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Esplorare il sé: alla ricerca della spiritualità

Un articolo di Jacopo Tosi

 

Alla ricerca della spiritualità

La psicologia positiva può darci dei suggerimenti per essere (un po’) più felici?

L’evoluzione ha portato l’uomo a sviluppare una propensione per le credenze religiose e, in conseguenza di ciò, a dedicare una particolare attenzione alla sfera trascendentale. In un recente articolo ho tentato di riassumere come alcune delle cause biologiche per le quali crediamo in dei, spiriti e nella vita dopo la morte siano in realtà effetti “collaterali” di altri adattamenti fondamentali avvenuti nel corso della storia evolutiva della nostra specie.

 

 

Poi, dato che la pressione selettiva orienta la maggior parte delle variazioni casuali in ottica funzionale all’interno della famigerata struggle for life (sebbene su questo punto Barbascura X avrebbe sicuramente qualcosa da contestare1Chimico organico e divulgatore scientifico, nel suo canale YouTube, attraverso il format Scienza brutta, scherza spesso su come molte specie animali abbiano spesso utilizzato in modo non troppo pratico i “gettoni evoluzione” loro concessi. Questi sarebbero appunto gli adattamenti avvenuti nel corso delle storie evolutive delle singole specie, e che portarono a sviluppare comportamenti o tratti somatici apparentemente disfunzionali alla sopravvivenza e (oggi) pressoché incomprensibili., questi effetti secondari furono cooptati per svolgere specifiche funzioni psicologiche e sociali.

 

Barbascura X

 

Rituali religiosi, momenti di raccoglimento spirituale e pratiche che permettono una temporanea fuga dal quotidiano, per fare qualche esempio, hanno acquisito un valore simbolico sempre più importante per l’uomo, e vengono da esso messi in atto per raggiungere una maggiore comprensione di se stesso e della realtà che lo circonda. Di seguito proverò a mostrare l’importanza che questa dimensione è giunta a ricoprire in relazione alla costante ricerca di felicità che ci accompagna nel corso della vita.

Recenti studi nell’ambito della psicologia positiva permettono di riflettere sulle conseguenze, riflesse nel quotidiano, del continuo trascurare dimensioni che nel recente passato (e per molti tutt’ora) erano e sono indispensabili per la ricerca di significato.

Pressoché «in tutte le culture umane, il mondo sociale ha due dimensioni chiare: una dimensione orizzontale di vicinanza o gradimento (asse x), e una verticale di gerarchia o status (asse y)2. Lo psicologo spiega come lungo la linea orizzontale le persone fanno distinzioni naturali fra familiari vicini e lontani, amici e sconosciuti. Possediamo però anche una notevole struttura mentale che ci prepara per le interazioni gerarchiche.» (Haidt, p. 218).

 

Le tre dimensioni dello spazio sociale

 

Il sentimento del sacro è una differente tipologia di esperienza verticale (asse z), che inibisce un appiattimento bidimensionale della realtà, ma lo spazio ad esso dedicato all’interno delle nostre vite è stato notevolmente ridimensionato dal ritmo incessante che caratterizza la routine quotidiana delle società moderne.

Mi sto riferendo in modo specifico al contesto occidentale, dove c’è la possibilità di ritagliarsi del tempo da dedicare a momenti di preghiera, o semplicemente per la pratica di azioni che producono in noi il sentimento di divinità3Questo termine è utilizzato dallo psicologo Jonathan Haidt in Felicità: un’ipotesi senza presuppore necessariamente l’esistenza di un dio. Ciò che l’autore vuole intendere è la disposizione morale che permette di percepire la dimensione sacrale (o trascendentale) dell’esistenza., ma questo non è considerato un’effettiva necessità ed è relegato al tempo libero.

A questo proposito, in Il sacro e il profano, lo storico delle religioni Mircea Eliade sostiene con convinzione che l’Occidente moderno è la prima cultura nella storia umana riuscita a spogliare il tempo e lo spazio di tutta la sacralità per produrre un mondo del tutto pratico, efficiente e profano.

Considera però la sacralità una dimensione tanto irreprimibile da insinuarsi ripetutamente nella laicità quotidiana sotto forma di comportamenti cripto-religiosi, e persino chi si ritiene consacrato a un’esistenza profana in realtà ha:

«Luoghi privilegiati, qualitativamente diversi da tutti gli altri: il luogo di nascita di un uomo, o lo scenario del suo primo amore, o certi posti della prima città straniera che ha visitato in gioventù. Anche per l’uomo più genuinamente non religioso, tutti questi posti mantengono una qualità eccezionale e unica; sono i “luoghi santi” del suo universo privato, come se fosse in quei punti che ha ricevuto la rivelazione della realtà diversa da quella cui partecipa nella sua ordinaria vita quotidiana»4La citazione è presente in Felicità: un’ipotesi di Jonathan Haidt (p. 230)..

