Confronto di esperienze: la Cultura nel suo rapporto con l’alterità

“E’ bello essere diversi, ma se tutti concordano con quello che dico io o diciamo noi, è meglio.”

 

Chiaro, semplice, vero, scomodo. Con questa sorta di motto, Leonardo Piasere (L’Etnografo Imperfetto, 2002) riassume l’intera gamma di intricate problematiche che accompagna quella che lui chiama, riprendendo Goodenough, “co-azione di individualità con propriospettive diverse”.

“Co-azione” sta per qualsiasi attività (anche solo immaginativa) che prevede il coinvolgimento di più individui attivi, e “propriospettiva” (aiuto!) per tutto ciò che può essere riassunto come l’esperienza personale di una singola persona.

Nonostante le vesti sontuose di questa definizione, il significato di essa è estremamente semplice e noto: stiamo parlando di socializzazione. Un fenomeno vitale per chi, come noi, si è trovato per puro caso tra i ranghi dei cosiddetti “animali sociali”.

Abbiamo già parlato più di una volta della figura professionale dell’etnografo e delle problematiche nell’eleggerlo a livello di un osservatore oggettivo (difatti sarebbe più corretto vederlo come un “osservatore passionale”!).

Di conseguenza non intendo minimamente ritornare a scomodare il povero antropologo viaggiatore, la cui autostima deve essere bassissima ormai. Quello che mi interessa, in quest’occasione, è evidenziare il fatto che il confronto tra individui e, in senso lato, tra culture diversi è un’interazione problematica, in quanto intimamente conflittuale. E ora, aiutato da Piasere, illustro subito perché.

“Tu prova ad avere un mondo nel cuore / e non riesci ad esprimerlo con le parole”, cantava Faber. Amo questa metafora dell’individuo come un microcosmo, un piccolo e complesso mondo che si trova, un po’ per necessità e un po’ per volontà sua, ad entrare in relazione con altri piccoli mondi (ovviamente l’immagine regge fino a un certo punto, in quanto un individuo è sicuramente più aperto alla realtà esterna di un mondo chiuso).

Questa interrelazione, questo “co-legarsi” non è sempre un connubio rose e fiori. De André sottolineava le problematiche scaturite dal linguaggio e dal suo carattere convenzionale; l’antropologia cognitivista (citata spessissimo da Piasere) estende la “discomfort-zone” anche all’area, appunto, cognitiva.

Il concetto di base è facile: come posso pretendere di avere una comprensione completa (olistica, diremmo) di un mondo differente dal mio, seppur in minimi dettagli, se le mie storie, i miei percorsi, la mia vita sono peculiari e unici?

Ed è qui che entra in gioco il discorso dell’esperienza e del “Me Too phenomenon” di Douglas Hofstadter. Un termine tanto brutto quanto intuitivo, che si riferisce alla “disinvolta analogia” operata da due individui nell’accostare esperienze personali considerate simili. In una formula colloquiale del seguente tipo:

–  Ieri sera ho bevuto una birra!
–  Anche io!

è sottinteso che tu non abbia bevuto la mia stessa birra nel mio stesso momento (la cosa sarebbe perlomeno inquietante); tuttavia, dato che bere due birre diverse in due contesti e momenti diversi rimangono comunque esperienze molto vicine nella sostanza, siamo portati inconsciamente ad instaurare un’analogia tra le due azioni.

Il risultato di questo accostamento mentale si palesa nella conversazione, come se in fin dei conti avessimo fatto la stessa identica esperienza. Questa immedesimazione dell’uno nell’altro è resa possibile dall’innata capacità empatica dell’essere umano.

La condivisione di esperienze differenti è base fondante della dimensione sociale della nostra specie. Se io non condividessi quello che sono, penso e ho vissuto (insomma, la già citata “propriospettiva”) con gli altri non ci potrebbe essere interazione tra individui. Date le infinite determinanti e congiunture che, durante la vita, strutturano il vissuto di una persona, è del tutto impossibile avere due propriospettive identiche.

