Cortès e Moctezuma: dialogo e comunicazione tra alterità

Cortès e Moctezuma: dialogo e scontro tra alterità

L’8 novembre del 1519, lungo uno degli imponenti ponti che collegavano la maestosa città messicana di Tenochtitlan (odierna Città del Messico, al tempo edificata in mezzo al lago Texcoco, ora prosciugato) alla terraferma avvenne un incontro storico senza precedenti: il comandante di una piccola spedizione spagnola Hernan Cortès, incontra il sovrano di uno dei più potenti ed organizzati stati dell’America precolombiana: l’imperatore messicano Moctezuma II Xocoyotzin.

 

 

Incontro tra Cortès e Moctezuma
https://www.pbs.org/conquistadors/cortes/cortes_e03.html

 

 

L’incontro non è che l’epilogo di una lunga serie di trattative e negoziazioni tra lo spagnolo e i diplomatici dell’imperatore azteco, contemporaneamente segnerà l’inizio della caduta del potere degli Aztechi (Mexhica, così come si autodefinivano i nativi) nel Mesoamerica. Se l’incontro tra Cristoforo Colombo e i caraibici Tahino, avvenuto appena dopo lo sbarco alle Bahamas nel 1492, sarebbe assimilabile ad uno sbarco sulla Luna dell’epoca moderna (tanto, secondo il sistema delle periodizzazioni, da segnarne l’inizio) l’incontro tra Cortès e Moctezuma segna il primissimo dialogo tra le grandi potenze del continente europeo e di quello americano: il Sacro Romano Impero di Carlo V e il Mēxihcatlahtohcāyōtl del tlatoani Moctezuma.

Per la prima volta dallo sbarco in America da parte degli europei, questi si imbattono nelle magnifiche città dorate e piene di vita tanto sognate fin dal primo viaggio di Colombo attraverso l’Atlantico e, come il cronista della spedizione spagnola Bernal Diaz del Castillo descrisse, gli stessi conquistadores rimasero stupefatti di fronte ad una simile ricchezza e monumentalità. La storia già la conosciamo bene: dallo stupore gli occhi degli spagnoli cominciarono a luccicare di avidità di fronte a tutto quello sfarzo. Gli abiti di Moctezuma parlavano da soli: caschi di piume rosse di spatola e piume verdi di quetzal ornate di oro, coltelli di selce rivestiti in oro, gioielli di giada e di oro, i pendenti degli ornamenti erano anch’essi in piume di quetzal e nuovamente ornati di oro. Contrariamente al suo abbigliamento l’atteggiamento del sovrano azteco però è timoroso, titubante, incerto descrive il cronista della spedizione Bernal Diaz, contrariamente Cortès, circondato da migliaia di Mexhica nel cuore del loro impero, si mostra sicuro e forte nonostante la sua ovvia vulnerabilità strategica.

L’intento dell’articolo è quello di mettere in luce la teoria del filosofo bulgaro Tzvetan Todorov espressa nel saggio – La conquista dell’America. Il problema dell’altro. – Todorov infatti nei primi capitoli dell’opera cerca di far riflettere sulla superficialità delle motivazioni che comunemente si attribuiscono alla vittoria folgorante di pochi europei contro migliaia di mesoamericani nel XVI secolo. Comunemente tale successo lo si attribuisce alla superiorità tecnologia degli armamenti: archibugi, cannoni, spade e armature forgiate in ferro. Armi estremamente utili furono ovviamente anche il cavallo, sconosciuto ai messicani e la guerra batteriologica iniziata inconsapevolmente dagli spagnoli con l’introduzione del vaiolo e del morbillo nel continente americano.

In realtà, sostiene Todorov, non è possibile ridurre il segreto della vittoria spagnola a questo: i soldati di Cortès erano cinquecento (al momento della marcia verso l’entroterra messicano centocinquanta furono lasciati a presidiare Veracruz e si procedette con i restanti trecentocinquanta), archibugi e moschetti non superavano la ventina ed erano armi ancora rudimentali: le polveri spesso si bagnavano con il clima tropicale e nemmeno le corazze in ferro risultavano comode in un simile ambiente. Con loro portavano solo una decina di pezzi d’artiglieria e sedici cavalli. Improbabile dunque che solo queste siano state le ragioni della vittoria, troppo spesso non si tiene conto di altri elementi, forse più astratti ma altrettanto decisivi: la conoscenza dell’altro, il modo di classificarlo e la comunicazione. Moctezuma e Cortès sono la personificazione massima di questi sistemi di significato, europeo e messicano, a confronto.

