El camino del indio e il dramma culturale nell’Argentina Peronista

Caminito del indio

 

Atahualpa Yupanqui

Sendero colla
Sembrao de piedras
Caminito del indio
Que junta el valle con las estrellas

Caminito que anduvo
De sur a norte
Mi raza vieja
Antes que en la montaña
La pachamama se ensombreciera
Cantando en el cerro
Llorando en el río
Se agranda en la noche
La pena del indio
El sol y la luna
Y este canto mío
Besaron tus piedras
Camino del indio
En la noche serrana
Llora la quena su honda nostalgia

argentina
Atahualpa Yupanqui

Y el caminito sabe
Quién es la chola
Que el indio llama

Se levanta en el cerro
La voz doliente de la baguala
Y el camino lamenta
Ser el culpable
De la distancia
Cantando en el cerro
Llorando en el río
Se agranda en la noche
La pena del indio
El sol y la luna
Y este canto mío
Besaron tus piedras
Camino del indio.

 

 

 

 

 

Potremmo mai trovare una similitudine tra la musica, l’antropologia e la letteratura? La risposta a questo nostro quesito è ovviamente sì; grazie ad Atahualpa Yupanqui, cantautore e poeta argentino degli anni ’50, tra i più autorevoli, siamo in grado di percepire la magia, la disperazione, l’odissea di un popolo a lui estremamente caro. La musica, l’intonazione vocale in questo momento ricoprono un momento decisivo della storia dell’ Argentina e grazie, di nuovo, ad Atahualpa e alla sua poesia possiamo scoprire, viaggiando con le parole e la fantasia, quel mondo ancestrale e incaico che vede sempre più oggi la perdita della sua spiritualità.

“Camino del indio” non è una storia come tutte le altre. La letteratura Sudamericana ci ha abituato, sin dagli albori, alle descrizioni più disparate di mondi magici e complessi, arcaici, dove la magia si univa con la realtà, l’impossibile diventava possibile. Il realismo magico sotto forma di letteratura lascia spazio ad una musica disperante e malinconica, di un tempo, secondo Atahualpa oramai dimenticato. Ciò che lui in prima persona e gli “indios” da lui tanto decantati dovevano fare i conti con la società argentina contemporanea che comprendeva enormi trasformazioni dal punto di vista culturale e sociale. Ne “Le vene aperte dell’ America Latina” Eduardo Galeano descrisse, magistralmente e attraverso una metafora parecchio consistente, lo status del “indio” latino americano: «La storia è come un treno che corre schiacciandoci» (Galeano, 1997).

Possiamo però delineare un fine ultimo, non soltanto del testo poetico in questione, ma dell’intera vicenda latino americana? Cos’è questa odissea culturale e a cosa porta nello specifico? Davvero è così importante capire questo testo, denso di simboli e significati, per comprendere al meglio quella che è l’identità argentina? La risposta a questi nostri dilemma è strettamente positiva, non ne abbiamo scampo; da dove nasce però questo desiderio,partiamo da qui.

Per tutta la sua storia latino americana e coloniale l’Argentina si riscattò e si mise in mostra nel suo momento più difficile: il distacco forzato dalla madre patria, dalla corona spagnola.

«Con l’invasione napoleonica della penisola iberica nel 1808  e la successiva abdicazione del re Ferdinando VII  le colonie spagnole sudamericane si trovarono di fronte ad una situazione che da una parte le vedeva contribuire finanziariamente alla guerra in Europa e dall’altra aumentare i commerci con l’Impero britannico ed i porti brasiliani. La mancanza di comunicazioni stabili con il governo provvisorio di Cadice e le influenze della guerra d’ indipendenza americana favorirono la diffusione la diffusione degli ideali di autodeterminazione dall’impero spagnolo portando con sé, nel 1810 la propria indipendenza.» (Rosti, 2011:26-27)

Con la fine della dominazione spagnola in Argentina si susseguirono governi democratici al servizio del popolo (primissimo esempio di democrazia in america latina) per giungere dopo più di un secolo alla figura chiave della storia  culturale e identitaria dell’Argentina: Juan Domingo Perón.

