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Etnomusicologia: bibliografia per curiosi, parte II

Nella prima parte della nostra “bibliografia per curiosi” abbiamo presentato sette volumi, diversi per forma, argomento e destinazione. Lo scaffale della nostra biblioteca etnomusicologica inizia ad appesantirsi e, in barba a Frank Zappa, ne siamo fieri. Vediamo quindi di arricchirlo. Questa volta, oltre ad alcune classiche monografie di etnomusicologia, compieremo qualche incursione nei territori degli studi sulla popular music.

1. Andreas Fridolin Weis Bentzon, Launeddas, 1969.

Il capolavoro di Andreas F.W. Bentzon, etnomusicologo e antropologo danese (1936-1971), non è di facile reperibilità: non lo troverete negli scaffali delle grandi librerie e difficilmente sarà in catalogo nelle biblioteche locali.

Tuttavia, riflettendoci, non è possibile tacerne l’importanza. Il lettore fortunato che riuscirà a recuperarne una copia, si troverà di fronte a un opera esemplare, prodotto di una ricerca sul campo metodica, profonda e precisa.

Interessati o meno alle vicende del celebre aerofono ad ancia battente, Launeddas (titolo originale: “The Launeddas. A Sardinian folk music instrument”) non può essere ignorato dall’appassionato o dallo studente. Metodo e chiarezza, rigorosità scientifica e dilagante umanità, Launedass è uno degli apici degli studi etnomusicologici condotti in suolo italiano nel XX secolo.

 

 

 

 

L’autore indaga l’anatomia dello strumento policalamo, lo disseziona, lo scompone e ricompone. Ne trascrive le melodie, registra e filma le esecuzioni, vive a contatto con i costruttori e gli esponenti delle grandi dinastie di musicisti: Lai, Melis, Lara, Burranca ecc.

I due volumi sono una testimonianza preziosa di come un oggetto semplice e apparentemente primitivo, formato da nient’altro che steli di canna, possa trasformarsi in catalizzatore per lo studio e la conoscenza di una ricchissima cultura umana.

 

 

2. Habib Hassan Touma, La musica degli arabi, 1975.

Nonostante oramai datato il volume di Touma (1934-1998), The Music of the Arabs, costituisce un’ottima lettura introduttiva all’universo musicale arabo-islamico. Ricordiamolo: non tutti gli arabi sono musulmani e non tutti i musulmani sono arabi.

Nel volume non troverete trattati repertori, ad esempio, turchi, afghani o centro-asiatici, nonostante facciano indubbiamente parte del (dei) mondo (mondi) musulmano (musulmani). Touma si concentra sugli arabi, la stirpe che nello Hijaz del VII secolo d.C. ricevette la rivelazione, attraverso Muhammad, sigillo dei profeti.

Dal periodo della jāhiliyya, precedente alla discesa del messaggio e quindi condannato all’ignoranza del disegno divino, alla situazione contemporanea, Touma traccia un profilo storico della musica sacra e secolare. Classifica e analizza brevemente stili e generi, descrive gli strumenti principali del mondo arabo.

La complessa teoria del sistema modale del maqām è trattata in maniera concisa, tuttavia in modo chiaro ed efficace. Il tutto è accompagnato da un bell’apparato fotografico. The Music of the Arabs è consigliato al lettore desideroso di addentrarsi nell’immenso mondo delle musiche dell’islam, anche a digiuno di etnomusicologia, con la promessa che da questo testo ormai storico ricavi ulteriori letture e approfondimenti.

 

 

3. Rob Young, Electric Eden: Unearthing Britain’s Visionary Music, 2011.

Electric Eden è un immenso mosaico. Ogni tassello rappresenta un aspetto della cultura britannica negli anni ’60 e ’70. La musica è il collante, il filo rosso. Il poderoso volume di Young (672 pagine) scava in profondità nel fenomeno del folk revival britannico.

I personaggi di questa intricata e complessa vicenda sono innumerevoli. Dai pioneri, folkloristi e/o compositori, quali Cecil J. Sharp, Ralph Vaughan Williams e Gustav Holst ai protagonisti del revival nella sua forma “autentica” e volta al recupero del materiale popolare: Ewan MacColl, Albert L. Lloyd, Shirley Collins.

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Ampio spazio è destinato ai profili storici delle principali formazioni elettriche (Fairport Convention, Pentangle, Incredible String Band, Steeleye Span, Comus ecc) e alle vicende dei singoli musicisti: da Sandy Denny a John Renbourn, da Martin Carthy a Donovan fino a Vashti Bunyan e Nick Drake.

 

 

 

 

Il libro è relativamente recente e ancora (ci auguriamo si possa rimediare nell’immediato futuro) non esiste una traduzione italiana. I dettagli sono tanti, i particolari ai quali è necessario prestare attenzione infiniti.

Il lettore non abituato all’inglese, di conseguenza, potrà sentirsi scoraggiato. Un consiglio: prendete carta e penna, annotatevi i nomi delle band, degli artisti e dei compositori, i titoli degli album e dei brani; chiudete il libro e correte ad ascoltare. In fondo, per quanto in maniera approfondita e maniacalmente puntuale, parliamo pur sempre di musica.

 

 

4. Franco Fabbri, Il suono in cui viviamo. Saggi sulla popular music, 2002.

Con il volume di Franco Fabbri entriamo definitivamente nel territorio degli studi sulla popular music. Che cos’è la popular music? Leggendo il libro di Fabbri, una raccolta eterogenea di agili saggi, possiamo pensare di farcene un’idea più o meno precisa.

Ma il compito del volume è certamente quello di confondere ulteriormente le carte: ha senso parlare di popular music come di un’entità scissa da qualsiasi altro “mondo musicale”?