All’incontro tra i due sta un altro personaggio chiave della conquista mesoamericana: Malintzin, o come viene ricordata tutt’oggi dai messicani la Malinche, una donna indigena la quale conosceva il nahuatl, cioè la lingua dei dominatori aztechi consegnata come schiava ai Tabaschi di Potonchàn. Cortès infatti, appena approdato sulle coste del Messico e prima ancora presso le coste yucateche a meridione, per prima cosa aveva cercato degli interpreti: la base della comunicazione per riuscire in quell’impresa che sarebbe stata molto più di una semplice esplorazione o estorsione di denaro ma il collasso strutturale della dominazione messicana. Presso le popolazioni maya dello Yucatan il conquistador arruola un naufrago di una precedente spedizione avvenuta nel 1511, un tale Jeronimo de Aguilar il quale aveva imparato la lingua yucateca grazie alla quale riuscì, per conto di Cortès, comunicare con Malinche la quale a sua volta traduceva le parole spagnole agli Aztechi. Le doti linguistiche di Malinche erano così straordinarie da non necessitare più in pochissimo temo della mediazione di Aguilar: in pochi mesi la donna già era in grado di parlare spagnolo.

 

 

Malinche traduce per Cortès
http://www.mexonline.com/history-lamalinche.htm

 

 

Durante il dialogo tra gli esponenti dei due mondi è facile immaginare un Cortès in grado di comunicare molto più facilmente rispetto a Moctezuma, il quale non possiede interpreti dal momento che aveva fatto di tutto per riuscire a distogliere gli spagnoli dal loro intento di incontrarlo personalmente presso la sua capitale, inviando loro ori e preziosi perché prendessero il mare. Neppure l’intervento di specialisti in malocchi e maledizioni e di guerrieri recanti spaventose minacce di morte riuscirono a far retrocedere i conquistadores dalle loro intenzioni. Contrariamente l’invio loro di doni da parte dell’imperatore messicano non fece altro che eccitarli ulteriormente. Moctezuma rimane, almeno nei primi istanti, immobile ed ammutolito di fronte alla loquacità dello spagnolo il quale si avvale del vantaggio di parlare per primo, scelta che mette in discussione l’autorità del sovrano mesoamericano: il concetto stesso di tlatoani nel mondo azteco è di colui che può, prima degli altri e meglio di chiunque, professare l’uso della parola.

Grazie alla sua interprete indigena Cortès ha ricavato un determinato tipo di informazioni: luoghi, nomi, istituzioni, insegne dell’Impero messicano e sa come usarle a suo vantaggio. Per prima cosa si rende conto delle divisioni sociali e culturali all’interno del sistema mexicha e si presenta come un liberatore agli occhi di Tlaxaltechi e Totomachi i quali alleandosi a lui forniscono vettovagliamenti e migliaia di guerrieri. In questa comprensione della realtà geopolitica mesoamericana Cortès forgia una delle chiavi della sua futura vittoria. Da sottolineare infatti come probabilmente questi popoli non riconobbero negli spagnoli dei colonizzatori dato che nella loro esperienza il male peggiore risultavano essere appunto gli Aztechi, descritti a Bernardino de Sahagun come invasori scesi dal nord violenti e rapaci.

