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Come fare ricerca? Un’etnografia a Venezia

Etnografia nel ghetto ebraico di Venezia: metodi di ricerca

Questa ricerca etnografica analizza l’impatto del turismo veneziano nel ghetto ebraico, con lo scopo di studiare in particolare l’influenza che esso ha apportato nel settore gastronomico del quartiere. Vi consigliamo la lettura della prima parte dell’articolo per una comprensione più approfondita sul tema, dato che questa sezione si occuperà per lo più dei metodi di ricerca e delle modalità d’indagine scelte.

La ricerca etnografica è stata svolta utilizzando diverse modalità d’indagine e il tempo di ricerca si è stabilito nell’arco di due settimane, dal 5 al 20 dicembre 2019. Mi sono recata più volte presso il ghetto ebraico, dovendo a più riprese tornare per incontrare degli informatori che non erano disponibili nel momento in cui mi trovavo nel quartiere durante le prime indagini.

 

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Per l’antropologo Franck Michel, «the ethnologist is first of all a visitor, a foreign tourist» (V. Simoni, S. McCabe, 2008:175), ma non quando fa ricerca “at home”, poiché si conosce il luogo, i costumi, i codici e il linguaggio; eppure io non ho potuto identificarmi con una categoria particolare, sempre che ciò abbia un contesto significativo.

 

Fare ricerca: “sono una turista o un’antropologa?”

«Was I a closet ethnographer on tour, or a closet tourist doing ethnography?» si chiede Bruner (2005:2), riferendosi al suo ruolo ambivalente di antropologo-turista in Indonesia; anch’io ero nel limbo, a metà strada, sulla soglia, una zona liminale di un intermittente semaforo arancione: non posso dire di aver rivestito i panni della turista né, però, di aver fatto ricerca propriamente a casa; ero fuori ma dentro allo stesso tempo.

 

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Venezia è la mia sede, ma non la mia città; è il luogo della mia ricerca, ma non un posto totalmente sconosciuto; è nella mia Italia, ma non parla il mio dialetto, ed è complessa, particolare, unica, criptica talvolta. Come italiana e studentessa a Venezia mi sono sentita un’antropologa, mentre in altri momenti, come durante la cena nel ristorante Gam Gam o durante la visita guidata organizzata dal Museo ebraico, ho sentito di essere più lontana dalla ricerca nuda e cruda, immersa in quella che potrebbe essere la “giornata tipo” di qualsiasi turista alla scoperta del ghetto ebraico di Venezia.

Sono tornata al ristorante Gam Gam la sera del primo giorno di ricerca, dopo aver svolto un colloquio con Francesco durante il pomeriggio, per studiare il locale dall’interno con un metodo diretto, leggendo con attenzione il menù e sperimentando in prima persona il cibo, oltre che testando l’effettiva presenza di clienti ebrei nel ristorante.

 

Nel vivo dell’etnografia: come posizionarsi sul campo?

Mi sono quindi posizionata in due modi diversi nei confronti del locale, inizialmente presentandomi come studentessa dell’Università Ca’ Foscari di Venezia con l’obiettivo di svolgere una ricerca sull’impatto del turismo nel quartiere ebraico e in particolare nel settore gastronomico, e successivamente come cliente del ristorante.

 

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Riferendomi alla distinzione di cui parla l’antropologo Jean-Pierre Olivier De Sardan (2009:36-38), non ho svolto interviste formali ma piuttosto conversazioni con i miei informatori, delle consulenze che mi hanno permesso di avere accesso alle rappresentazioni emiche dei locali23; non mi sono servita degli strumenti della ricerca sociologica, con indagini quantitative e somministrazione di questionari, ma di quelli della ricerca antropologica, ovvero colloqui, indagini online sui siti web, esperienza diretta e raccolta di informazioni scritte tramite la consultazione dei menù dei locali.

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Le informazioni che ho acquisito durante la ricerca sono diventate i dati e il corpus del mio lavoro, mentre quelle “non registrate” sono andate a formare le basi della mia impregnazione in quel determinato luogo; esempi di informazioni recepite ma non trascritte, che mi hanno quindi permesso di familiarizzare con l’ambito della mia ricerca, sono stati l’osservazione degli studiosi ebrei nella casa Chabad, l’ascolto della lingua ebraica parlata e la visita alle sinagoghe.

La triangolazione, ovvero la ricerca di conferma delle informazioni, è stata di tipo semplice (De Sardan, 2009:46), cioè mi sono servita di un confronto incrociato tra gli informatori per ottenere dei feedback riguardo allo stesso argomento. In alcuni casi le informazioni confrontate sono risultate essere concordanti, come nel confermare l’aumento del turismo negli ultimi anni, mentre ho riscontrato delle discordanze nella pronuncia e nella scrittura della parola kasher, talvolta modificata in kòsher o koshér.

 

Modalità d’indagine: inscrizione, descrizione e trascrizione

Secondo Francesco, guida del Museo e di religione ebraica, la forma corretta è kasher, mentre kosher è una trasposizione americana del termine originale; ho pertanto deciso di affidarmi alla versione da lui utilizzata, percependo che il mio interlocutore possedesse una notevole conoscenza della cultura giudaica essendo lui ebreo con piena conoscenza della lingua ebraica. La raccolta dei dati ha toccato tutti e tre i momenti, o le tecniche, analizzate dall’antropologo americano James Clifford, ovvero inscrizione, descrizione e trascrizione (1990:51).

 

 

L’inscrizione ovviamente ha costituito il metodo più rapido, incisivo e intuitivo della registrazione delle informazioni, permettendomi di annotare velocemente frasi, parole e pensieri.

