Il confine dei diritti: l’accusa al Memorandum tra Italia e Libia

Il 10 dicembre 1948, a Parigi, i membri dell’ONU firmarono la Dichiarazione universale dei diritti umani, il cui primo articolo recita che “tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”. Riconoscere questo principio costituisce “il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo”. Malgrado la Dichiarazione, oggi, le principali organizzazioni di charity stanno portando avanti l’accusa nei confronti della Libia e dell’Italia di aver stipulato un accordo che nega libertà e diritti ai migranti. Ebbene, a quale accordo si stanno riferendo tali organizzazioni, mentre denunciano la crisi umanitaria che sta dilagando in Libia?

 

L’intesa del 2 febbraio 2017 che cela questa realtà violenta sempre più discussa dai mass media, è stata stipulata tra Gentiloni e al-Serraj, meglio conosciuta come Memorandum. Si tratta del rinnovo del primo trattato di amicizia del 2008 tra i due Paesi (Trattato di Bengasi), il cui scopo è il contrasto dell’immigrazione illegale.

Il motivo per cui è stato necessario un accordo con la Libia è abbastanza chiaro; a seguito della richiesta dell’Europa alla Turchia di bloccare le migrazioni verso la Grecia, i flussi hanno cambiato direzione e si sono concentrati sempre più verso Tripoli, città utilizzata come mezzo per salpare in Paesi terzi. Il continuo afflusso si è dimostrato ingestibile e ha fatto sì che l’Italia seguisse le orme della decisione europea, stipulando un trattato direttamente nel Paese in cui gli imbarchi vengono effettuati.

In pratica, attraverso l’accordo, l’Italia delega la gestione dei flussi alla Libia, così come l’Europa aveva fatto con la Turchia; viene riportato nel testo stesso del Memorandum [1] la volontà alla cooperazione per risolvere le questioni influenti sull’immigrazione clandestina, la lotta al terrorismo, alla tratta degli esseri umani e al contrabbando.

L’Italia fornirebbe così supporto tecnico e tecnologico alla Guardia costiera libica per chiudere il confine meridionale dell’Africa sub-sahariana- il principale punto di transito- e per il finanziamento dei centri d’accoglienza. Dunque, i guardacoste verrebbero addestrati e finanziati dal nostro governo per respingere indietro i migranti che cercano di oltrepassare i confini della costa libica, riportandoli in terraferma.

In Libia, però, i principi fondamentali che l’Europa riconosce a qualsiasi individuo, così come a qualsiasi migrante (tramite la Convenzione di Ginevra), non vengono realmente rispettati, tanto meno dalla Guardia Costiera, la quale, con i suoi mezzi dalla discutibile umanità, è tenuta a contenere il traffico di persone che tentano “il viaggio della speranza”.

Tra i primi a interrogarsi se in Libia il lavoro venisse svolto con “mani pulite” c’è la CNN, emittente televisiva statunitense, le cui pubblicazioni riportano video [2] di alcuni migranti venduti all’asta come schiavi, persone tenute in ostaggio nei “centri di accoglienza” libici – che sono perlopiù centri di detenzione – mentre subiscono pestaggi, torture e stupri, altre costrette ai lavori forzati. Di come i diritti vengano spesso negati in Libia è una storia già nota da tempo; le scene strazianti trasmesse in televisione e i reportages di Unicef, Emergency, UNHCR e Amnesty International hanno aumentato l’indignazione anche nei confronti dell’Italia, accusata di aver firmato l’accordo senza interrogarsi sullo stato dei diritti umani vigente in Libia.

Quando sono venute a galla intercettazioni e foto shockanti, l’inumanità del trattato ha iniziato a fare scalpore, al punto da far definire Guterres, il segretario generale dell’Onu, “inorridito” dalle scene mostrate [3]. Anche Zeid Raad al Hussein, l’alto commissario dell’UNHCR, ha parlato di una situazione alquanto disumana, sottolineando che tra le vittime ci sono anche neonati. [4].