Moctzuma nonostante ricevesse continuamente informazioni sugli spostamenti degli spagnoli e sulle loro alleanze non è in grado di sfruttare i suoi vantaggi (il numero dei suoi uomini e il suo territorio) oltre quelli ottenuti dalle stesse informazioni ricevute. Alla notizia che un gruppo di spagnoli sotto il comando di Panfilo de Narvaez è giunto a Veracruz per arrestare Cortès, colpevole di aver disubbidito al governatore di Cuba, Moctezuma rimane immobile esortando il suo popolo a non ribellarsi agli spagnoli, nonostante il netto vantaggio delle circostanze.  In generale Moctezuma rimarrà quasi sempre soggiogato e impressionato dal comportamento dei conquistadores tanto da venir definito come una donna dalla sua stessa gente ad un certo punto della conquista, nel 1521. Il suo atteggiamento davanti agli eventi e alle informazioni ricevute è emblematico: rinuncia alla parola, simbolo di un tlatoani, ammutolisce e si deprime chiudendosi in sé stesso quasi a sembrare morto, sostengono i testimoni. Non è per forza un atteggiamento di passività, come avrebbero pensato gli spagnoli, ma quello che per gli Aztechi sarebbe stato un segnale di rassegnazione di fronte all’inevitabile.

I cronisti riportano che ogni volta Moctezuma riceva notizie sugli spostamenti degli spagnoli cada in profonda e silenziosa angoscia, tanto da far uccidere o imprigionare coloro che gliele recano. L’imperatore non ha la minima idea, a quanto emerge, di come far utilizzo delle informazioni ricevute. In un mondo esattamente ben strutturato e organizzato, dove nulla accade per puro caso, il sovrano azteco è in grado di concepire solo ciò che rientra nelle strutture prestabilite dalla propria cultura. Sia ben chiaro: gli Aztechi concepiscono bene l’alterità. La parola nahuatl, che definisce il loro sistema linguistico, designa il saper parlare bene e questa qualità differenzia i Mexicha da tutti gli altri popoli la cui lingua ricorda più un balbettio oppure una lagna: Chicimmechi, Toltechi, Taraschi, Tabaschi, Huastechi, Tlaxaltechi sono intesi come diversi dagli Aztechi, alcuni addirittura sono considerati barbari ed estranei secondo il metro di misura della loro civiltà. Quando le notizie riguardano queste popolazioni l’imperatore è perfettamente in grado di decifrarle e decidersi sul da farsi poiché si tratta di un sistema definito di informazione.

 

 

Suggestiva rappresentazione dell’incontro tra Cortès e Moctezuma (la Malinche sta al fianco del conquistador). Cortès è mostrato come una divinità.
https://www.pressenza.com/es/2019/05/traidora-o-sobreviviente-la-otra-mirada-a-la-malinche-la-traductora-de-hernan-cortes/

 

 

Tlaxaltechi e Huaraschi rientrano infatti perfettamente in un sistema definito e cristallizzato dell’alterità nella cultura azteca, sono classificati all’interno della gerarchia del mondo azteco come gli “altri”, i sottomessi, coloro che debbono pagare i tributi al sovrano. Più un popolo vive lontano più è considerato barbaro, i vicini per quanto stranieri, sono più apprezzati. Gli spagnoli sono però una diversità troppo radicale che per nulla rientra negli schemi messicani, la loro identità non è definita e il significato della loro esistenza non rientra in nessuna struttura: davanti a loro l’intero sistema di comunicazione interumano azteco fallisce.

Secondo Todorov il comportamento di Cortès è guidato dalla consapevolezza (consapevolezza ottenuta grazie alle sue informazioni) che l’identità sua e dei suoi uomini ma soprattutto le loro intenzioni non sono codificate all’interno del sistema classificatorio indigeno. Lui stesso alimenta il clima di incertezza che aleggia, agli occhi dei Mexicha, sulla sua spedizione. Ogni sua decisione prende di sorpresa i funzionari del sovrano indigeno, il comportamento degli spagnoli è così imprevedibile che il sistema di comunicazione azteco ne risulta sconvolto: le alleanze con i capi sottomessi agli Aztechi, la marcia verso la capitale con sole poche centinaia di soldati, il fatto che nonostante i doni e le richieste di lasciare il paese questi uomini bianchi continuino ad insistere a voler far visita al sovrano azteco.

