“El Tigrillo” Chico Mendes. Sepúlveda e la letteratura antropologica

Tigrillo
Luis Sepúlveda

«I coloni come i cercatori d’oro commettevano ogni tipo di stupidaggine nella foresta. La depredavano sconsideratamente, e questo faceva sì che alcune bestie diventassero feroci. A volte, per guadagnare qualche metro di terreno pianeggiante, disboscavano in modo disordinato lasciando isolato un boa rompiossa, e questo si vendicava eliminando una mula, oppure facevano la sciocchezza di attaccare i sainos quando erano in amore, il che trasformava quei piccoli cinghiali in mostri aggressivi. E poi c’erano i gringos delle istallazioni petrolifere.» (Sepúlveda, 1989:55-56)

 

Tigrillo

 

 

 

Il vecchio che leggeva romanzi d’amore edito nel 1989 in Spagna sarà il lasciapassare, per Luis Sepúlveda Calfucura, di tutta la sua carriera letteraria. Il romanzo in questione è ricco di spunti e riflessioni riguardanti tematiche di estrema importanza per il contesto latino-americano. Attraverso la formazione di personaggi, simbologie e metafore, l’autore genera un universo mistico, non troppo distante dal reale, dove il contesto naturalistico, l’Amazzonia in questo caso, e la componente sociale umana entrano in contatto, talvolta in conflitto, altre volte in piena collaborazione. Ciò che Sepúlveda delinea in questo scenario è un vero e proprio legame vitale, che non interessa soltanto i personaggi principali della vicenda (come Antonio Josè Bolìvar), ma soprattutto gli attori sociali secondari di questa vicenda, ovvero gli Shuar/Jìbaros. Tutti sono dei componenti vitali e attivi all’equilibrio sociale e ambientale del contesto Amazzone (ad eccezione dei gringos). In sostanza vi sono tre linee di demarcazione che distinguono perfettamente tutti gli attori sociali all’interno della vicenda in questione, nascondendo in sé simbologie e significati che si possono traslare nella realtà quotidiana a noi molto nota. Tre profili sociali che all’interno del romanzo, così come all’interno della realtà extra letteraria, entrano in pieno conflitto per il controllo amministrativo ed economico della zona.

Da una parte si presentano i coloni bianchi (come Antonio Josè Bolìvar), residenti ad El Idilio, lo scenario principale della nostra storia. Un piccolo villaggio capeggiato dal sindaco detta “la lumaca”, simbolo di uno strapotere amministrativo ai danni dei coloni; viscido, senza scrupoli, incapace di governare e avido.

In secondo luogo abbiamo gli Shuar/Jìbaros, difensori incontrastati dello spazio naturale a loro circostante. Conoscitori impeccabili della foresta Amazzonica sono dispensatori di saperi e parole che difendono ardentemente. Storicamente la loro identità culturale è stata più volte messa a rischio; prima attraverso l’espansionismo veloce e brutale dell’ impero Incaico, in seconda istanza con l’Impero Spagnolo che ha provato con ogni mezzo necessario l’eliminazione di questo gruppo sociale così ostico.

Per ultimo, ma non meno importanti, vi sono i “gringos” avidi cercatori di tesori intenti all’eliminazione fisica ed anche spirituale dei territori amazzonici. Depredandola di ogni ricchezza materiale e naturale, raggiungono il loro scopo utile; l’arricchimento. I gringos” possono essere considerati i veri e propri fautori di quella «vena aperta in america latina» con cui Eduardo Galeano dedicò un’intera opera letterario-saggistica. Petrolieri, proprietari di miniere, multi nazionali, politici stranieri et similia che dedicano la loro campagna commerciale attraverso lo sfruttamento viscerale del territorio.

I danni provocati sono ovviamente irreparabili. Le vittime sacrificali di questo massacro ambientale sono coloro che difendono la propria identità di indigeno, di guardiano della foresta, conoscitore della saggezza millenaria delle piante e degli alberi, dei corsi d’acqua e dei laghi. Non solo soltanto gli Shuar/Jìbaros,protagonisti di questa vicenda, ma l’intero universo indigeno.

