Etnomusicologia: bibliografia per curiosi, parte 1

Una famosa citazione solitamente attribuita a Frank Zappa, assurta a mitologema della genialità del compositore di Baltimora, recita: «to talk about music is like to dance about architecture». Geniale, sagace, perfettamente cesellata, provocatoria; tuttavia profondamente scorretta.

Se non si parlasse di musica sorgerebbero non pochi problemi. Come ogni attività umana la musica necessità di impalcature teoriche, sistematizzazioni, appigli che possono svilupparsi solo attraverso linguaggi ad essa esterni.

Il linguaggio X, insomma, è necessario al linguaggio Y. Il sistema X è necessario al sistema Y. Stessa cosa per la cucina, il ping-pong, il BDSM, il gioco di ruolo: possiamo andare avanti all’infinito.

Se trattiamo di repertori orali, di tradizione non scritta, appannaggio di comunità ridotte o, talvolta, addirittura di pochi individui, parlarne e scriverne (e registrare, pur di musica si tratta) può essere l’ancora di salvezza per scongiurarne l’oblio, la scomparsa definitiva.

Parlare e scrivere è necessario per conoscere ciò che altrimenti, per avverse congiunture spazio-temporali, non avremmo mai la possibilità di incontrare.

Consigliamo quindi alcuni volumi, generali e monografici, per il lettore curioso che intenda avvicinarsi alla disciplina  dell’etnomusicologia, senza per forza essere musicista e/o musicalmente educato o alfabetizzato.

Avvertenza: non si tratta di stilare un elenco di letture fondamentali. Il criterio utilizzato è il seguente: fornire qualche spunto disordinato in vista di un approfondimento ordinato.

1. Alan P. Merriam, Antropologia della musica, 1964.

Il titolo dell’opera fondamentale di Alan P. Merrian (1923-1980), Antropologia della musica (The Anthropology of Music), rende conto di un momento chiave negli studi etnomusicologici: qual è l’oggetto degli studi della disciplina? La musica dei selvaggi? La musica dei primitivi? La musica contadina, la musica delle classi subalterne, la musica delle minoranze? No.

La lente è da spostare: ciò che l’etnomusicologia deve porre al centro dei propri quesiti, ciò che deve mettere a fuoco, è il ruolo della musica nella società. Sia essa quella della New York di metà XX secolo o quella delle tribù pigmee della foresta di Ituri in Congo, quelle degli Assiniboin e dei Lakota o quella degli irlandesi a Boston, dei parigini a Parigi, delle confraternite religiose nell’Italia centro-meridionale.

La musica è in definitiva un elemento culturale, uno tra i tanti. In quanto tale gioca un ruolo importante nella socio-cultura dalla quale si sviluppa o nella quale viene accolta. Antropologia della musica è una sorta di manifesto metodologico di una disciplina che tenta di riordinare sé stessa. Se esistesse una “teoria dell’etnomusicologia”, sarebbe senz’altro da ricercarsi all’interno dell’opera di Merriam.

 

2. Roberto Leydi, L’altra musica. Etnomusicologia. Come abbiamo incontrato e come abbiamo creduto di conoscere le musiche delle tradizioni popolari ed etniche, 2008.

La figura di Roberto Leydi (1928-2003) è centrale per lo sviluppo degli studi etnomusicologici italiani e, non sembra esagerato affermarlo, europei. In questo volume, dal titolo generoso ed esplicativo, Leydi raccoglie una serie di saggi, scritti e studi di lunghezza variabile.

La tematica dei repertori musicali che viaggiano, mutano forma e destinazione, vengono ricordati o dimenticati, è uno dei fili conduttori di un’opera preziosa, incredibilmente ricca, dalla statura enciclopedica.

Si parte dalle polemiche sugli studi folkloristici nella Germania di Brahms per poi incontrare la musica giavanese nella Parigi dell’Exposition universelle del 1889, dai pionieri della registrazione fonografica alla musica liturgica popolare, dalle vicende di quattro convertiti giapponesi nella Roma di fine ‘500 a quelle dei primi grandi etnomusicologi europei e americani.

Tuttavia il lettore a digiuno di nozioni musicali, anche di etnomusicologia, può tranquillamente avvicinarvisi, scovando in ogni pagina spunti, idee e, siamo sicuri, più di una volta interromperà la lettura per cercare qualcosa da ascoltare. La grandezza di Leydi era, e rimane, anche questa: rendere conto dell’infinita e meravigliosa varietà delle manifestazioni culturali dell’uomo.

 

3. John A. Lomax & Alan Lomax, American Ballads & Folk Songs, 1934.

Per l’importanza di John Avery Lomax (1867-1948), padre, e Alan (1915-2002), figlio, rimandiamo all’articolo pubblicato a marzo sul folk revival negli Stati Uniti. Qui i Lomax raccolgono più di duecento tra ballate e canzoni nord americane, suddividendole tematicamente: canti dei lavoratori della ferrovia, delle chain gang, dei vaqueros del sud-est; ballate dedicate ai desperados bianchi, ai fuorilegge neri; canti di guerra, spirituals, canti di minatori, canzoni per bambini. La forma del canzoniere manifesta la volontà di proporre frammenti di repertori vivi, ancora non destinati a perire e a soccombere al tempo.

Decine dei brani qui raccolti dai Lomax sarebbero poi diventati standard nei repertori dei maggiori, e non, esponenti del folk revival, che nell’arco di qualche decennio sarebbe esploso in tutta la sua multiforme creatività. I Lomax forniscono i testi, trascrizioni melodiche di alcune versioni notevoli, note e precisazioni sulla struttura del brano, sul tempo e sul luogo dove esso è stato raccolto, sull’informatore.

