Esistono ancora i riti di passaggio? Un’analisi del fenomeno

Critica e analisi del fenomeno

Esistono ancora i riti di passaggio?

Se la risposta è positiva, dove sono finiti? Come si strutturano nel mondo contemporaneo?
Se la risposta è negativa, invece, perché sono spariti? Forse non ne abbiamo più bisogno?

Chiedendo a una persona qualsiasi, priva di conoscenze antropologiche specifiche, cosa intende per “rito di passaggio” verremmo immediatamente catapultati in un mondo “primitivo” dove , per diventare adulti, è necessario prendere coraggio e saltare da una liana altissima  oppure domare un toro imbizzarrito. Il rituale, infatti , viene comunemente ridotto a una dinamica violenta e viene posto idealmente in una dimensione temporale e geografica lontana dalla società dei consumi.

Nella nostra analisi dobbiamo fare un passo indietro e dare una spiegazione al nostro oggetto di indagine. Partiamo dalla definizione di “Rito di passaggio”, essa deriva da un classico della lettura antropologica, scritto all’inizio dello scorso secolo dallo studioso francese Arnold Van Gennep.

 

 

Riti di passaggio
Arnold Van Gennep

 

 

L’antropologo, in una mastodontica opera di elenco delle cerimonie dei vari gruppi umani, nota che la vita degli individui era scandita da una serie di passaggi fra uno stato sociale all’altro. Il passaggio da questi stati era scandito da rituali pubblici che avevano lo scopo di facilitare  il cambio di condizione. Van Gennep, inoltre, riconosce una struttura tripartita nei rituali. La divisione inizia con la fase preliminare, la separazione dell’individuo dal contesto in cui si trova; segue la fase liminale, la transizione dove si effettua un passaggio simbolico ed infine quella post-liminale in cui il rituale si completa, ovvero la reintegrazione dell’individuo nella società, arricchito dal suo nuovo status. Un rito di passaggio è quindi, in sintesi,  una pratica sociale ripetitiva costituita da simbolismi. 1Van Gennep, 1981 : 4-13

Un esempio semplice per rappresentare la struttura del rituale potrebbe essere quello del battesimo nelle prime comunità cristiane, riservata principalmente agli adulti. La fase preliminare era caratterizzata dal rito esorcistico che allontanava le impurità del peccato originale dal catecumeno. La fase liminale era rappresentata proprio dall’individuo che non poteva partecipare direttamente alla messa. Infine il credente veniva battezzato con sale e olio e recitava varie preghiere, egli, a quel punto abbandonava i propri abiti e veniva vestito di bianco. La rinascita da cristiano a quel punto era avvenuta e l’individuo poteva partecipare appieno delle attività della sua chiesa.

Ma allora , avendo ben chiaro il significato dei Riti di passaggio, dove possiamo trovarli nel mondo contemporaneo e nello specifico nell’Italia di oggi?

Riti di passaggio in Italia

Trovare un punto di rottura fra la fanciullezza e l’età adulta è infatti complicato, ma secondo molti studiosi, e qui mi collego al pensiero di Marco Aime, la distinzione si è fatta più nebulosa negli ultimi anni.

La leva militare obbligatoria, dismessa nel 2005, poteva essere considerata un vero e proprio rito di passaggio. La leva seguiva una struttura tripartita e il ragazzo tornava dalle famiglie come un uomo fatto e formato pronto ad entrare nel mondo degli adulti. Il servizio militare mostrava duramente la divisione in gerarchie del mondo “vero”  e inoltre aveva una dimensione nazionale ed era regolamentata dalla società. Tutte caratteristiche per un rito di passaggio in piena regola.

Il matrimonio, che tradizionalmente viene considerato come un rito di passaggio fondamentale, è importantissimo per gli antropologi. Con la reintegrazione nella società si forma un nuovo nucleo familiare, diviso da quello dei genitori. Nel mondo contemporaneo il matrimonio sembra  però aver perso quel ruolo di rito di passaggio. Le coppie di giovani spesso convivono per molti anni prima di sposarsi, per non parlare del sempre minor numero di matrimoni che si svolgono ogni anno in Italia. L’inizio della convivenza sarebbe il vero momento di attrito con il nuovo ruolo dei ragazzi  ma si tratta di un passaggio privatizzato e quindi non classificabile come rito di passaggio.

Potremmo fare un’analisi simile a quella del matrimonio per quanto riguarda la maggiore età. In Italia si raggiunge la maggiore età a 18 anni. Questo limite è posto indifferentemente dalle varianti dovute a differenti esperienze personali o capacità fisiche. Allo scattare del diciottesimo anno, si raggiunge una certa età sociale predefinita e con essa i vari diritti e doveri che comporta. Ma è ovvio che questa linea di demarcazione è stata decisa dalla società stessa, ne è una prova che in altri paesi si diventa maggiorenni a sedici anni oppure in altri  a ventuno. Nella nostra società, come per il matrimonio, il festeggiamento della maggiore età non è regolamentato ed è relegato alla vita privata. Ad essa si lega anche l’acquisizione della patente che da alcuni può essere considerato un rito di passaggio ma secondo i nostri standard non è considerabile tale poiché non tutti gli Italiani ad esempio ne hanno una.

