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La costruzione dello stigma sociale cinese

Un articolo di Edoardo Zavatta

 

Il caso del Covid-19 è emblematico ed estremamente significativo, nella misura in cui il virus non viene concepito esclusivamente come mero agente virale, ma quale promotore di dinamiche escludenti e razziali nei confronti di una determinata comunità (Mbembe, 2016), in questo caso quella cinese.

Nelle battute iniziali della pandemia – che ancora oggi interessa tutti gli stati mondiali – i cinesi sono stati inquadrati come causa primaria della diffusione senza considerare la pericolosità delle relazioni sociali quando si parla di virus.

Da un punto di visto filosofico e antropologico l’attività scientifica è un’arena sociale in cui si costruisce la conoscenza (Latour, 1986), ovvero non è mero fatto biomedico ma rappresenta tutti i settori della conoscenza perché si replica socialmente. L’identificazione del Covid-19 non è solamente un fatto scientifico (Lock, 2000) poiché ha una forte valenza sociale soprattutto se la divulgazione scientifica e l’informazione mediatica lavorano slegando i rapporti di coesione sociale (Raffaetà, 2011) nel momento in cui nelle battute iniziali della pandemia non hanno trovato un punto chiaro e deciso sulla diffusione e gestione del virus.

Nella logica di rintracciare il paziente 0, di trovare la causa dell’infezione e nell’accusare la comunità cinese si è perso di vista il problema principale: come evitare la diffusione e come sensibilizzare la comunità verso un grave problema.

È importante puntare lo sguardo sulla fase iniziale del contagio e mantenere quel periodo come riferimento temporale della riflessione. Da quel momento, infatti, la patologia è stata inscritta nel corpo della comunità cinese, nella geografia dell’omonimo territorio e addirittura nella predisposizione biologica di questa determinata comunità in modo tale da produrre stigma sociale (Foucault,1992; Mbembe, 2016). Goffman definisce lo stigma sociale quale rottura tra la «identità sociale virtuale» e la «identità sociale attualizzata» di un individuo, cioè la confusione tra ciò che sembra e tra ciò che è (Goffman, 2003).

L’analisi antropologica interpretativa permetterebbe di spiegare la costruzione storica e sociale della patologia virale del caso Covid-19 attraverso l’approccio narrativo (Good, 1999). Le narrazioni permettono di elevare ad elemento di indagine l’esperienza di stigma sociale proveniente dall’associazione di una patologia a caratteristiche biologiche per comprendere cosa significa essere identificati come portatori di una malattia.

stigma

Si può essere nordcoreani, sudcoreani, giapponesi, cinesi, filippini o thailandesi, ma se si hanno gli occhi a mandorla nessuna nazionalità eliminerà una bella etichetta sociale dalla pelle. L’OMS rintraccia tra le motivazioni che hanno condotto allo stigma sociale la paura dell’ignoto, in realtà non è così: la letteratura antropologica moderna da Malinowski ad oggi ha accumulato molto materiale da poter confutare la suddetta tesi.

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La costruzione dell’informazione scientifica, infatti, può condurre a importanti condizionamenti psichici dell’opinione pubblica fino alla creazione di barriere sociali verso comunità presunte portatrici di patologie in riferimento a caratteristiche morfologiche (Sayad, 2002, Goffman, 2003).

L’informazione scientifica avviene sia attraverso articoli sia attraverso mass media. Quest’ultima opera attraverso immagini ed è opportuno rilevare l’azione delle immagini nel processo di colonizzazione dell’immaginario (Gruzinski, 1994). Queste hanno un potere didascalico talmente forte da innestare un processo di incorporazione nella popolazione italiana e dirigere l’identificazione del pericolo nelle caratteristiche biologiche dei cinesi.

La popolazione cinese ha delle caratteristiche facili da identificare che consistono negli occhi “a mandorla”. Questa caratteristica morfologica permette il riconoscimento immediato di persone di origine non solo cinese, ma anche asiatica. Se l’informazione mediatica associa la patologia geograficamente a una popolazione dalle caratteristiche morfologiche specifiche, è alta la probabilità che la paura di una grave infezione causata dal Sars-Cov-2 influenzi l’immaginario collettivo fino ad associare la patologia alle caratteristiche fisiche della popolazione che ha dato inizio alla pandemia globale.

In che modo l’incorporazione può permettere di comprendere il processo di conoscenza e l’inscrizione di patologie nel corpo della comunità cinese? La cultura non risiede soltanto negli oggetti e nelle rappresentazioni ma anche nei processi corporei di percezione attraverso i quali le rappresentazioni si formano (Merleau-Ponty, 1945; Csordas, 1994).

La fenomenologia ci permetterà dunque di riconoscere l’incorporazione di costruzioni patologiche per comprendere l’essere nel mondo della comunità cinese come realtà culturalmente e storicamente precisa (Csordas, 1994).

Questo significa che l’uomo vive il mondo con e attraverso il corpo, ma una plasmazione dell’immaginario può condurre ad esperire corporeamente il mondo e le relazioni in maniera differente, talvolta producendo fenomeni razziali da non sottovalutare.

 

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Bibliografia:

  • Agamben G., (1998), Homo Sacer, Stanford University Press;
  • Csordas T., (1994), Embodiment and Experience: The Existencial Sround of culture and Self, Cambridge University Press;
  • Foucault M., (1992), Tecnologie del sé, Bollati Boringhieri;
  • Goffman, (2003), Stigma. L’identità negata, Ombre corte;
  • Good B., (1999), Narrare la malattia. Lo sguardo antropologico sul rapporto medico- paziente, Einaudi;
  • Kleinman, A., (1980), Patients and healers in the context of culture. University of Califronia Press: Berkeley;
  • Kleinman, A., (1995), Writing at the Margin: Discourse Between Anthropology and Medicine. Berkeley: University of California Press;
  • Latour B., Woolgas S., (1986) Laboratory Life: The construction of scientific facts, Princeton University Press;
  • Latour B., (2015), Non siamo mai stati moderni, Elèuthera;
  • Lock M., Young A., Cambrosio (2000) Living and Working with the New Medical Technologies. Intersections of Inquiry. Cambridge University Press;
  • Mbembe A., (2016), Necropolitica, Ombre Corte;
  • Merleau-Ponty, M., 1945, Phénoménologie de la perception, Paris, Gallimard; trad. it. 2003, Fenomenologia della percezione, Milano, Bompiani;
  • Raffaetà, R., (2011), Identità compromesse. Malattia e cultura: il caso dell’allergia. Ledizioni, Milano.