L’atteggiamento del conquistador è contradditorio ma calcolato: dalle stesse lettere inviate al sovrano Carlo V emerge prima di tutto la sua capacità ad adattarsi ad ogni evenienza pur di ottenere la vittoria. Cortès con le sue azioni politiche si presenta inizialmente (già dal momento in cui sigla le prime alleanze con gli abitanti di Cempoala) a Montezuma sia come un potenziale amico (salva dalla morte i diplomatici imperiali catturati dai suoi alleati indigeni) sia come un potenziale acerrimo nemico mandando in confusione il sovrano azteco, già indeciso sul come agire. Per tutto il “dialogo” Montezuma non mira ad agire per primo, differentemente da Cortès, ma costretto a seguire le regole degli spagnoli si limita a cercare di mantenere lo status quo, oppure a malapena reagire.

 

 

Cortès
Ritratto di Moctezuma Xocoyotzin (“Uomo arrabbiato che scaglia frecce verso il cielo”)
https://www.magnoliabox.com/products/portrait-of-montezuma-ii-42-59854287

 

 

Perché l’imprevedibilità degli spagnoli risulta così decisiva per il crollo psicologico degli Aztechi? Nel mondo messicano nessun avvenimento accade per caso, come già citato precedentemente. Ogni avvenimento, secondo la concezione ciclica del tempo, è prevedibile da parte di sacerdoti ed appositi indovini: per concepire il presente bisogna rivolgersi al passato dal momento che se accade ora vuol dire che in un determinato momento è già avvenuto prima. Nulla vale di più della valorizzazione del passato e del mantenimento inalterato di quelle che vengono considerate tradizioni legate al rispetto delle gerarchie per garantire una società funzionante. Appena un’usanza viene interrotta ecco che si scatena il caos, il disordine di cui gli spagnoli potrebbero essere risultato. L’imprevedibile non è ammesso in una società votata ad una rigida e netta interpretazione dei segni e della realtà: ogni innovazione creativa si cerca metaforicamente di inserirla e giustificarla grazie e all’interno dello stesso sistema del “nulla per caso”.

Come inserire però l’arrivo degli spagnoli all’interno di un sistema legato al ritorno ciclico degli avvenimenti e che non ammette mai nulla di totalmente nuovo a meno che non possa essere integrato? Secondo Todorov gli Aztechi per questo fecero largamente uso dei presagi collegati all’avvento spagnolo. La cronaca della conquista redatta da Bernardino de Sahagun presenta una notevole quantità di presagi negativi, simili ad altri avvenuti nello stesso periodo in tutto il centro e sud America, precedenti anche di dieci anni all’avvento degli europei conquistatori. I sogni di Moctezuma, le comete, il racconto indigeno sul ritorno del dio-re (forse un eroe culturale) Quetzalcoatl con il quale sarebbe stato confuso lo stesso Cortès sembrano essere stati inventati appositamente a cose fatte. Perché? Gli Aztechi sono esperti nel dialogo con il mondo, con tutto ciò che li circonda e devono inserire ogni avvenimento all’interno di un quadro prestabilito e sensato secondo i loro sistemi di comprensione della natura, del tempo e della società.

 

 

Cortès
Quetzalcoatl (“il Serpente piumato di quetzal”)
https://www.historycrunch.com/quetzalcoatl.html#/

 

 

L’arrivo degli spagnoli costringe gli indigeni messicani ad inserire l’avvenimento in una rete di rapporti  sociali e sovrannaturali dove l’elemento in questione viene addomesticato e assorbito all’interno del loro sistema di credenze. Le profezie sono necessarie a dimostrare che il sistema di comunicazione azteco con il mondo che li circonda non ha fallito dal momento che il disastro e il silenzio degli oracoli era come minimo già stato preannunciato dal momento che prima non era mai avvenuto nella storia. Gli Aztechi percepiscono la sconfitta (politica, militare addirittura spirituale) e la superano mentalmente allo stesso tempo, inscrivendola all’interno di una storia concepita per le loro esigenze. Il presente, altrimenti inammissibile secondo le loro concezioni, diventa quindi accettabile, comprensibile e non contraddice le loro credenze.