A farsi sentire sono anche le Ong che operano salvataggi in mare aperto; la Sea Watch, un’organizzazione tedesca, denuncia la brutalità dei guardacoste libici durante le operazioni dello scorso 6 novembre[5]. Oltre a ostacolare gli interventi della Onlus, viene riportato che la marina libica non ha provveduto a calare i gommini, ma anzi, ha lasciato annegare uomini, donne, e due bambini, usando all’occorrente fruste e altri mezzi possibili per ostacolare il salvataggio.

Gennaro Giudetti, volontario della Sea Watch, ha denunciato la corresponsabilità italiana delle morti con il governo di Tripoli, sottolineando la problematicità degli elevati costi del trattato[6]. Sebbene risulti alquanto spinoso trovare bilanci su quanto la messa in opera venga effettivamente a gravare, a darne un’idea potrebbe essere un articolo dell’Asgi davanti al Tar Lazio degli avvocati Crescini e Cecchini, che hanno accusato lo scorso 14 novembre il ministero degli esteri di aver finanziato con due milioni e mezzo la Guarda costiera libica per alcune “formazioni” del “personale” e dei rifornimenti [7].

Anche l’associazione italiana per la promozione dei diritti Open Migration ha sottolineato la gravità dell’accordo Italia-Libia in quanto non farebbe altro che comprovare l’esistenza dell’ esternalizzazione dei confini; il passaggio di responsabilità a un Paese terzo, il completo annullamento di quei diritti per noi fondamentali aldilà delle frontiere[8]. 

 

Comunque sia, quel 2 febbraio il Memorandum è stato acclamato a Roma come un segno di diplomazia e successo. Nonostante i numerosi dibattiti e le accuse, i centri di detenzione libici sono ancora affollati e la tratta schiavista continua a far prosperare i trafficanti.  Sono ancora molte le persone disperse, sia in mare che in terraferma. Riprendendo le parole di Eugenio Ambrosi, direttore dell’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) per Europa, Norvegia e Svizzera: “Se non verranno istituiti percorsi migratori più regolari, le altre misure rischiano di rimanere relativamente inefficaci. Dobbiamo dare vita a un approccio al fenomeno centrato sui diritti, e migliorare i meccanismi per identificare e proteggere i più vulnerabili nel processo migratorio, a prescindere dal loro status legale”.[9]

 

Fonti:

[1] http://www.repubblica.it/esteri/2017/02/02/news/migranti_accordo_italia-libia_ecco_cosa_contiene_in_memorandum-157464439/
[2] http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2017/11/14/video-cnn-in-libia-aste-di-migranti_a4bbc872-db46-4621-91c9-d1317623c10e.html
[3] http://www.onuitalia.com/2017/11/20/libia-lorrore-di-guterres-per-migranti-venduti-come-schiavi/
[4] https://www.unhcr.it/news/aggiornamenti/libia-rifugiati-migranti-tenuti-prigionieri-dai-trafficanti-condizioni-drammatiche.html
[5]http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2017/11/06/migranti-naufragio-almeno-5-morti.-ong-accusa-libia-_6a1cebf6-fd94-4ca3-a984-2c9ee21fe0d6.html
[6]https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/11/10/migranti-la-testimonianza-il-6-novembre-ho-visto-gente-che-annegava-mentre-la-guardia-costiera-libica-se-ne-andava/3970183/
[7] https://www.asgi.it/asilo-e-protezione-internazionale/libia-italia-ricorso-fondi-cooperazione/
[8]www.openmigration.org
[9]https://www.unicef.it/doc/7743/corridoi-umanitari-e-lotta-ai-trafficanti-le-proposte-di-unicef-e-oim-per-fronteggiare-il-fenomeno-migratorio-in-europa.htm

-V. Sbocchia

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Valentina Sbocchia

Laureata in Antropologia, Religioni, Civiltà Orientali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna, frequento un Master in Antropologia Medica e Salute Globale presso la Rovira i Virgili (Tarragona, Cataluña).

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