 

 

agentina

 

 

Tra il 1946 e il 1955 il Presidente argentino, nel suo primo mandato da capo dello stato, rivoluziona completamente l’identità del proprio paese sia socialmente che culturalmente; ed qui che si consuma il dramma di un popolo privo di un retaggio storico consistente come in Perù e Cile con gli Incas, Messico e Guatemala con gli Aztechi e Maya; buona parte dell’Argentina, all’epoca dei grandi splendori pre-colombiani, rimase un insieme di clan di cacciatori e raccoglitori, senza mai sviluppare però un complesso sistema di gerarchie, leggi, componimenti artistici e letterari; ed è proprio qui che Juan Domingo Perón, vicino al fascismo italiano, seppur non del tutto, ispirò la popolazione ad una nazionalismo ferreo, ricco di tradizioni e usanze del tutto inesistenti. Quando Atahualpa Yupanqui cantò “El camino del indio”, denunciava seppur in maniera estremamente velata, l’odissea e il viaggio culturale di un mondo che in realtà non apparteneva all’Argentina. L’Argentina è sempre stata considerata la periferia del mondo, la fine del mondo stesso e non partecipò mai al passato Incaico, nonostante avesse ciò che al popolo Incaico era più a cuore in quanto sacro: la catena montuosa delle Ande. Yupanqui e Peròn ideologicamente entrano in netto contrasto, così come con Jorge Luìs Borges; rappresentano (Borges e Yupanqui) la voce di un’Argentina ormai passata, antica, quasi arcaica per il pensiero dei loro contemporanei. Quell’Argentina degli anni d’oro, del suo cammino verso l’età moderna (1853) e della nascita della sua prima costituzione. Quella stessa Argentina che si fece carico di tutta l’identità culturale latino americana attraverso la propria costituzione, attraverso l’apertura al diverso e allo spirito universalistico che guidava le menti di quegli uomini. Yupanqui e Borges cantavano da una parte, componevano dall’altra, proprio ciò.

«Artículo 25- El Gobierno Federal fomentará la
inmigración europea; y no podrá restringir, limitar
ni gravar con impuesto alguno la entrada en el
territorio argentino de los extranjeros que traigan
por objeto labrar la tierra, mejorar las industrias, e
introducir y enseñar las ciencias y las artes.» (CONSTITUCIÓN NACIONAL ARGENTINA, 1853).

Ed è proprio nella periferia Argentina, soprattutto nelle periferie di Buenos Aires, nella terra di nessuno o  ancor di più nella “pampa” (Güiraldes, 1966:247) che si sviluppò e si concretizzò l’arma vincente del regime per la nascita della nuova Argentina di metà secolo: il Tango.

Il Tango non sarà soltanto una performance artistica davanti ad un pubblico (teatri, palchi o ancor meglio per strada), ma sarà una vera e propria arma culturale che servirà a far crescere l’idea di un’Argentina nuova, che guarda al passato con stupore e ammirazione, trincerandosi però nel proprio angolo di mondo. Non importa avere intere inondazioni di europei, influenze culturali che rendono ancora oggi l’Argentina il paese americano più europeo di tutti insieme agli Stati Uniti, importa soltanto guardare il mondo sotto il proprio ideale e la propria mentalità. Ed è grazie al Tango, che sarà solo e soltanto un fenomeno argentino, che possiamo raccontare, insieme al componimento di Yupanqui, il dramma e la pura contraddizione di un paese che volle prendere in mano la fiaccola della civiltà europea per condividerla con tutto il continente americano, ma che allo stesso tempo si chiuse all’interno dei propri confini, la costituzione cambiò e lo spirito nazionale si fece più forte. Il Tango è lotta e passione, dinamismo e sofferenza, spirito nazionale e spirito di orgoglio; il tango è universalismo e cosmopolitismo.

 

Bibliografia:

  • Galeano E., 1997 [1971] Le vene aperte dell’America Latina. Milano, Sperling & Kupfer
  • Güiraldes R., 1966 [1925], Don Segundo Sombra. Milano, Collana Biblioteca Adelphi
  • Rosti M., 2011, Argentina. Bologna, Il Mulino
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