 

Mircea Eliade

 

In relazione al pensiero di Eliade, Haidt sostiene la possibilità dell’esistenza di una spiritualità limitata a determinati luoghi o a specifiche esperienze, che siano la lettura di un libro (o, aggiungo, la visione di un film o di una performance artistica), il pellegrinaggio (o la sosta) in un luogo per noi speciale o la condivisione di momenti significativi con una persona.

Chiama “elevazione” il sentimento esperito in questi contesti e ritiene che anche gli atei provino sensazioni connesse alla sacralità ma, semplicemente, non desumano che sia stata una divinità a provocarle. In seguito a numerose ricerche condotte alla Virginia University, lo psicologo è riuscito a dare una definizione scientifica a questa sorta di nuova emozione, analizzandone gli effetti comportamentali e chimici che innesca in chi ne fa esperienza.

L’elevazione solleciterebbe lo sviluppo di pensieri virtuosi e cambiamenti fisici temporanei (come la dilatazione del petto e una sensazione di calore diffusa nella zona toracica), l’impressione di sentirsi più motivati e una tensione percettiva extracorporea. Inoltre, quando veniva chiesto di indicare dove si stesse provando l’emozione a livello fisico, le persone puntavano frequentemente il dito verso il cuore.

Approfondendo questo aspetto con i suoi studenti, Haidt si rese conto che poteva essere più di una semplice espressione metaforica, poiché l’elevazione va ad attivare direttamente il nervo vago, il nervo centrale del sistema nervoso parasimpatico.

Questo esercita un controllo sul battito cardiaco ed ha una moltitudine di altri effetti sul cuore e sui polmoni, fatto che fornirebbe una spiegazione alla zona specifica in cui viene sperimentata la sopracitata “ondata” di tepore. In più il nervo vago collabora con l’ormone dell’ossitocina per generare sensazioni di calma, amore e desiderio di contatto (che stimolano il legame e l’attaccamento).

 

sé
Jonathan Haidt

 

In base a ciò che è stato detto finora possiamo provare a considerare le esperienze di elevazione collettiva provate da chi partecipa, ad esempio, a rituali religiosi. Chi va in chiesa esce temporaneamente dalla sua laica esistenza quotidiana, recandosi in un luogo considerato sacro per condividere momenti di prossimità con persone empaticamente affini nel desiderio di essere “innalzate” dal racconto dei virtuosi personaggi biblici.

Poi, data la difficoltà per gli essere umani nel credere che le sensazioni provate provengano dal nulla, vengono attribuite alla divinità che si muove dentro al loro cuore. In realtà questa forma di amore universale e senza un oggetto specifico viene chiamata agape ed è, declinata e rielaborata dai particolari contesti, riscontrabile in due recenti controculture quali il movimento hippie e la rave culture.

Senza approfondire il discorso, e rischiando quindi un’eccessiva generalizzazione, vorrei tentare di riconsiderare pratiche appartenenti a questi movimenti alla luce di quanto detto fino ad ora. Pensando a ciò che avviene ai rave parties, per i quali spesso vengono scelti settings di per sé già molto evocativi, si può creare un parallelo fra la sensazione di comunione avvertita fra ravers (spesso accentuata dall’utilizzo di droghe come l’MDMA), con quella provata dai partecipanti di molti rituali religiosi.

 

sé

 

Il piacere provocato dall’unione nel ballo, guidato dal ritmo musicale sul quale esercita il controllo la figura dai tratti vagamente sciamanici del DJ, può essere considerato come un’infiltrazione di sacralità tale da permettere, appellandosi alla riflessione demartianana, un’affermazione di presenza. Quel momentaneo “esserci nel mondo”, che si alterna e si fonde a un processo depersonalizzante indotto dal contesto, sarebbe quindi permesso da ciò che può essere considerato, in modo un po’ audace, un momento cripto-religioso.

Proseguendo con il volo pindarico, in precedenza abbiamo detto che l’emozione di cui parla Haidt può essere innescata anche dalla condivisone di determinati momenti con una persona che per noi è in qualche modo speciale. A questo proposito penso sia interessante un dialogo che avviene in Waking Life, film d’animazione in rotoscope diretto da Richard Linklater.

Ci troviamo immersi in una conversazione fra il protagonista e una donna (una filosofa del linguaggio?), nello stile consueto che caratterizza il film, e quest’ultima espone la sua teoria sulla nascita, appunto, del linguaggio in seguito ad uno sforzo nato dal desiderio di trascendere l’isolamento in cui ci trovavamo. Ciò che considera particolarmente interessante, però, è che lo stesso sistema simbolico utilizzato per riferirci a oggetti o eventi concreti venga impiegato per fenomeni astratti e intangibili, come le emozioni.

