Comunismo: la fame del progresso

Il 26 dicembre 1991 cessava l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ultimo atto in solitaria di uno stato acefalo e smembrato, privato di una guida e di territori dipendenti da secoli. La fine dello stato non fu “una caduta senza rumore”[1] ma nemmeno una novità inaspettata, ironicamente “il malato d’Europa”[2] era proprio quella nazione che tale termine, all’apice della propria potenza, aveva coniato. Ma precedenti al grande tonfo molti furono i fatti degni di nota e molti quelli che hanno segnato il nostro presente, tuttavia escludendo le glorie e le disfatte militari e tornando all’origine della nazione sovietica pare giusto ricordare un passato meno fulgido e meno stereotipato di quel che si preferisce ricordare per motivazioni ideologiche.

Uno stato sorto in guerra

La nascita del nuovo stato comunista, tra il 1918 e il 1922, si concretizzò in uno scenario bellico che appariva permanente, scenario talmente condizionante da essere esso stesso un tra le cause dello scoppio della Rivoluzione e del suo successo (pace immediata e senza annessioni[3]). Gli eventi di guerra condizionarono anche e soprattutto l’economia, causando prima il collasso dell’economia zarista e poi mettendo a dura prova la tenuta degli esperimenti collettivisti attuati dal nuovo governo. Il nuovo establishment rosso da subito attuò modifiche all’economia tese a capovolgere la situazione ereditata introducendo la collettività forzata di mezzi di produzione e terre coltivabili.

 

Il comunismo di guerra

La riforma economica, nota con il nome di Comunismo di guerra poneva un controllo rigido da parte dello stato centrale che esigeva sempre più sacrifici per poter industrializzare il paese e contemporaneamente vincere la guerra sui due fronti, obiettivi nel complesso raggiunti, ma a che prezzo?

La collettivizzazione, coinvolse ogni branca della società, dalle sporadiche industrie ai latifondi nobiliari alle banche. La proprietà privata fu abolita e l’unico legale detentore di beni divenne lo stato, che operò centralmente decisioni volte alla sopravvivenza politica. In ambito urbano le fabbriche furono rilevate da collettivi operai mentre in campagna contadini coltivarono le terre per produrre derrate agricole, la cosa più necessaria a livello statale in quel momento, occorreva infatti sfamare sia l’esercito sia la massa operaia. Le campagne furono le prime vittime della centralizzazione partitica dello stato, videro fin dal 1918 la creazione di comitati deputati alla raccolta (anche forzata) e alla distribuzione di derrate alimentari (con quote fissate dagli esponenti del Partito) cui si accompagnarono le nuove fattorie collettive (kolchoz) e fattorie sovietiche (sovchoz)[4].

In tali enti, la cui adesione in seguito sarà obbligatoria, la distinzione era minima: i kolchozniki erano pagati con parte del raccolto e del guadagno della vendita collettiva delle eccedenze, mentre i sovchozniki erano salariati alle dipendenze dello stato. Tuttavia entrambe le categorie erano accomunate dalla politica agraria sovietica, che sanciva una quota di sostentamento necessaria alla sopravvivenza dei contadini e la requisizione delle eccedenze pagate con un prezzo fisso o con baratto, il tutto accompagnato da un lento modernizzarsi dei metodi di produzione. Tale sistema tuttavia mostrò da subito le sue crepe, infatti la produzione agricola non crebbe come previsto e anzi vi fu una flessione della produttività[5].

A causare il decremento alimentare furono diversi fattori, i più rilevanti dei quali risentono fortemente della politica centralista sovietica: la scarsità di manodopera, specie quella specializzata, dovuta alla leva e alla richiesta di operai, la tendenza a produrre di meno dovendo cedere parte del proprio lavoro e il clima di terrore che si instaurò velocemente nelle campagne. La popolazione contadina divenne infatti la principale vittima del clima repressivo instaurato dal nuovo stato che affidò di fatto alla polizia politica, la Ceka (sciolta nel ’22 per tentare di ridurre il ricordo negativo della popolazione), il controllo del reato di controrivoluzione. Tale crimine vedeva il suo avvio nella delazione, che poteva riguardare anche il possesso di quantità maggiori di alimenti, e poteva culminare nella pena di morte, in realtà abolita ma reintrodotta contro tale misfatto.

 

Il pegno contadino

I primi anni del nuovo stato videro un contributo umano estremamente elevato, costituito sia dai caduti militari che da quelli civili. Tra la popolazione civile, sottoposta a razionamenti alimentari controllati da un sistema di distribuzione tramite tessera, che permise anche l’inquadramento dei soggetti da parte della nuova amministrazione, e ad un divieto di compravendite private, la classe che sostenne le spese maggiori fu quella agraria.