Forse gli ultimi riti di passaggio d’Italia sono rimasti legati all’ambito scolastico. La scuola riesce, come un moderno “villaggio dei giovani”, a raccogliere i ragazzi in specifiche classi d’età che sono poste davanti a problemi comuni che vengono risolti da tutti contemporaneamente. L’apice di questo percorso si conclude con l’esame di maturità. L’esame di stato ha subito un processo inverso  rispetto a quello del matrimonio,infatti la sua portata si è estesa a dismisura negli ultimi anni . Con il passare del tempo, e con la maggiore scolarizzazione degli Italiani, l’esame di maturità è divenuto un passaggio quasi obbligato per gli adolescenti. Inoltre, grazie all’interesse dei media, l’Italia si ritrova divisa fra due gruppi : coloro che hanno superato l’esame e quelli che stanno per affrontarlo. Negli ultimi anni infatti , verso la fine della scuola , tutta la popolazione Italiana  si unisce , interrogandosi sulle tracce e quesiti delle varie prove. La caratteristica che l’esame sia uguale e contemporaneo in tutta italia unisce tutti gli adolescenti italiani in un grande sottogruppo traboccante di solidarietà e cameratismo. Tutti questi elementi mostrano una forte impronta rituale.Abbiamo parallelismi anche altri paesi, come per esempio in America, dove si svolge la cerimonia del Graduation Day .

I ragazzi dopo aver superato l’esame di maturità sono considerati adulti e pronti ad affrontare il mondo a prescindere da quale strada intraprendano, ma è davvero così?

 

 

Maturità
Esame di maturità ( a sinistra)
Graduation day ( a destra)

 

La generazione dei giovani

I problemi legati ai riti di passaggio nell’Italia contemporanea sono ascrivibili a un solo enorme interrogativo : come ”si diventa adulti” in questa società?

Grazie alle lotte dei giovani avvenute nel secondo dopoguerra e la trasformazione del loro rapporto con i genitori, divenuto una sorta di amicizia invece del timoroso rispetto precedente : i ragazzi sono riusciti a ritagliarsi un’identità sociale arrivando persino a creare un’estetica giovanile. La giovinezza non è più un dato anagrafico ma è divenuta una definizione culturale e , al contrario, essere vecchi è divenuto  un disvalore. Dal dopoguerra si è persa la visione secondo la quale non è più rispettoso essere anziani. Dopo gli anni Settanta, con il crollo delle grandi ideologie e la fine delle lotte giovanili, la società occidentale si è concentrata sul privato, sul culto della persona e sull’estetica dell’apparire.

Ogni aspetto della vita ha subito un progressivo allungamento in termini di tempo.
La preparazione e lo studio dei ragazzi si è prolungata, ritardando ancora più l’ingresso nel mondo del lavoro. Aumentando queste, si è rimandata ancor di più l’età di indipendenza dei giovani . Si crea quindi un lungo periodo di convivenza forzata fra i giovani e i genitori.
Marco Aime conia per questa realtà il termine: “famiglia allungata” 2Aime, 2014 : 63 che si oppone al classico termine antropologico di “famiglia allargata”.

Grazie all’allungamento della vita e all’immobilità forzata dei giovani si arriva infatti ad avere una convivenza estesa fra varie generazioni nello stesso nucleo familiare. I ragazzi sono costretti quindi a negoziare la propria indipendenza sotto il tetto genitoriale riuscendo ad avere più libertà ma senza arrivare alla totale scissione dai genitori. Per risolvere questa situazione arrivano a trovare due soluzioni diametralmente opposte: una sorta di ripiegamento nella famiglia o un senso di fallimento e impotenza rispetto a ciò che hanno realizzato i propri genitori.

Nuovi riti?

La mancanza di rottura con la dimensione familiare ha anche esiti estremi che portano i giovani alla creazione di “riti” autonomi spesso pericolosi . Si arriva a creare un parallelismo fra la tribù “classica” e la tribù globale. Riti violenti e pericolosi attraversano la giungla urbana : train surfing, sport estremi, hikikomori, stalker (esploratori clandestini di posti pericolosi come Chernobyl). I giovani sembrano cercare con il pericolo la stima da parte della società. Essi hanno bisogno che la società comprenda il loro passaggio, ma in tutte queste forme autonome manca il ruolo officiante della società stessa, necessaria per la classica forma del rituale.

 

 

 

Train surfing
La pratica del train surfing

 

Ma la società globalizzata ha bisogno di salvare i riti di passaggio che sopravvivono? Ha bisogno di crearne altri?
Nel mondo di oggi ,dove lo spazio liminale è meno marcato e dove si vive senza quasi mai arrivare a una vera e propria rottura, dove si creano armate di “post adolescenti” come possiamo trovare un rituale che possa aver significato per tutti i membri della società?

La questione è ovviamente spinosa e io non ho la soluzione in tasca ma forse il nostro obiettivo sta nel reinventare ruoli sociali che siano facilmente riconoscibili. In questo modo possiamo superare la visione di una società fluida (o liquida). Dobbiamo ridare significato al limite e solo in un secondo momento, potremo trovare significato al processo che ci porta a superarlo .

Sicuramente è un progetto ambizioso che può sentirsi minacciato dalla presenza del web sempre più preponderante nella nostra vita quotidiana. Ma se è vero che sul Web siamo tutti uguali, e non ci sono quindi categorie, è altrettanto vero che è proprio internet a accomunare tutta la società dei consumi .

Se nella vita di tutti i giorni non riusciamo a trovare posto per luoghi e tempi “sacri”, è lì che dobbiamo cercare? Dovremmo avere un rito di iniziazione per interfacciarsi al web?

 

 

Bibliografia :

  • Aime M. , Pietropolli Charmet G. , 2014 , La fatica di diventare grandi, Torino , Einaudi
  • Dei F. , 2012 , Antropologia culturale , Bologna , Il Mulino
  • Fabietti U. , 2011 (1991) , Storia dell’antropologia , Bologna , Zanichelli
  • Shultz E. A. , Lavenda R. H. , 2015 (1999) , Antropologia culturale , Bologna , Zanichelli
  • Van Gennep A. , 1981 (1909) , I riti di passaggio , Torino , Boringhieri

Sitografia:

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