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E tu, ci pensi al futuro? Un approccio alla catastrofe

Fare per fermare il declino

«Fare per fermare il declino». Questo era lo slogan del partito di Oscar Giannino con cui si presentò alle elezioni italiane nel 2013. L’obiettivo era chiaro: mobilitarsi per fermare appunto il declino, interpretato allora come un declino economico, in accordo con l’ottica liberale di Giannino.

L’escalation di eventi a cui siamo stati sottoposti negli ultimi mesi ci hanno mostrato che il concetto di declino assume sempre più una dimensione globale e sempre più pervasiva in molteplici aspetti del quotidiano (non solo economici). Possiamo classificare, per ora, tre scenari in cui il declino assume un aspetto totalizzante: una guerra nucleare, il cambiamento climatico e una serie di pandemie globali. Sono concetti che il filosofo Timothy Morton enuncia come iperoggetti, ovvero «un qualcosa che ci circonda, che ci avviluppa e ci collega, ma che è troppo grande perché possiamo vederlo nella sua interezza» (Bridle 2018).

In tutti e tre i casi possibili, gli scenari che ci aspettano rispecchiano gli scenari post-apocalittici che Hollywood ci ha mostrato in film come Assalto alla Terra di G. Douglas, oppure in romanzi come Los Angeles: A.D. 2017 di P. Wylie, concorda il sociologo urbano Mike Davis (Davis 2020).

 

declino

 

E noi, a livello di società, come elaboriamo una minaccia simile? È possibile che il modo in cui interpretiamo “la fine” faccia parte del problema stesso?

 

Il declino: CORTOCIRCUITO

La necessità di dover cambiare l’ordine della realtà si concretizza solo nel momento in cui incappiamo in una situazione di una minaccia di distruzione totale. La reazione più naturale sarebbe quella di organizzare un’adeguata difesa volta ad assicurare la nostra sopravvivenza. È proprio qui che il pensatore Slavoj Zizek ci mette in guardia: «La minaccia della distruzione totale dell’umanità ci rende consapevoli della totalità dell’umanità; l’umanità appare come una sola entità solo se vista nella prospettiva della sua (auto)distruzione, non prima» (Zizek 2018).

Insomma è qui che viene svelato il trucco: quando siamo sottoposti alla minaccia di perdere tutto, in realtà, siamo in ostaggio di qualcosa che ancora non esiste. Gli effetti di questo comportamento creano un cortocircuito, «Quello che vogliamo salvare (…) è la realtà come sarebbe potuta essere se non fossimo stati ostacolati dagli antagonismi che hanno dato vita alla minaccia» (Zizek 2018).

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A mio parere, uno dei pericoli maggiori in cui potremmo ritrovarci con questa linea di pensiero è quella di una scollatura tra presente e progressione temporale, osservata da James Bridle.

Si tratta di ammettere che il presente si è sganciato dalla temporalità lineare, e che diverge in modo confuso ma sostanziale dell’idea stessa che abbiamo di storia.1(Bridle 2018)

Un grande catalizzatore di questa dinamica lo ritroviamo anche nel nostro metodo cognitivo, che impieghiamo ormai nella stragrande maggioranza degli aspetti della vita quotidiana, il soluzionismo.
Il soluzionismo, pensiero che affonda le sue radici nel calcolo computazionale, è il «credere che qualunque problema possa essere risolto grazie al mero calcolo» (Bridle 2018).

È funzionale, a questo punto, organizzare la nostra sopravvivenza solo attraverso la computazione?

 

Il declino: IL CALCOLO

La storia della computazione ci ha spinto ad interfacciarci con i limiti della computazione stessa. Un esempio lampante lo si può ritrovare nel GPS. La storia del Global Positioning System (GPS) è costellata da una miriade di errori tecnologici, in alcuni casi perfino fatali, come ad esempio l’abbattimento di aerei di linea scambiati per velivoli militari ostili.

Le “morti da GPS” sono riconducibili alla natura intrinseca della tecnologia: «Fondendo approssimazione e simulazione, i vati del pensiero computazionale rimpiazzano il mondo con modelli errati dello stesso; e nel processo, in quanto modellatori ne assumono il controllo» (Bridle 2018).

Ciò che queste dinamiche producono è il fenomeno noto come Automation Bias, un pregiudizio in base al quale recepiamo ed elaboriamo le «informazioni automatizzate» come molto più attendibili delle nostre stesse esperienze, anche (e soprattutto) quando sono direttamente contrapposte con osservazioni non automatizzate. (Bridle 2018).

 

Hal 9000, il famoso computer di bordo nel film “2001: Odissea nello Spazio” di S. Kubrick, 1968

 

Arrivati a questo punto, pare chiaro che vada ripensato completamente il modo in cui utilizziamo la tecnologia per far fronte al “declino”. Ad aggravare ulteriormente la situazione è la capacità cognitiva umana, sempre più rallentata dalla massiccia presenza di CO2 nell’atmosfera terrestre. «L’ anidride carbonica annebbia la mente: va a deteriorare direttamente la capacità di pensare in maniera lucida» [Bridle 2018]; e le stime sul lungo periodo giocano al rialzo. È una corsa contro il tempo.

 

Conclusione

Alla luce di ciò una qualsiasi catastrofe, in primis la crisi climatica, appare come un problema legato alla conoscenza. Ciò andrebbe a giustificare la crescente domanda di supporto terapeutico da parte dei singoli individui, volto ad elaborare il disastro ecologico imminente.

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L’uso di sistemi tecnologici è forse l’unico strumento in nostro possesso per fronteggiare questo tipo di minacce globali. Ma la mera comprensione di questi sistemi non basta, come spiega Bridle. Serve un’ alfabetizzazione alla tecnologia, che possa «trascendere l’uso pratico del sistema per analizzarne il contesto e le conseguenze (…) una conoscenza profonda del linguaggio di un dato sistema, ma anche del suo metalinguaggio» (Bridle 2018).

Questo ci serve per non incappare nel cortocircuito cognitivo e svincolarsene. Solo cambiando il modo di pensare alla tecnologia possiamo «fare per fermare il declino».

Bibliografia:

  • Zizek ,2019, Come un ladro in pieno giorno, Adriano Salani Editore, Milano (ed. or. Like a Thief in Broad of Daylight, 2018)
  • Bridle, 2020, Nuova Era Oscura, Nero editions, Roma (ed. or. New Dark Age: Technology and the end of the Future, 2018)
  • Davis, 2020, L’immaginario dell’apocalisse, Jacobin Italia, n° 7 estate 2020 (pp 32-36), Alegre, Roma
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