Le campagne, colpevoli inizialmente di non aver sostenuto la rivoluzione con la stessa intensità delle città, da cui effettivamente era partito il moto, vennero viste principalmente nella loro qualità di produttrici di cibo e per tale caratteristica vennero indicate quali untrici nei momenti di difficoltà alimentare, una caccia alla strega che se in città vedrà in seguito il nemico della rivoluzione nelle campagne, nelle campagne stesse individuerà i responsabili in determinati gruppi agricoli, i kulaki, che con l’avvento dello stalinismo saranno sterminati.

Le condizioni contadine spesso furono ritenute irrilevanti a tutto vantaggio delle cittadine, vero fulcro del processo di modernizzazione forzata. Il poco conto della compagine contadina, sempre accusabile di occultamenti alimentari, ebbe il suo massimo nel 1921, quando tra la primavera e l’estate vi fu una carestia tra le campagne di Russia e Ucraina. La carestia, che costò circa 3 milioni di morti, fu particolarmente sentita nelle campagne, poiché le quote destinate al prelievo forzoso furono solo blandamente ritoccate, a fronte di una sensibile variazione della resa agricola, determinando così un’esigua parte per il consumo dei contadini stessi, lasciati quindi a morire di fame. Tale sistema, di requisizione della quota destinata ai consumi altri per poi lasciare il restante ai contadini sarà in seguito utilizzato per spezzare le rivolte nelle campagne, letteralmente affamate se tacciate di controrivoluzione.

 

Il fallimento di un sistema

La situazione creatasi dopo il 1921 vide il collasso del sistema di collettivizzazione forzata portato avanti con l’imposizione politica, collasso talmente vistoso da produrre economicamente meno del sistema zarista (la produzione agricola si dimezzò e quella industriale si ridusse a un quarto od addirittura ad un decimo nel 1921 rispetto al 1913). Il rassegnato comitato dirigente comunista si vide obbligato nello stesso anno a riconoscere il suo fallimento e a dover inserire politiche liberali all’interno della propria economia (la Nuova Politica Economica), rendendo legali la piccola imprenditoria e sostituendo alle requisizioni agricole un sistema di tassazione che permetteva anche la libera compravendita del surplus agrario da parte dei contadini, sebbene a prezzi calmierati, contrastando anche il fenomeno del mercato nero che si era diffuso con la mancanza di un libero mercato.

Viene quindi da chiedersi se il solo sistema collettivista possa funzionare, stando ai dati storici tale ipotesi appare negativa, infatti nell’URSS la situazione economica riuscì a tornare ai livelli zaristi solo alla fine degli anni ’20, dopo quasi un decennio di relativo liberalismo, per poi crescere lentamente con l’introduzione dei piani quinquennali, che conservarono minime tracce della NEP.

La domanda che qui si impone è se davvero il comunismo possa esistere a livello pratico o se sia solo un’utopia, una risposta certa appare difficile ma una citazione forse è più che appropriata: “Una mappa del mondo che non include Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo paese al quale l’umanità approda di continuo. E quando vi approda, l’umanità si guarda intorno, vede un paese migliore e issa nuovamente le vele”.[6]

 

 

[1] A. Momogliano “La caduta senza rumore di un Impero nel 476 d.C.”
[2] Citazione di Nicola I da “Britannica Student Encyclopedia”. 2007. Encyclopædia Britannica Online. 19 Apr. 2007
[3] Lenin, “Proclama ai popoli e ai governi di tutti i paesi belligeranti”, 26 ottobre 1917
[4] Enciclopedia Treccani, definizioni di “Kolchoz” e “Sochoz”, http://www.treccani.it/enciclopedia/kolchoz, http://www.treccani.it/enciclopedia/ricerca/sovchoz/, consultazione del 27/12/17
[5] Maddison, Angus “The World Economy”, vol. 2: Historical Statistics, 2006
[6] Oscar Wilde, “L’anima dell’uomo sotto il socialismo”, 1891

Historia universalis tratta da G. Sabbatucci, V. Vidotto “Storia contemporanea. Il Novecento”, Laterza 2008

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Pierpaolo Chiti

Fondatore ed attuale direttore di HomoLogos, laureato alla triennale di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali di Bologna. Attualmente vivo in Spagna, dove porto avanti il mio interesse per l'antropologia digitale attraverso vari progetti.

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