All’interno del racconto di Sepúlveda però viene introdotta una figura chiave,simbolo della difesa del proprio popolo e delle proprie radici: El Tigrillo. Il Tigrillo è una specie animale molto diffusa in America Latina, in particolar modo nel versante Est (Brasile, Colombia, Venezuela ecc…) che all’interno del racconto è la protagonista di un’enorme carneficina ai danni della sua famiglia. Alcuni cercatori d’oro riuscirono a sterminare la sua famiglia, i suoi figli, l’affetto più importante per l’animale in questione, provocando nel Tigrillo angoscia e disperazione, mista ad aggressività e desiderio di vendetta. L’intero racconto sarà costeggiato dalla vendetta imminente della belva, pronta a sacrificarsi per vendicare i propri figli. José Antonio Bolivar è l’unico in grado di combattere la belva assetata di sangue e carne umana, vuoi anche grazie alle sue doti eccellenti di cacciatore, vuoi per l’enorme conoscenza del territorio trasmessagli dagli Shuar/Jìbaros che furono compagni di viaggio del protagonista nella quotidianità Amazzonica. Grazie al suo ingegno, con enorme dispiacere riuscì ad uccidere la belva, pose fine all’era di terrore che si andò ad instaurare ad El Idilio e dintorni.

Ma chi è davvero “El Tigrillo” all’interno del racconto di Sepúlveda? E ancora: come possiamo interpretare la figura del Tigrillo in un contesto extra letterario?

 

 

Tigrillo
Tigrillo

 

 

«All’inizio pensai che stavo combattendo per salvare gli alberi della gomma, poi ho pensato che stavo combattendo per salvare la foresta pluviale dell’Amazzonia. Ora capisco che sto lottando per l’umanità.»—  Chico Mendes

 

 

 

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Chico Mendes

 

 

Chico Mendes, nome completo Francisco Alves Mendes Filho (Xapuri15 dicembre 1944 – Xapuri22 dicembre 1988), è stato un sindacalistapolitico e ambientalista brasilianoIl suo contributo alla salvaguardia della foresta amazzonica fu davvero notevole, considerato da molti un vero e proprio rivoluzionario all’interno del suo campo d’azione. Chico Mendes dedicherà tutta la sua vita alla salvaguardia del suo ambiente agendo da sindacalista, politico e attivista estremamente partecipe di quella realtà ormai devastata dalle privatizzazioni e dallo sfruttamento territoriale. Proprio il suo Brasile è il protagonista di una delle storie più tristi dell’America Latina già dal periodo coloniale portoghese. Come lo stesso Eduardo Galeano riporta nella sua opera massima del 1971 Las venas abiertas de América Latina (ed. Italiana del 1997, Le vene aperte dell’America Latina), le miniere e i giacimenti di risorse primarie vennero prese d’assalto già dal periodo portoghese. Non si trattava soltanto di produrre una ricchezza sconsiderata (come l’oro nel Minas Gerais) , ma di cambiare e trasformare quella bellezza ancestrale della selva, in un apparato economico estremamente fruttuoso, attraverso anche metodi di estrazione poco convenzionali (come lo sversamento di mercurio alle foci dei fiumi per far risalire le pepite d’oro).

 

 

 

 

Lo stesso Eduardo Galeano ci riporta dati incontrovertibili sulle enormi piantagioni di cotone, caucciù e caffè, che resero sì il Brasile una potenza mondiale nel tempo dal punto di vista dell’export, ma con un altissimo prezzo; la deforestazione della selva amazzonica è sempre più un’ emergenza mondiale (Galeano 1997 [1971]:72-169). La sconsiderata politica economica, che attraversa numerosi secoli in Brasile, non ha mai contribuito ad una salvaguardia totale del proprio patrimonio; al contrario, si è sempre optati per una deforestazione programmata per far spazio agli interessi locali ed esteri. Chico Mendes fu, in tale senso, un vero e proprio Tigrillo pronto a sacrificarsi per la sua causa. Non è un caso che Luis Sepúlveda dedicò all’attivista brasiliano l’intera opera e non fu l’unico; cantautori, artisti, registi, istituzioni statali (come la creazione dell’Istituto Chico Mendes per la biodiversità della foresta amazzonica) dedicarono uno spazio all’eroismo di quest’uomo, un paladino e un modello di vita da seguire che potrà ancora insegnarci a vivere rispettando il nostro patrimonio naturalistico.

 

 

 

 

 

Bibliografia:

  • Galeano E., 1997 [1971] Le vene aperte dell’America Latina. Milano, Sperling & Kupfer
  • Sepúlveda L., 1989, Un viejo que léia novelas de amor. Barcelona, Tosquets Editores

 

 

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