I momenti di descrizione sono stati invece di molto inferiori, lasciando più spazio all’elaborazione posteriore dei dati a partire dalle informazioni accennate, inscritte per l’appunto, ma in alcuni momenti, soprattutto quelli con più comodità o più tempo a disposizione per scrivere, le “notes sautéed” (Clifford, 1990:58) si sono rivelate utili per descrivere più a fondo il momento d’indagine in cui ero immersa.

La trascrizione è stata poi necessaria per registrare alcune parole in ebraico e mi è capitato di chiedere ai miei informatori di ripetere la parola appena pronunciata, farne lo spelling o direttamente scriverla sul mio taccuino.
Durante la mia ricerca ho indagato prevalentemente il frontstage, il concetto di “palcoscenico” proposto dal sociologo Erving Goffman (MacCannell, 1989:107), dove si svolgono le azioni pensate appositamente per i turisti e si mostra l’aspetto più formale e costruito della scenografia sociale.

Le ribalte in cui mi sono immersa sono state la sala del ristorante Gam Gam e il percorso proposto dal tour del Museo ebraico per visitare le sinagoghe; tuttavia, all’interno del ristorante, ho notato che la cucina, il backstage del ristorante, è a vista con la porta aperta ed è facile soffermarsi a dare un’occhiata all’interno, avendo quindi la possibilità di fare un piccolo sopralluogo a distanza per costruirsi a grandi linee un’idea delle condizioni igieniche della cucina.

È molto più difficile indagare invece sulla kasherut di ognuno degli ingredienti utilizzati, ma, essendo la cucina sotto il costante controllo di un rabbino, la certificazione kasher dovrebbe essere assicurata. Come scrive Dean MacCannell, difatti, è il fatto stesso che esista un retroscena a generare l’idea che ci sia qualcosa da nascondere, anche se non è detto che questo qualcosa vi sia celato o che ce ne sia persino bisogno (MacCannell, 1989:99).

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Conclusioni: perché fare ricerca nel ghetto ebraico?

L’ebreo come commerciante, l’ebreo come straniero, l’ebreo che è stato cacciato e segregato, stipato con tutti gli altri ebrei in un piccolo quartiere con i palazzi più alti della città, necessari per raccogliere tutta la comunità giudaica. L’immaginario collettivo prova un sentimento di pietà e apprensione nei confronti del passato del popolo ebraico e allo stesso tempo una non dissimulabile curiosità verso la sua vita contemporanea.

 

 

Lo vediamo nei turisti e nei fotografi, intenti ad appostarsi in qualche angolo in attesa della scenografia perfetta che catturi un ebreo infilato nei suoi abiti neri con la kippah a coprirgli il capo, e lo vediamo nelle offerte di tour che guidano il visitatore a buttare uno sguardo all’indietro nel passato e a immergersi nel presente con le orecchie pullulanti di informazioni e la bocca piena di cibo kasher, molto probabilmente proprio quelle pappardelle ai funghi accuratamente selezionate tra le tante opzioni proposte dal menù.

È vivo il ghetto, è presente, è antico e moderno allo stesso tempo, e ricorda, agisce, propone, modifica, risponde. Risponde alla fame turistica di cibo e di curiosità, di novità e di passato, accoglie il visitatore e allo stesso tempo lo lascia nel dubbio di essere stato ingannato, di essere capitato in un luogo non più autentico come una volta, ma di certo comodo, facile e fruibile, capace di soddisfare le richieste di ogni individuo della massa di turisti.

E questa non dissimulabile curiosità la vedo nella mia scelta di svolgere una ricerca etnografica proprio in questo quartiere, essendo io in primis l’antropologa e la fotografa con la macchinetta in mano pronta ad immortalare gli elementi di studio del mio lavoro, mangiando nel ristorante kasher, chiedendo informazioni e curiosità ai locali e, talvolta, guardando di sottecchi proprio quei turisti che sgambettano per le strette vie della città in cerca di ricordi e souvenir, che in qualche modo disturbano il panorama sociale che tanto indago ed osservo ma allo stesso tempo costituiscono la colonna portante del mio studio antropologico.

 

Bibliografia:

  • Bruner, E. M., 2005, Culture on Tour, Ethnographies of Travel, Chicago and London, The
    University Chicago Press
  • Clifford J., 1990, Notes on fieldnotes, in Sanjek R. (a cura di), Fieldnotes, The makings of
    Anthropology, Cornell University, pp.47-70
  • De Sardan,2009, J. P. O., La politica del campo. Sulla produzione dei dati in antropologia, in
    Cappelletto F. (a cura di), Vivere l’etnografia, SEID, pp.27-63
  • MacCannell, D., 1989 [1979], Il turista. Una nuova teoria della classe agiata, Torino, UTET
  • Simoni V., McCabe S., 2008, From ethnographers to tourists and back again. On positioning issues
    in the anthropology of tourism, in “Civilisations” vol. 57, n.1-2, pp.173-189
  • Smith, V. L. (a cura di), 1989 [1978], Hosts and Guests, the Anthropology of Tourism, Philadelphia, The
    University of Pennsylvania Press
  • Tamisari, F., 2015, Il secondo sguardo, Oltre le aspettative di ospiti e di visitatori nell’incontro
    turistico, in “La Ricerca Folklorica” vol. 70, pp.219-234

 

Sitografia:

 

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Emma Strocchi

Classe ’96, mi nutro di antropologia, fotografia, viaggi e poesia. Analitica, critica, paladina dei fragili. Non amo la frenesia moderna. A cuore aperto verso il mondo mi muovo nello spazio del mio pot-pourri di sospensione e concretezza. Laureata in Antropologia, religioni, civiltà orientali all’Unibo, progetto di imboccare la strada dell’Antropologia visiva e psicologica, ma l’indeterminatezza regnerà sovrana ancora per un po’.