Solo attraverso meccanismi logici di assimilazione e comparazione un individuo può pretendere di avere una comprensione dell’altro. Distinguo il mio interlocutore come “altro” da me, ma allo stesso tempo lo considero come simile, in quanto egli condivide con me una serie di tratti (conformazione del corpo, una certa gamma di azioni e movimenti, un presunto cervello, ecc…) che riconosco come più o meno simili ai miei. Una volta appurata questa somiglianza mi viene spontaneo concludere che le esperienze e la prospettiva dell’altro non siano poi così lontane dalle mie.

Nel verificarsi di questa operazione, Piasere, citando Melandri [1968], segnala la necessità di una particolare ingerenza formulata come “ti capisco meglio di quanto tu capisca te stesso”. Senza questo assunto, infatti, non ci potrebbe essere comprensione tra individui.

Ovviamente stiamo parlando di una presunzione inconscia e automatica: la mia comprensione di un altro individuo non potrà mai essere completa, esatta, onnicomprensiva, bensì parziale e verosimile. Una rappresentazione. Finché quella rappresentazione regge, bene. Il problema sorge quando l’altro “tradisce” l’idea che mi ero fatto di lui. Ma questo è un altro paio di maniche.

Si capisce che più i bagagli di esperienze di due individui sono differenti tra loro più sarà difficile “comprendere” l’altro e, di conseguenza, accettare la sua “diversità”.

Lasciamo stare ora questi anonimi e poco carismatici individui e iniziamo a parlare in termini di culture. Se riduciamo all’osso e consideriamo una cultura come un’insieme di propriospettive (interpretate come) simili, si capisce come i confini tra culture possano essere così labili. L’appellativo di “simile” è culturalmente costruito: è il gruppo di individui stesso che “decide” convenzionalmente cosa lo contraddistingue dagli “altri” gruppi, cosa è simile e cosa è diverso. 

Il confronto inter-culturale e il multiculturalismo sono aspetti fondamentali nell’epoca in cui viviamo. Grazie alle varie possibilità di interazione che la modernità ci offre, ogni giorno entriamo in contatto con individui, esperienze e credenze profondamente differenti dal nostro modo di essere. Più i due mondi di esperienze sono lontani, più sarà fisiologicamente difficile stabilire un’interazione efficace.

A questo aggiungiamo il fatto che, in presenza di qualcosa di ignoto o poco conosciuto, l’essere umano tende a due possibili reazioni:

A) utilizzare le proprie categorie concettuali per tentare di dare una forma, un nome e una familiarità a quel qualcosa di nuovo (di base quello che farebbe un etnologo, o quello che fecero gli esploratori spagnoli e portoghesi nei confronti delle popolazioni amerinde)

B) chiudersi di fronte alla novità di modo da impedirle di scombussolare tutto. Va da sé che da questa seconda possibile reazione è facile che scaturiscano l’intolleranza (che alla fine è un sentimento ispirato dall’incapacità di comprendere) e l’odio interetnico.

Il non riuscire a comprendere qualcuno o qualcosa genera un disagio enorme, in alcuni casi un terrore puro. Il fatto è che, come abbiamo lentamente “scoperto” in più di un secolo di antropologia, ogni comportamento umano ha una sua logica di base e a nessun essere umano mancano veramente i mezzi per comprendere un altro essere umano.

Questa capacità è ovviamente accessibile solo accettando di mettersi in discussione. Se io riconosco di essere in buona parte un prodotto di determinati eventi ed esperienze (storici, personali…) sarò più portato a “scorgere” la relatività del mio punto di vista.

E’ quindi questa la speranza più grande che ripongo in questa meravigliosa disciplina: che essa possa davvero avere successo nell’insegnare il “culto della diversità”, in un contesto storico dove persone molto diverse si chiudono in gruppo per tenere lontane persone ritenute ancora più diverse.

Soltanto accettando la diversità umana si può accedere alla consapevolezza di essere molto più simili e vicini di quanto pensassimo. Diamo qualche possibilità in più alla nostra capacità di empatia e rimarremo piacevolmente sorpresi di fronte ai tesori che essa ci farà scoprire.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Piasere L, L’Etnografo Imperfetto: esperienza e cognizione in antropologia, 2002, Ed. Laterza

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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