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Climate despair: emozioni e cambiamento climatico

CLIMATE DESPAIR
Esseri umani in piazza

Dai giovani che manifestano nelle città di tutto il mondo emulando la disobbedienza civile di Greta Thumberg, agli articoli scientifici e ai tweet, la crisi climatica contemporanea è al centro del dibattito internazionale. Piazze fisiche e virtuali su cui si discute del cambiamento climatico come fenomeno antropogenico. La maggioranza dell’opinione pubblica e scientifica è infatti concorde nell’affermare che la repentinità del surriscaldamento globale e i danni conseguenti sono causati dagli interventi dell’uomo.

Sono passati ormai vent’anni da quando Paul J. Crutzen (Max-Planck-Institute for Chemistry) e Eugene F. Stoermer (Center for Great Lakes and Aquatic Science) hanno introdotto nella comunità scientifica il termine antropocene per designare la nostra era geologica, in cui gli impatti dell’uomo sulla terra e sull’atmosfera sono maggiormente evidenti. Sul concetto di antropocene come presenza umana sulla terra ci hanno riflettuto vari studiosi come il geologo Antonio Stoppani che nel 1873 propose l’espressione “era antropozoica”.

 

 

Parlare di antropocene oggi significa però inserirsi nel dibattito sul clima che vede l’attività umana come unica responsabile delle disastrose modificazioni del pianeta e di un cambiamento climatico rapido, inarrestabile. Il termine ha infatti subito uno slittamento di senso nel momento in cui si intende che la presenza umana domina l’ambiente, e non che lo influenza solamente. 

 

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Anche se, accennandolo solamente, l’antropocene come violenta dominazione umana sul pianeta è una categoria troppo astratta da definire, non tenendo conto di una disparità sociale ed economica che non rende tutti gli uomini responsabili in egual misura. Al cambiamento climatico si aggiungerebbe infatti una riflessione sulla giustizia sociale insita nel fenomeno: a subire i danni maggiori sono infatti le popolazioni meno coinvolte in attività industriali o di consumo sfrenato che producono le trasformazioni più radicali.

In generale, comunque, nell’arena del web spopola una sola convinzione, avvalorata dalle opinioni scientifiche e accademiche: i colpevoli siamo noi. Questa auto – condanna spesso è espressa in termini pseudo – apocalittici; pensiamo per esempio al gioco di parole sui cartelli del Fridays for Future «There is not planet B», amara ironia sul fatto che non abbiamo un altro pianeta su cui stabilirci se non fermiamo in tempo la distruzione del nostro, o all’intensa affermazione di Greta Thumberg «You’re stealing our future» di fronte all’assemblea plenaria delle Nazioni Unite.

 

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NEW YORK, NEW YORK – SEPTEMBER 20: Activist Greta Thunberg Leads the Youth Climate Strike on September 20, 2019 in New York City. (Photo by Roy Rochlin/WireImage)

 

Ecoanxiety, solastalgia, despair

La diffusione mediatica di questo tema ha un impatto sulla percezione della gravità del problema da parte dell’opinione pubblica, influenzando la risposta emotiva delle persone. Questa sembra essere orientata verso un climate despair, un sentimento di profonda frustrazione all’idea che la terra si stia avviando verso il punto di non ritorno.

Il rapporto dello Yale Program on Climate Change Communication dell’aprile 2018 mostra come gli americani interiorizzino il fenomeno sperimentando un disagio psicologico in termini di ansia e depressione. E a questo coinvolgimento emotivo si comincia a dare un nome e a caratterizzarlo. È il caso di ecoanxiety e solastalgia.

Di ecoanxiety ne parla Dave Fawbert in un articolo apparso sul sito della BBC a fine marzo 2019: è una sensazione di ansia e frustrazione causata alla consapevolezza dell’irreversibilità dei danni che si producono sull’ambiente e della propria posizione di marginalità. Ci si sente inutili perché non si riesce a fare la differenza.

 

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Qui viene citato Deep Adaptation, un paper del professore di sostenibilità Jem Bendell come una delle maggiori influenze per l’ecoanxiety; i toni allarmistici hanno avuto infatti una grande risonanza influenzando negativamente l’opinione della gente. La riflessione sulle conseguenze del comportamento umano e sui futuri assetti della società dopo un collasso che sembra inevitabile, come se essa dovesse imparare a re – inventarsi un nuovo modello di vita, ha portato molte persone a seguire un percorso terapeutico per affrontare questa consapevolezza.

