che lo stipendio minimo nella manifattura tessile in Vietnam è di 154 USD al mese (2016)3https://www.textiletoday.com.bd/vietnamese-textile-apparel-industry-moving-towards-us50-billion-2020/, e lo stipendio medio di un vietnamita è di 150 USD al mese4https://www.vietnamonline.com/az/average-salary.html. Nonostante il Vietnam sia il terzo produttore mondiale di abbigliamento al mondo, le statistiche sembrano confermare un certo interesse per chi lavora nel settore manifatturiero.

Ciò non toglie l’apporto inquinante delle aziende, ma rappresenta comunque un’immagine ben più realistica di quelle che spesso si tende a sviluppare. Nel 2030, se l’industria rimarrà indisturbata, ci si aspetta un impatto sul cambiamento climatico del 49% maggiore di oggi5Global Fashion Agenda, Pulse of the Fashion Industry. E questo resta estremamente allarmante.

Altre statistiche riportano che l’87% delle lavoratrici in Pakistan, impiegate nel settore tessile, ricevono uno stipendio sotto il minimo salariale6ibidem. Lo stesso vale per più del 50% delle lavoratrici in Cina e nelle Filippine7ibidem.

Il senso non vuole certo essere che il Vietnam sia da promuovere e Pakistan, Cina e Filippine da bocciare. Al contrario, vorrei che fosse chiaro quanto le cose non siano così come ce le aspettiamo, nel bene o nel male. Guardare in profondità o effettuare ricerche in prima persona serve davvero per notare come sia variegato lo scenario che ci si pone di fronte.

F: L’etica è un problema che ci si pone nella tua azienda oppure no?

I: È tutto guidato dal mercato, e vale lo stesso per qualsiasi altra azienda. Però siamo sempre stati attenti, abbiamo sempre puntato sulla sostenibilità ambientale e sociale. I nostri tessuti sono certificati Oeko-Tex Standard 100, tra le altre certificazioni. L’azienda ha il 10% del mercato mondiale, per i costumi da bagno forse è la migliore sul mercato.

È difficile partire con certi presupposti nel voler dimostrare qualcosa e trovarsi a tornare sui propri passi, ammettere la necessità di ripensare un fenomeno a noi vicino. Tuttavia, se davvero si vuole cambiare qualcosa in questo mondo-mercato dobbiamo, in primis, ammettere quanto le cose siano complesse, stratificate, variabili.

Non per forza se una realtà ci appare sconveniente per le persone in essa coinvolte ciò significa che essa sia da bannare completamente. Anzi, se probabilmente davvero la eliminassimo senza che gradualmente questa decada, si otterrebbero conseguenze persino peggiori per i lavoratori dei paesi che vorremmo aiutare. Solo in Vietnam l’industria tessile dà lavoro a 2.5 milioni di persone8https://stitchdiary.com/vietnam-garment-industry/, che da un giorno all’altro si troverebbero disoccupate e senza alcuna alternativa di guadagno.

I: Una volta stavo parlando col padre della mia ragazza vietnamita di ineguaglianza e sostenibilità ambientale. Quel che lui mi ha detto è stato: “Questi problemi sono un lusso dei  paesi sviluppati. Ora noi dobbiamo lavorare per portare un reddito decoroso alle nostre persone, per uscire dalla povertà”. Prima cresciamo e poi ci possiamo pensare, questo è il suo approccio

Una risposta simile mi è stata fornita da sua figlia mesi dopo, quando le ho chiesto di spiegarmi la sua idea sulla rapida crescita dell’industria tessile e manifatturiera nel paese.

A: We want the fastest way to grow. Once we’ll be satisfied, we’ll think about sustainability. Yes, we’re trading our environment for our development, but there’s no way to stop what we’re doing now. We can only limit the impact this process will have. (Vogliamo il modo più veloce per crescere. Una volta che saremo soddisfatti, penseremo alla sostenibilità. Sì, stiamo scambiando il nostro ambiente per il nostro sviluppo, ma non c’è nessun modo per fermare quel che stiamo facendo adesso. Possiamo solo limitare l’impatto che questo processo avrà.)

L’unico aspetto preoccupante di questo modus operandi è stato per me come, durante entrambe le interviste, a questo desiderio di crescita (più che motivato) è stato affiancato il fatto che, ottenuto il risultato sperato, poi non si cerca di far altro che superarlo nuovamente.

I: Cresci con un vestito all’anno e poi ne vuoi due, poi tre. Se chiedi al vietnamita cosa vuole fare, vuole fare soldi: vuole vivere meglio.

AAs soon as people start improving their quality life, they try to make it even better. We mostly care about money. Money is the top priority. (Appena le persone iniziano a migliorare la loro qualità della vita, vogliono renderla ancora più positiva. Principalmente ci interessano i soldi. I soldi sono la priorità principale

Ora, non è affatto difficile immaginare come in paesi rimasti avulsi dalla crescita vi sia interesse a riassestarsi economicamente, ma il fatto che ovunque nel mondo vi sia una cieca propensione a superarsi sempre porta a chiedersi: Cosa accadrà quando non ci sarà più niente da salvare?

 

 

(Se il tema è di vostro interesse vi invito a leggere il mio precedente articolo, “Il clima, l’occidente e l’indigeno”)

 

 

Sitografia:

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Fatima Maura Zucchi

Fatima Maura Zucchi

Sono una studentessa al secondo anno di Antropologia, Religione e Culture Orientali all’Università di Bologna. Mi interessano molto i temi di religione, identità, etnolinguistica.Nata in Emilia, cresciuta in Romagna. Scrivo canzoni nel tempo libero. Mangiapiante da sempre amante dell’inglese. Forse, un giorno, antropologa.

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