Allora si chiede:

«Come si esprime la frustrazione? O come si esprime la rabbia o l’amore? Quando dico la parola amore, il suono viene fuori dalla mia bocca e colpisce l’orecchio dell’altra persona, viaggia attraverso un intricato percorso che porta al cervello, attraverso i ricordi d’amore o di mancanza d’amore. E l’altra persona registra quello che dico e dice di capire, ma io come faccio a saperlo? Perché le parole sono inerti, sono simboli, sono morte. E una grandissima parte di tutta la nostra esperienza è intangibile, gran parte di quello che percepiamo non può essere espresso con le parole. Eppure quando noi comunichiamo l’uno con l’altro e sentiamo di aver stabilito un contatto e crediamo di essere stati capiti, secondo me proviamo una sensazione quasi di comunione spirituale. Ed è forse una sensazione transitoria, ma è ciò per cui viviamo».

 

sé
Fotogramma tratto dal film Waking Life (2001)

 

Per lo psicologo evoluzionista Nicholas Humphrey, che tratta in modo approfondito tematiche simili, è una questione di consapevolezza. Solleva cioè l’ipotesi che la coscienza delle esperienze vissute rivesta un’importanza fondamentale per orientare le nostre modalità di interazione con gli altri. Nello specifico ciò che è particolarmente rilevante è l’opacità dei nostri sé.

L’impenetrabilità delle esperienze personali delle altre persone ci deprime particolarmente nei momenti in cui vorremmo una piena condivisione emotiva, allo stesso tempo però ci stimola e diventa fonte di ispirazione. Per questo le modalità attraverso le quali l’uomo ha affrontato questo dilemma sono opposte ma complementari (e ovviamente differenti a seconda del contesto socioculturale).

Le credenze e i culti religiosi puntano instancabilmente alla comunione spirituale attraverso pratiche volte ad agevolarla, come rituali di gruppo che favoriscono la depersonalizzazione e un sentimento di condivisione totale. Cercano cioè di oltrepassare continuamente la barriera fra il sé e l’altro.

Un comportamento differente stimolato dalla suddetta difficoltà, invece, è il riconoscimento di questo incredibile fenomeno provato da ognuno di noi, rendendolo importante ai fini del trattamento che riserviamo agli altri. Il fatto che ognuno di noi possegga la propria esperienza, che è privata, unica e per questo preziosa, può stimolare una forma di consapevolezza che ha il potere di trasformare le relazioni umane, incoraggiando nuovi livelli di mutuo rispetto e accrescendo il valore che le persone attribuiscono alla propria vita e a quella degli altri.

 

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Nicholas Humphrey

 

Ciò potrebbe essere stato di enorme significato adattativo nella storia dell’umanità, dunque questo genere di coscienza, di consapevolezza, potrebbe rientrare nel progetto della selezione naturale proprio per rivestire un ruolo importante nella nostra vita e nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri.

Per concludere, lo stile di vita sempre più ego-centrato e dissociato di quelle che Adriano Favole chiama “non-società”5http://www.paolovidali.it/articoli/La%20non%20societ%C3%A0%20Favole%20SIM1105.pdf. è permeato da flussi costanti di basse preoccupazioni e pensieri egoisti che rinchiudono le persone in un mondo profano e materiale, impedendo loro di percepire il sacro trapelante nella quotidianità. Il riconoscimento della necessità di sentirsi, ogni tanto, “elevati”, potrebbe contribuire ad una percezione della nostra vita più piena e soddisfacente.

Attraverso una ricerca – spesso lunga e non facile – delle dimensioni adeguate ai differenti tipi di sensibilità personale, ciò che si mette in atto è un’esplorazione della propria interiorità che potrebbe migliorare anche la qualità delle relazioni sociali, come sostiene Humphrey. Inoltre, riscoprendo il piacere del contatto instaurato con gli altri (anche) attraverso il dialogo, potremmo opporci in maniera ulteriore alla progressiva atomizzazione sociale caratterizzante la contemporaneità.

 

 

Bibliografia:

  • Girotto V., Pievani T., Vallortigara G. (2016), Nati per credere. Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, Codice edizioni, Torino.
  • Haidt J. (2008), Felicità: un’ipotesi. Verità moderne e saggezza antica, Codice edizioni, Torino (ed. or. The Happiness Hypothesis. Finding Modern Truth in Ancient Wisdom, Basic Books, New York, 2006).
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Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, frequento un Master in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili (Tarragona, Cataluña).