Costruire la Satī. Dal dibattito coloniale alla risposta femminista al caso del 1987

Cosa significa discutere di una pratica rituale e del complesso di valori e simbologie a cui risponde? Mettendo da parte gli aspetti nozionistici e storico – cronologici, la narrazione restituisce una fedele immagine della società in cui il discorso prende forma, e di come le dinamiche a essa interne cambiano nel tempo.

 

Le implicazioni sociali del dibattito

Nel caso della Satī1Satī è una divinità induista, dal cui nome deriva l’omonima pratica funeraria indiana. Prevedeva che, una volta morto il marito, la vedova si bruciasse viva sulla sua pira funeraria. Il rito era percepito come un atto di devozione verso il marito e solo le donne virtuose erano in grado di compierlo. Si diffuse in epoca medievale tra le caste dei sacerdoti e dei militari., il dibattito che a partire dall’epoca coloniale anima la scena indiana e internazionale si snoda su diversi fronti: la dimensione religiosa e tradizionalista si intreccia con quella del genere, ed entrambe sono inserite in una cornice socio – economica più ampia.

Parlare dell’immolazione della vedova sulla pira funeraria del marito significa restituire un’immagine della società in cui questo discorso prende forma; le dinamiche sottese riguardano chi anima il dibattito, in quale contesto e con quali termini. Da questa analisi, ne deriva una comprensione dei significati sociali implicati nelle riflessioni proposte.

Si potrebbe pensare che la Satī, più che il rito funebre in sé sia la sua costruzione attraverso il dibattito: costruzione a cui partecipa anche l’evoluzione culturale a partire da un mito originario che presenta molte più differenze che analogie con la pratica, nei termini di una diversa agency di genere.

Se Satī, moglie di Siva, vendica spontaneamente un’offesa fatta al marito lasciandosi bruciare viva, col tempo il nome della dea è diventato il prototipo della devozione coniugale, da manifestarsi nel caso estremo della morte del marito.

Questo slittamento di senso e del ruolo della donna risponde ad esigenze di tipo economico e sociale che si sono create nel tempo: la disgrazia della vedovanza era percepita come la colpa della moglie che sopravvive al marito, e rappresentava una condizione sociale riprovevole e per questo ostracizzata.

Di Satī se ne parla da sempre, ma la risonanza che ha avuto la sua riproposizione nella scena internazionale a partire dal XIX secolo è la base su cui si costruisce la sua immagine odierna. Questo perché fu un dibattito dal profondo senso sociale e politico, in un momento in cui l’India cercava di imporre la sua affermazione culturale sulla scena pubblica, in particolar modo di fronte all’egemonia britannica.

La riflessione sul sacrificio della vedova si articola infatti fra India ed Europa. La Satī narrata dagli intellettuali indiani restituisce una visione del complesso di valori morali e di dinamiche interne alla società. Se per alcuni riformisti abolire la Satī rappresentava un punto di partenza per una più ampia riforma sociale, per i più conservatori significava andare contro ai valori induisti, da difendere contro l’imperialismo culturale occidentale.

Ma di Satī cominciano a parlarne anche gli amministratori coloniali inglesi; si registra infatti un aumento dei casi in questo periodo, imputabile alla destrutturazione del sistema di proprietà della terra. E i pellegrinaggi alla casa della defunta, opportunamente trasformati in santuari domestici, garantivano un ritorno economico alla famiglia.

La Satī narrata dagli inglesi è una costruzione altra del rito: la spinta abolizionista si basava sull’uso funzionale alla politica coloniale delle idee illuministe di progresso e diritti umani. Era una pratica barbara e violenta che andava interdetta2Si arriverà alla proibizione per legge solo nel 1829. per una completa modernizzazione dell’India sotto la guida britannica.

In che modo la narrazione coloniale della Satī getta le basi per una sua risignificazione nel dibattito pubblico post Indipendenza? La storiografia post coloniale si proponeva di decostruire il principio di dominanza che aveva dominato fino a quel momento: la narrazione della storia era schiacciata sul protagonismo delle classi sociali più elevate.

Nel caso del rituale di immolazione, la voce delle vedove si perdeva nella macrocategoria spersonalizzante e indefinita di “donna”, alla quale gli storici cercano ora di dare finalmente voce. Ed è proprio tra gli anni Settanta e Ottanta che il concetto di genere come categoria sociale comincia ad essere analizzato nella sua complessità storica, ponendo l’attenzione su come si è scritto delle donne e come questo abbia contribuito a plasmare la loro soggettività.

La filosofa e attivista nel campo degli studi di genere Gayatri Spivak critica questa impostazione: se l’intenzione era quella di ricostruire la storia dal punto di vista delle masse, ne deriva un’immagine non del tutto autentica, la rappresentazione (quindi non una presa di parola diretta) arbitraria ancora una volta inserita in un discorso dominante.

La Spivak, nel celebre saggio Can Subaltern Speak? riflette sulla costruzione della donna come categoria sociale di “subalterno” che ha dato origine, nel caso della Satī, a una narrazione del rito che risente di queste categorizzazioni, in cui il reale vissuto delle donne rimane silenzioso.