American Ballads & Folk Songs non è una raccolta disordinata e caotica, ma un tentativo di sistematizzare, organizzare e riportare a nuova vita parte dell’immenso repertorio musicale narrativo e non degli Stati Uniti d’America.

 

4. Curt Sachs, Storia degli strumenti musicali, 1940; André Schaeffner, Origine degli strumenti musicali, 1968.

Due volumi per un unico tema. Entrambe trattano lo sviluppo, l’evoluzione, la storia e la classificazione degli strumenti musicali, manufatti culturali rinvenibili oltre ogni confine spaziale e temporale. In realtà le opere che qui consigliamo di Sachs (1881-1959) e Schaeffner (1895-1980) hanno obiettivi diversi, partono da presupposti differenti.

Le teorizzazioni di Curt Sachs hanno fornito strumenti fondamentali all’etnomusicologia e, nello specifico, all’organologia, il ramo musicologico che si occupa dello studio degli strumenti musicali. Ancora oggi il sistema classificatorio Hornbostel-Sachs, elaborato con l’etnomusicologo austriaco Erich Moritz von Hornbostel (1877-1935) e pubblicato nel 1914 sulle pagine di Zeitschrift für Ethnologie, è ritenuto valido e funzionale.

Il volume di André Schaeffner (titolo originale: Origine des instruments de musique) è incentrato principalmente sullo studio delle origini degli strumenti musicali, da rintracciare nel corpo stesso, nel contatto che esso intrattiene con l’ambiente circostante. Viene indagato il ruolo giocato dalla voce, i rapporti tra essa e la musica strumentale, le mutazioni e le filiazioni degli strumenti in termini di forma e destinazione.

La cultura enciclopedica dell’autore si manifesta attraverso centinaia di esempi, spesso tratti dalle osservazioni di Schaeffner durante le sei campagne di ricerca da lui condotte in Africa (tra il 1931 e il 1958).

 

5. Albert Lancaster Lloyd, Folk Songs In England, 1967.

Inspiegabilmente mai tradotto in italiano, il volume di A.L. Lloyd (1908-1992) costituisce una pietra miliare per lo studio delle tradizioni musicali nelle isole britanniche. L’incipit della prefazione è molto chiaro: «This is a book for beginners not specialists. For all that, it says some things not said elsewhere». Lloyd traccia un profilo storico dei repertori tradizionali, con particolare attenzione alla ballata, forma prediletta negli studi dei folkloristi europei. Vengono poi trattati canti di marinai, di minatori, di braccianti ecc. Il libro è un vero e proprio tesoro. Rifugge la troppo ammiccante forma di canzoniere e si pone come punto di riferimento imprescindibile per ogni lettore e/o studioso che tenta di avvicinarsi al mondo delle musiche britanniche di tradizione orale.

Non possiamo tacere dell’attività discografica in veste di interprete di A.L. Lloyd, spesso condotta in coppia con Ewan MacColl, altra figura chiave del folk revival in terra d’Albione: i nove volumi di The English and Scottish Popular Ballads (1952), Blow Boys Blow (Songs of The Sea) e Thar She Blows! (Whaling Ballads and Songs) (1957), English and Scottish Folk Ballads (1964) ecc.

 

6. Chris Stapleton & Chris May, Musica africana. Un atlante sonoro, 1987.

A tutti gli africanisti: non lasciatevi sfuggire la lettura del fondamentale, anche se inevitabilmente non aggiornato, libro di Stapleton & May, African All-stars. The Pop Music of a Continent. Seguiamo le indicazioni di Marcello Lorrai nell’introduzione all’edizione italiana: liberiamoci dalle costruzioni culturali, degli africani in perizoma intenti a pizzicare strumenti arcaici all’ombra di capanne di palma, attenti a non attirare l’attenzione di qualche leonessa affamata. La materia trattata dagli autori è materia viva, musica urbana, musica sviluppatasi nei bar, nelle strade, nelle sale da ballo, negli studi di registrazione nel corso del XX secolo.

L’Africa urbana si dimostra fucina di espressioni culturali eterogenee: accoglie le influenze “occidentali”, le decostruisce e le assembla in nuovi linguaggi coerenti. Stapleton & May descrivono e invitano all’ascolto di diversi generi musicali: dallo highlife al juju, dall’afrobeat al makossa. Vengono poi tracciati profili di musicisti esemplari negli ambiti di appartenenza: Fela Kuti, George Darko, E.T. Mensha, Koo Nimo, Sunny Ade, Youssou N’dour, Manu Dibango e così via. Lettura obbligata.

 

7. Alain Daniélou, Il tamburo di Shiva. La tradizione musicale dell’India del Nord, 1966.

Un breve classico di Alain Daniélou (1907-1994) chiude la nostra prima, disordinata, lista di consigli bibliografici. L’orientalista e storico delle religioni francese offre un’agile, ma comprensiva, panoramica dei repertori musicali dell’India settentrionale: descrive sinteticamente il sistema modale dei raga, il funzionamento dei cicli ritmici, gli strumenti prevalenti; indaga le differenze tra musica sacra e secolare, la figura del cantante. La sezioni introduttiva si muove tra storia e mito, cogliendo ciò che la musica ha lasciato in entrambi nel dipanarsi dei secoli. Il tutto è arricchito da un vasto apparato fotografico ed esemplificativo.

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Amedeo Santolini

Classe 1990. Musicista. Ho ottenuta la laurea magistrale in Musicologia all’Università di Bologna e sono laureando in Antropologia, Religioni e Civilità Orientali. Mi interesso di: etnomusicologia, folklore, antropologia delle religioni, Islam, metal estremo e storia naturale. Ho una passione smodata per i lati oscuri dell'esistenza umana. Colleziono dischi e libri.

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