Gli strumenti della musicologia e, in particolare, dell’etnomusicologia posso dimostrarsi validi? Si può compiere analisi su di una canzone di Paolo Conte come la si compie, appellandosi al rigore scientifico, a una messa di Dufay, a una sinfonia di Brahms, a un canto liturgico ortodosso o al Pierrot Lunaire?

La musica non è affare sovraumano, come qualcuno vorrebbe farci credere. Ma è attività umana, quotidiana, fisica, tangibile nelle sue infinite manifestazioni.

La musica vive, viene vissuta e muta, si elettrifica, regredisce a puro rumore, diventa avanguardia, ritorna primitivismo, Beethoven risuona negli altoporlanti delle automobili mentre il teatro ospita esponenti “musicalmente illetterati” del mondo contadino, per dirne una. La musica è un’attività paradossale, e di questo il volume di Fabbri ne rende pienamente conto.

 

 

5. Roberto Leydi, L’influenza turco-ottomana e zingara nella musica dei balcani, 2004.

Torniamo a parlare di Roberto Leydi (1928-2003). Il volume che consigliamo in questo nostro secondo appuntamento è postumo, curato dagli etnomusicologi Nico Staiti (Università di Bologna) e Nicola Scaldaferri (Università degli studi di Milano).

L’opera nasce come serie di appunti e idee per il corso di Etnomusicologia dell’Universtità di Bologna, anno accademico 1990/1991. Il tema trattato è certamente complesso: l’influenza esercitata dalle musiche turco-ottomane e zingare in territorio balcanico.

La collana Geos CD Book dell’editore Nota ha reso disponibile una serie di interessantissimi volumi corredati da CD contenenti i brani dei repertori di riferimento. In questo senso il volume di Leydi è doppiamente imperdibile: i due dischi che accompagnano il testo presentano esempi sonori registrati dallo stesso Leydi o estratti dalla sua immensa collezione di rari documenti sonori.

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L’argomento trattato è affascinante e gli spunti di approfondimento sono molteplici: dalla Grecia a Saintes-Maries-de-la-Mer; dal rebétiko alle formazioni zourna e davoul; dalla musica urbana in albania ai café aman, passando dai rapporti tra identità locale e musica leggera alle analisi dei cicli ritmici e delle strutture modali. Il ricchissimo apparato fotografico è ad opera di Rhodri Jones e Nico Staiti. Prezioso.

 

 

6. Vincenzo Martorella, Il Blues, 2009.

Questa è una storia del blues scritta da un italiano, il critico e storico della musica Vincenzo Martorella. Non è LA storia del blues, bensì UNA storia del blues, una delle tante possibili interpretazioni e ricostruzioni di un processo socio-culturale sul quale si è scritto tanto, forse troppo.

Da Amiri Baraka ad Arrigo Polillo, da Alan Lomax a Samuel Charters, da Stefano Zenni a Roberto Caselli le vicende dell’espressione musicale afro-americana per eccellenza hanno costituito materia viva e interessante per storici, folkloristi, etnomusicologi, sociologi, critici e musicisti. Per non parlare dell’interesse che gli altri media hanno rivolto al genere: dai fumetti di Robert Crumb (da recuperare assolutamente) ai documentari di Martin Scorsese.

 

 

 

 

Al centro della narrazione di Martorella ci sono loro, eroi di un nuovo ciclo epico, figure mitologiche, ercoli condannati a eterne fatiche: incontriamo, in ordine sparso, Gertrude “Ma” Rainey, Blind Lemon Jefferson, Robert Johnson, Bessie Smith, Son House, Tampa Red, Skip James, Tommy Johnson e tanti altri.

Poi i luoghi: il Delta, il Texas, Chicago, Memphis, l’Africa. E gli strumenti: la voce, la chitarra, il violino, il piano, il banjo, l’armonica a bocca, gli oggetti quotidiani riciclati ad uso e consumo delle jug band; a tutti Martorella dedica un paragrafo, analizzando lo sviluppo e l’utilizzo che di essi hanno fatto i musicisti blues.

Avvertenza: agli interessati si consiglia di leggere più storie del blues, incrociare i dati, verificare, smentire, comprendere come diversi autori possono portare a diverse interpretazioni di uno stesso fenomeno culturale. Cadere nella trappola della teleologia, in questo caso, è un attimo.

 

 

7. Victor Grauer, Musica dal profondo. Viaggio all’origine della storia e della cultura, 2011.

Chiudiamo questo secondo appuntamento dedicato ai consigli bibliografici con un libro atipico, opera del compositore e musicologo americano Victor Grauer: Sounding the Depths. Tradition and the Voices of History.

L’obiettivo dell’autore è espressa nel titolo scelto per l’edizione italiana. La musica, in quanto artefatto ed espressione umana, può, al pari di altri elementi culturali, aiutarci a comprendere l’evoluzione, gli spostamenti e lo sviluppo sociale della specie Homo sapiens.

Grauer adotta un approccio multidisciplinare. Gli strumenti della musicologia, per un’impresa del genere, a dir poco ambiziosa, possono fare ben poco. Poco male: l’autore, allora, si appoggia alla genetica, all’antropologia fisica e culturale, agli studi sulla popolazione e all’archeologia preistorica. Il viaggio è lungo e, avvertiamo, intricato.

C’è il rischio di partire scettici e rimanerlo, ma la lettura di Musica dal profondo sarà comunque formativa e, per i più curiosi, fonte di altre letture e ascolti. I numerosi esempi musicali sono scaricabili gratuitamente dal blog dell’autore. Consigliamo di accompagnare la lettura all’ascolto, in quanto le teorie di Grauer potranno risultare chiare solo in questo modo.