La rilettura del rito nella dimensione più ampia delle asimmetrie di genere e di classe presenta il limite che paradossalmente la storiografia post coloniale voleva evitare, l’etichettatura che deriva da una logica patriarcale e imperialista che nel tempo ha cristallizzato le disparità di genere.

Il dibattito abolizionista in nome di un progresso occidentalizzante nasconde una dinamica di dominanza maschile: «white men saving brown women from brown men» (Spivak 1988:297). E anche la visione dei tradizionalisti indiani presenta delle analogie: «the women actually wanted to die» (Spivak 1998:298).

Se apparentemente la frase “le donne si sacrificavano di loro spontanea volontà” può far pensare ad un effettivo ruolo attivo, in realtà è una messa in atto della rappresentazione: le vedove sono costruite in quanto soggetto narrato e incorporano questa condizione.

 

Il caso di cronaca

Il saggio della Spivak viene pubblicato nel 1988, un anno dopo il caso di Deorala, villaggio nel Rajasthan. Nel settembre del 1987 la diciottenne Roop Kanwar si getta sulla pira funeraria del marito Mal Singh, morendo tra le fiamme. In questo senso, la sua morte non è diversa dalle molte altre accadute nel corso della storia.

Ma la spettacolarizzazione mediatica dell’evento, attraverso la diffusione di cartoline votive con le foto della “santificazione” sul rogo della ragazza, i servizi televisivi e la creazione del santuario nella sua casa natia la rendono subito un caso di cronaca molto discusso che riaccende il dibattito. L’opinione pubblica è divisa fra l’elogio della tradizione e la condanna.

 

Satī

 

 

In particolare, la vigorosa reazione dell’attivismo femminile si concentra sulla violenza di genere che il rito e la morte di Roop rappresenterebbero. Perché questo evento è stato subito descritto come Satī e non come murder (Oldemburg 1994:106)? Parlare di omicidio rende chiaro il senso di ingiustizia sociale che veniva attribuito alla morte della ragazza.

E’ proprio la glorificazione della defunta e del suo gesto eroico, opera mediatica, che fa della morte una Satī, espressione del legame con le tradizioni religiose. Al centro del discorso femminista la questione dell’agency femminile, annullata dall’ideologia religiosa che legittima un sacrificio.

Ma non si tratta, ancora una volta, di categorizzare la donna in una condizione di vittima, quella rappresentazione arbitraria di cui parlava la Spivak? L’esasperazione dei già accesi toni femministi si ritrova nel contributo di Laura Piretti Santangelo, studiosa già membro dell’Unione Donne Italiane.

Da osservatrice occidentale (Piretti Santangelo 1991:10) , quale lei stessa si considera, guarda alla morte di Roop da una precisa prospettiva di genere, ma anche personale e politica: «non mi travestirò da studiosa senza sesso e senza storia che intende analizzare un fenomeno con distacco» (Piretti Santangelo 1991:14). Pensare la Satī come espressione della violenza di genere significa però inserirla nelle rivendicazioni femministe all’occidentale, concettualizzazione estranea al sistema di pensiero indiano. 

La significazione del rituale attraverso il dibattito pubblico assume anche accesi toni politici: è il caso di Ashis Nandy, filosofo sociale e psicoanalista indiano. La sua contro – narrativa all’interpretazione che demonizza la tradizione indiana si snoda su una più ampia riflessione sul processo di occidentalizzazione culturale vissuto dall’India.

Nella distinzione della Satī come evento pubblico e come rituale che risponde a un complesso di valori degno di rispetto risiede la sua rivalutazione quasi nostalgica della tradizione religiosa indiana. La morte di Roop Kanwar sarebbe dunque espressione del profondo legame con questa, per cui il sacrificio della vedova simboleggia la virtù femminile.

La distorsione di senso divenuta predominante è frutto di una “colonizzazione occidentale” della mentalità. La costruzione sociale del genere e la relativa gerarchia sono state interiorizzate e hanno prodotto una visione della Satī come usurpazione dei diritti della donna.

La narrazione di Nandy sembra però procedere per dicotomie: da un lato l’autentica cultura indiana, dall’altro l’oltraggio dell’imposizione del pensiero occidentale. Se concepiamo la tradizione come un complesso di saperi, valori, credenze trasmesse nel tempo e per questo soggette a una continua evoluzione, questa netta contrapposizione si rivela inadeguata.

Decostruire una concezione significa privarla delle sue caratteristiche stereotipate, ma nel caso dell’immagine della Satī il discorso post coloniale assume i toni di rivendicazione politica e femminista, rimanendo intrappolata in un complesso di logiche debitrici dello sguardo occidentale.

Oggi la Satī è proibita per legge: può essere arrestato sia chi la promuove, sia chi assiste passivamente all’evento. La maggior parte dell’opinione pubblica è contraria, perciò i fenomeni di pressione sulle vedove sono molto rari, nonostante ci siano ancora donne che tentano il suicidio sul rogo funerario del marito.

 

Bibliografia:

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  • Stratton Hawlet J., 1994, Satī, the Blessing and the Curse, Oxford University Press
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