La sventura quindi finisce per essere accettata e compresa ciò che rimane da capire per i Mexicha rimane chi sono questi spagnoli. Esiste un logo comune non ancora del tutto sfatato: erano o non erano considerati divinità? Secondo Todorv se da una parte il mito storico di Cortès assimilato a Quetzalcoatl rimane una trovata successiva alla conquista dichiara comunque che gli Aztechi di fronte agli europei abbiano rinunciato al loro sistema di alterità umane (uguale-uomo, diverso-cultura) sentendosi spinti a ricorrere all’unico altro dispositivo accessibile ed accettabile: lo scambio con dèi. Differentemente dagli incaici, il cui sovrano Atahualpa vi credette fermamente, e dai popoli maya, i quali invece non vi credettero minimamente, gli Aztechi sembrano averci creduto in un primo momento (almeno fino alla morte di Moctezuma). Questa differenza Todorov la giustifica in base ai sistemi di scrittura presenti in ognuna di queste tre culture: la scrittura potrebbe, secondo il filosofo, essere indice dell’evoluzione delle strutture e degli schemi mentali e quella fonetica maya risultava essere la più complessa ed elaborata.

 

 

Cortès
La leggenda di Quetzalcoatl. Murales al Palacio National de México (Diego Rivera)
https://www.bluffton.edu/homepages/facstaff/sullivanm/mexico/mexicocity/rivera/quetza.html

 

 

Todorov su questo avanza comunque delle riserve dal momento che Moctezuma sembrerebbe aver più volte minacciato di far uccidere tutti gli spagnoli tra i suoi continui cambi di idea e di opinione. Il tema di Quetzalcoatl rientrerebbe però nel sopracitato schema mentale azteco del ritorno ciclico. Il sovrano sapeva bene che il suo popolo era giunto da nord come invasore e usurpatore della precedente dinastia dei Toltechi di cui si erano appropriati delle usanze e di cui avevano riscritto la storia a loro piacimento. In un clima di “senso di colpa” nazionale avrebbe avuto senso nell’ l’ottica dei Mexicha giustificare l’arrivo degli spagnoli come il ritorno dei Toltechi e dei loro dei per riconquistare la terra perduta. Tuttavia il clima di perenne incertezza e indecisione di Moctezuma impedisce di tracciare un quadro perfettamente delineato del suo personaggio e della sua psiche. La cosa di cui il sovrano messicano era più terrorizzato però era l’idea che Cortès volesse vederlo ed incontrarlo di persona.

Ogni giorno Moctezuma inviava istruzioni sul da farsi ai suoi alleati sottomessi: ogni giorno un ordine diverso. Prima vuole che gli spagnoli vengano trucidati, il giorno dopo che vengano accolti con tutti gli onori. Agli spagnoli è disposto a dare qualunque cosa purché non si avvicinino alla sua capitale e non pretendano di incontrarlo. Su quest’ ultimo punto è sempre irremovibile: accetterà di vedere Cortès solo quando questi sarà ormai inevitabilmente alle porte di Tenochtitlan. Paura? Terrore? Incertezza? Probabilmente la richiesta di Moctezuma è dovuta a ragioni culturali: il corpo del sovrano è un tabù invalicabile.

Il corpo del sovrano è un tutt’uno con la sua persona regale: a nessun è consentito guardarlo negli occhi se non a specifici membri della corte. L’idea che un personaggio così incontrollabile pretenda pure di incontrarlo lo inorridisce. Gli storici e nemmeno Todorov riescono però a spiegarsi allora il perché Moctezuma decida comunque di accogliere gli spagnoli nella sua capitale ma soprattutto il perché non opponga resistenza quando questi lo catturano come ostaggio, all’interno del suo stesso palazzo. Agli occhi del sovrano quindi questi europei dovevano certamente risultare qualcosa di speciale, rispetto a tutti gli altri.

Differentemente Cortès punta tutto su una comunicazione differente: se per gli Aztechi conta il dialogo con il mondo, con il divino per lo spagnolo conta il dialogo interumano e l «altro» viene immediatamente riconosciuto. Per descrivere i nativi i conquistadores cercano dei termini di paragone che ritrovano sia nel loro passato sia nel loro presente. Gli indigeni sono subito classificati come pagani, in alcuni casi paragonati ai mussulmani oppure agli indiani delle Indie portoghesi. Non sono sopraffatti dal problema della classificazione.

