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Da dove veniamo: Cladistica e Tempo Profondo

discomedusae, haeckel

«Il tempo profondo è come un infinito corridoio buio, senza alcun segno che marchi una scala di riferimento.
Il buio di tanto in tanto è rotto da un raggio di luce proveniente da una porta aperta.

Il tempo profondo è frammentario, qualcosa di qualitativamente diverso dall’arazzo di tempo a nodi fini che ci è dato nella nostra esperienza di ogni giorno. 
Possiamo pensare a un fossile come a un evento del tempo profondo.
Confrontato con l’immensità del tempo nel quale viene ritrovato, un fossile è un punto con estensione nulla: o esiste o non esiste. Di per sé, un fossile è un segno di interpunzione, un’interiezione, anche un’esclamazione, ma non è una parola né tanto meno una frase, per non dire un’intera storia.

Non è possibile collegarne uno al successivo in una forma narrata».
Henry Gee, Tempo Profondo

Con questa bellissima citazione apriamo un breve discorso riguardo ai concetti di cladistica e di tempo profondo, applicati allo studio dell’evoluzione umana.

Nell’ultimo articolo avevamo parlato delle difficoltà insite nel voler tracciare una linea che congiunga le varie specie di ominina, delle quali noi sapiens siamo gli ultimi rappresentanti; qui cercheremo di capire se questo intento abbia innanzitutto una ragion d’essere.

Per cominciare è bene premettere un concetto molto importante: i resti fossili, di qualsiasi specie ed età, rappresentano una piccolissima percentuale degli esseri hanno vissuto sulla Terra. Affinché la fossilizzazione possa avvenire debbono coincidere infatti molti fattori, e tanti altri affinché i resti possano essere ritrovati e studiati.

Questo significa che, con grande probabilità, sono esistite specie delle quali siamo totalmente all’oscuro.
Se volete credere che siano esistiti draghi e mostri marini di vario genere, siete in un certo senso liberi di farlo.

Tutto questo per dire che le conoscenze che attualmente abbiamo sul ramo evolutivo dal quale ci siamo originati non potranno mai essere lineari, o narrative, se non a fine illustrativo e divulgativo.
A tal proposito sembra opportuno aprire una piccola parentesi riguardante le due teorie sull’origine geografica di Homo sapiens, quella diffusionista, che sostiene un’origine sincretica della specie attraverso Africa ed Eurasia, e la teoria “out of Africa”, secondo la quale gli uomini anatomicamente moderni sono originari del continente africano. Ma tratteremo questo argomento nel dettaglio in futuro.

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Il concetto di cladistica, dal greco κλάδος (kládos),ramo, parte dal presupposto che ogni specie vivente possa essere collocata in rapporto filogenetico con le altre, costruendo così un figurativo albero della vitaOggi è ritenuto preferibile visualizzare un “albero cespuglioso” dai rami molto contorti e intricati, piuttosto che una pianta ad alto fusto, di haeckeliana memoria.

   L’albero della vita immaginato da Hernst Haeckel (1879)

Il processo evolutivo che ha portato alla biodiversità attuale, che per la cronaca vive un momento di grande crisi dalla fine del Pleistocene a causa dell’azione antropica, deve essere concepito attraverso centinaia di milioni di anni. Ma, a pensarci bene, facciamo fatica anche solo ad immaginare i “miseri” 75 anni che sono passati dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi. O i due millenni e poco più dall’Età Augustea. Avventurarsi nel tempo profondo sembrerebbe quasi impossibile.

Coniugando insieme i due concetti di cladistica e tempo profondo, il nostro tentativo di visualizzare la storia della Natura collassa miseramente su sé stesso e implode.

Cosa resta a noi aspiranti “crononauti” dopo questa impietosa deflagrazione?
Non tutto è perduto: anche se gli ecosistemi sono molto cambiati durante il passare del tempo, le “leggi della natura” restano vigenti, e, con le dovute cautele, l’osservazione del presente può ancora dirci molto sulle vicissitudini che hanno portato alla sua conformazione. 

Per quanto riguarda l’evoluzione del comportamento e in seguito della cultura umana, la ricerca nei siti archeologici incrociata con gli studi etnologici spesso fornisce interpretazioni di grande valore, anche se mai con assoluta certezza: questo vale anche per le scienze più “dure”.

Ad oggi, il ruolo dell’Etnoarcheologia all’interno della ricerca preistorica sta diventando sempre più marginale, messo all’ombra dalle nuove frontiere di analisi genetica, nuovi sistemi di datazione, analisi microscopica et cetera. A mio avviso nei prossimi anni potrebbe vivere una ripresa, ammesso e non concesso che l’Antropologia Culturale sappia smarcarsi dalla sua connotazione letteraria e raggiungere uno status scientifico più accentuato.

Questo sarà possibile solamente se le nuove generazioni di umanisti (sensu latu) riusciranno a creare un linguaggio comune che unisca sotto un solo egida tutti i vari settori dello studio sul comportamento umano.

Non dobbiamo incorrere nell’errore di sottovalutare il paradigma culturale quando si studia la storia dell’Uomo attraverso il Paleolitico: se vogliamo capire come funzionavano i gruppi umani del passato, è ovvio che dobbiamo osservare l’umanità attuale.

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Dopotutto la cultura, in tutte le sue accezioni, nasce proprio per questo: per carpire il Passato, leggere il Presente, sostenere il Futuro.

 

Piccolo vocabolario di approfondimento

Come sempre rimando al vocabolario dei vecchi articoli per alcuni termini qui usati

resti fossili: volendo stimare una percentuale di quanti esseri viventi subiscano il processo di fossilizzazione il risultato è intorno al 10%, ma solo una piccola parte di questi verrà trovato, e ancora meno verrà studiato.

filogenesi: processo di ramificazione delle linee di discendenza nell’evoluzione della vita.

Etnoarcheologia: disciplina etnografica che studia i prodotti materiali delle popolazioni contemporanee attraverso un metodo archeologico

Bibliografia essenziale

Tempo profondo. Antenati, fossili, pietre, Henry Gee

Paleontology: A Philosophical Introduction, Derek Turner

Ethnoarchaeology in Action, Nicholas David, Nicholas (university Of Calgary), Carol Kramer