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Dark Tourism: la (non) nuova frontiera dell’intrattenimento

Dark Tourism, un’ introduzione

Il Turismo è da sempre considerato la locomotiva dell’economia dell’intrattenimento e dello svago. Da un decennio circa le compagnie aeree più conosciute sgomitano per accaparrarsi la leadership con i vantaggi più esaustivi e soddisfacenti. Chi di noi non è volato a Londra, Parigi, Berlino o Barcellona con meno di 20 euro? Bagaglio a mano incluso, sia chiaro!

Ad oggi, anno 2020, le compagnie aeree, ed in particolar modo il turismo, stanno fronteggiando una grave crisi nella quale la libertà di circolazione internazionale delle persone è limitata. Il turismo ha tuttavia una capacità di esprimersi tutta sua ed è capace di raggruppare a sé diverse nozioni di divertimento. Ciò cui andrò a discutere brevemente in questo contributo sarà infatti il Dark Tourism.

Questo concetto di viaggio è stato coniato per la prima volta da John Lennon e Marc Folley nel loro libro “The Dark Tourism: the attraction on the death and disaster” con le seguenti parole:

By Dark Tourism we intend to signify a fundamental shift in the way in which death, disaster and atrocity are being handled by those who offer associated tourism products (Lennon, Folley, 2000:3).

La morte, il disastro e l’atrocità sono il motivo per cui un turista si appassiona ad un determinato sito o luogo. Il dark tourism ha avuto un primo sviluppo già negli anni ’90 e da allora non ha fatto altro che svilupparsi, delineando nuovi rami di interesse tra cui quello dello slum tourism (il turismo nelle baraccopoli asiatiche o nelle favelas dell’America Latina).

 

Dark Tourism: alla ricerca del macabro

Impossibile è da comprendere il limite della ragione di ogni singolo individuo così come comprendere l’interesse che alcune persone hanno nei confronti dei siti macabri ed oscuri. Me lo sono chiesta durante l’isolamento e la quarantena, nei pomeriggi passati a leggere e a guardare Netflix e il documentario neo-zelandese “Dark Tourist” con protagonista il giornalista e reporter David Farrier.

Non mi soffermerò a discutere della serie di documentari, che comunque consiglio, ma bensì sulle destinazioni più ambite dagli appassionati e dai cacciatori di esperienze turistiche fuori dal comune. I siti più noti sono senza dubbio quelli che portano le ferite, le cicatrici e l’orrore del secondo conflitto mondiale. Non mi riferisco solo al Jüdisches Museum Berlin dove le lapidi degli ebrei diventano lo sfondo compatto per un selfie, il cui contrasto di colore crea quel “non so che” di ammagliante ed affascinante, dimenticando tutta la storia che ha portato quelle lapidi ad essere lì, non certo per essere fotografate ma, bensì, per non essere mai dimenticate.

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dark tourism

 

Inutile dire che tra tutti i memoriali della Seconda Guerra Mondiale il più famoso è senza dubbio il campo di concentramento di Auschwitz che con i suoi lunghi ed infiniti binari e la scritta Arbeit Macht Frei è uno dei protagonisti principali del Dark Tourism.

Ciò che attira l’attenzione è proprio l’ingresso il quale sembra perdere ogni significato dinanzi alle foto di impavidi turisti sorridenti, senza poi contare i capelli, le scarpe e le ossa all’interno delle stanze: testimonianza di un’atroce verità. Il turista non è, nella maggior parte dei casi, interessato alla storia, al periodo nazista e alle deportazioni di massa: esso è attirato dai reperti conservati, testimonianza materiale ed agghiacciante di quello stesso periodo. Crudeli reperti che vivono nonostante la morte dei deportati.

Definire e rinchiudere l’immagine di Auschwitz in un semplice ideale turistico non fa altro che mettere in dubbio l’empatia e la sensibilità umana, più interessata ad una foto ricordo piuttosto che al riguardo e al rispetto del luogo.