Allo stesso modo i popoli maya dello Yucatan inseriscono gli invasori spagnoli nell’elenco delle popolazioni che in passato avevano già invaso le loro terre. I Mexicha non possono far conto su una simile esperienza già vissuta, cioè quella dell’invasione straniera. La civiltà europea del tempo non è ancora eurocentrica piuttosto è allocentrica: il centro simbolico del mondo, per la cultura tardomedievale e rinascimentale non si trova in Europa bensì all’interno del mondo dominato dagli islamici, cioè Gerusalemme. Allo stesso modo la cultura rinascimentale vede nell’età ideale il passato greco-romano, il mondo pagano. Quindi il centro del mondo non è all’interno bensì altrove, all’esterno.

La religione cristiana è intesa dagli spagnoli come un mezzo, una giustificazione per l’espansione differentemente da quella azteca che mira, apparentemente sostiene Todorov, a mantenere e giustificare uno status quo. Lo stesso vale per il genere di guerra portato avanti dagli europei: per Cortès il senso della guerra è l’efficacia, non dà valore ai presagi se non in termini positivi. Gli Aztechi contrariamente seguono una guerra la quale prevede continuamente delle formalità da rispettare trattandosi di un aspetto della vita quotidiana necessario a rafforzare i valori imposti dalla società: se queste non vengono rispettate essa (la guerra) è già considerata persa in partenza.

 

 

Cortès
Murales raffigurante Tenochtitlan. Palacio Nacional de México (Diego Rivera)
https://www.pinterest.it/pin/162270392794797376/?lp=true

 

 

Todorv non vuole, con la sua teoria, sminuire il valore assunto dalla superiorità tecnologica degli europei e la micidiale potenza della guerra batteriologica, vuole però innalzare il valore della comunicazione e della conoscenza nel contesto dell’assoggettamento dei popoli del Mesoamerica. Gli Aztechi, superiori sul piano della comunicazione con il mondo e con la loro realtà culturale hanno perso sul piano della comunicazione interumana nei confronti degli spagnoli conquistatori, i quali in quest’ ultima si dimostrarono ben più preparati uscendone vittoriosi, trattandosi di un conflitto tra uomini. La loro vittoria è però problematica dal momento che non esiste un solo genere di comunicazione, una sola dimensione dell’attività simbolica.

Ogni azione ha la sua parte di rito e la sua parte di improvvisazione, ogni azione è sia codice prestabilito sia contesto a cui adattarsi. Esiste la comunicazione con il mondo e la comunicazione con gli uomini, e non c’è da stupirsi se in un confronto tra uomini abbiano vinto gli specialisti di quest’ultima forma di comunicazione. Questa vittoria però ha arrecato un grave colpo alla nostra capacità europea di comunicare con il mondo: ci dà l’illusione che ogni tipo di relazione possa essere solo interumana. Dopo aver imposto il suo dominio sul globo e aver schiacciato ogni forma di resistenza culturale l’europeo ha schiacciato ogni possibilità di interazione con il mondo. Inizierà dunque a sognare il mito del buon selvaggio e della sua relazione con la natura e la realtà a lui circostante ma a quel punto il buon selvaggio è già morto oppure assimilato, ormai non esiste più.

 

 

Bibliografia:

Fagan, Brian M. 1989, Gli aztechi, Milano, Garzanti editore, traduzione di Barbara Besi Ellena

Tzvetan, Todorov, 2014 (1982), La conquista dell’America. Il problema dell’altro. Torino, Einaudi editore, traduzione di Aldo Serafini

Von Hagen, Victor W. 1963 (1962), Antichi imperi del sole, Milano, Arnoldo Mondadori editore

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Nicolò Favotto

Studente e prossimo alla laurea triennale in Storia e Antropologia presso l'Università Ca Foscari di Venezia. Amante dei viaggi (di volontariato e anche non) e della lettura. Interessato alla disciplina su più livelli (sia in termini di tempo che di spazio) ma in particolare e soprattutto all'ambito delle religioni, dei culti e dell'identità etnica legata ed esse oltre che per situazioni sociali in cui molte "culture tradizionali" vertono oggi. Credente e a tratti "superstizioso" ha un certo interesse anche per il mondo della divulgazione orale e della scrittura.

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