 

Dark Tourism: il fascino radioattivo

Questo non è certo un viaggio che si può trovare in un qualsiasi itinerario turistico, anzi, per accedervi il più delle volte bisogna fare affidamento su guide locali e siti di dubbia fiducia. Nonostante ciò, la centrale nucleare di Chernobyl è una meta per gli appassionati di Dark Tourism, il must-visit del vero avventuriero. Sarà un caso che chernobyl significa assenzio e che proprio il versetto 8:11-13 dell’Apocalisse di Giovanni recita:

La stella si chiamava «assenzio», perché avvelenò un terzo delle acque della terra, che diventò amaro come l’assenzio; e molte persone morirono.

In seguito al grave incidente del 26 aprile 1986 la centrale di Chernobyl e la cittadina di Prypjat  divennero ben presto zone off-limits: troppo pericolose per gli uomini ed ogni altra forma di vita a causa dell’estrema esposizione alle radiazioni. Ancora oggi la centrale vive, nel senso che emette costantemente radiazioni nonostante la massiccia operazione svolta in elicottero per spegnere il reattore. Enormi quantità di boro, sabbia e silicati furono sganciati per evitare il peggio ma, ancora oggi, l’area limitrofa alla centrale e le città a decine di chilometri di distanza, sono inabitate e sotto presidio militare.

 

dark tourism

 

Non basterà certo la cupola metallica alta oltre cento metri e la massiccia copertura in calcestruzzo ad impedire alle radiazioni di continuare a disperdersi e si stima che non basteranno cento anni a riportare tutto alla normalità, si parla di diverse centinaia di anni. Anni? Secoli.

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Dobbiamo prendere in considerazione che le radiazioni emesse dalla centrale furono 400 volte superiori a quelle della bomba nucleare sganciata su Hiroshima. In un episodio del documentario Netflix lo stesso David Farrier, ed un esiguo gruppo di turisti, visitano la centrale di Fukushima, gravemente danneggiata dal violento maremoto del 2011.  Un disastro nucleare non paragonabile a quello di Chernobyl ma pur sempre tale.

Lo stesso reporter nota, con insistenza, la preoccupazione dei suoi compagni che monitorano il livello di radiazioni in prossimità della zona rossa: i livelli di esposizione diretta sono talmente elevati che il gruppo decise di rinunciare alla visita. Possiamo immaginare la pericolosità di avventurarsi nei pressi di Prypjat o di Chernobyl per il solo gusto di rischiare. Sarà merito della nuova serie targata HBO ma il turismo nucleare ha registrato un notevole aumento e si stimano 180.000 visitatori all’anno.

 

Conclusioni

Con questa mia breve introduzione ho deciso di delineare quelle che sono le basi di un fenomeno in continua crescita ponendo l’attenzione su due siti principali: Auschwitz e Chernobyl. Due realtà contrapposte che non hanno nulla a che vedere l’una con l’altra, non troppo distanti a livello temporale ma irraggiungibili a livello concettuale. Cosa contraddistingue il turista che le visita?

In primis la diversità storica dei siti pone sin da subito una netta contrapposizione: il turista che visita Chernobyl è sì alla ricerca del macabro ma è, senza dubbio, estremamente curioso ed audace nella consapevolezza di incappare in un rischio concreto, e pericoloso, dannoso per la salute. Nel caso del turista classico di Auschwitz dobbiamo considerare altri aspetti: quelli umani i quali giocano un ruolo fondamentale nella comprensione totale del luogo nel quale ci si trova.

Numerose sono le foto di turisti sorridenti o in posa nonostante il tragico contesto ma, fortunatamente, vi è ancora una forte sensibilizzazione e vi è ancora la presenza di quel turista che dinanzi ad un conflitto dal quale il mondo deve ancora riprendersi, per superare il trauma senza mai abbandonare il ricordo, porta ancora rispetto.

 

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Bibliografia:

  • Lennon J., Follley M., 2000, Dark Tourism. The attraction on the death and disaster, Cengage Learning
  • Macdonald S., 2008, Difficult Heritage: Negotiating the Nazi Past in Nuremberg and Beyond, Routledge, Londra

 

Sitografia:

  • https://www.ilsole24ore.com/art/chernobyl-e-boom-turismo-nucleare-40percento-grazie-miniserie-tv-ACwNLcW
  • https://www.roots-routes.org/museums-discomfort-mario-turci-2-2/#:~:text=Le%20tre%20categorie%20che%20fanno,come%20potrebbe%20essere%20un%20infanticidio
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