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La presenza dell’uomo sulla terra sembra incerta e precaria: per quanto ancora possiamo assicurarci il ruolo di specie animale predominante? Due concezioni sono comuni a tutti gli esseri umani: la consapevolezza di sé e l’orientamento normativo. Sono legate fra di loro perché indubbiamente l’uomo si concepisce come parte del mondo, di un sistema sociale culturalmente e storicamente regolato da norme e convenzioni. E’ un appiglio psicologico rassicurante, sapersi parte di qualcosa.

E quando queste certezze sembrano essere messe in discussione come in Deep Adaptation, l’uomo perde la centralità della sua presenza nel mondo. Glenn Albrecht parla a tal proposito di solastalgia, la malinconica consapevolezza della disconnessione nei confronti dell’ambiente, che vediamo ogni giorno trasformarsi, e della perdita dell’armonia con l’identità del territorio in cui viviamo. Quello che viene a mancare è una più ampia idea di casa, intesa come posto nel mondo.

I established the concept of solastalgia based on the unique experience of people in the Hunter Valley of New South Wales, where open-cast coal mining was desolating hundreds of square kilometers of their valley. (Glenn Albrecht)

 

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Il ruolo della psicologia

Gli psicologi di tutto il mondo hanno sentito questa esplosione mediatica del climate despair come un’urgenza su cui intervenire. Il Summit Internazionale sulla Psicologia e Salute Globale di Lisbona del novembre 2019 è stata l’occasione, per gli psicologi di oltre 40 paesi al mondo, di discutere l’importanza della loro azione di ricerca nel contesto del cambiamento climatico, avendo riconosciuto la sua minaccia per l’equilibrio e la salute mentale delle persone.

La presa di posizione globale delle associazioni di psicologia in questa sfida attuale dimostra l’attenzione alle implicazioni quotidiane per le persone: già nel 2017 l’American Psychological Association aveva pubblicato un report in cui veniva posta l’attenzione alla relazione fra cambiamento climatico e salute mentale negli Stati Uniti, nei termini di uno stress psicologico destabilizzante.

Riconosciuta la natura sociale e umanistica del cambiamento climatico, e inglobando i nuovi termini sulla risposta emotiva, la psicologia agisce sul comportamento umano e nella gestione della risposta emotiva: contribuendo a una comunicazione efficace e motivante, analizzando i codici comportamentali per comprendere come rispondono le persone al fenomeno e se rispondono, in questo caso capendo cosa crea resistenza e disimpegno.

 

 

La psicologia lavora infatti sulle attitudini, sulle motivazioni, sull’esperienza personale, sulle emozioni, e in generale su come questa risposta risenta dei processi mentali individuali, influenzati dalle rappresentazioni mediatiche e istituzionali del cambiamento climatico. Gli individui percepiscono infatti  i cambiamenti climatici in modo differente a seconda della loro consapevolezza del problema e della loro fiducia negli esperti che ne parlano.

Il focus del sostegno psicologico, espresso in alcune strategie, è il riconoscimento e la narrazione della propria esperienza emozionale: parlarne può aiutare a metabolizzare le sensazioni negative e ad agire sui quei modelli cognitivi prefissati che possono essere controproducenti. Per esempio, pensare al futuro in termini del tutto distruttivi senza immaginare nessuna alternativa positiva.

La narrazione di sé rientra in un più ampio processo di cura del corpo consigliato dagli psicologi: di fronte alla precarietà del futuro e alla disgregazione delle certezze sul proprio posto nel mondo, il corpo diventa terreno di negoziazione e di resistenza: prendersi cura di sé quasi come atto politico.

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Signs and banners are shown as groups of kids participate in the Youth Climate Strike in downtown San Francisco on Friday March 15, 2019. (Lindsey Moore/KQED)

 

Se vogliamo avanzare una piccola critica, sarebbe interessante approfondire il fatto che la ricerca psicologica sulla risposta emotiva sia stata condotta prevalentemente in USA, uno degli attori politici maggiormente coinvolti nel fenomeno. Le modalità con cui la gente vive e interiorizza il cambiamento climatico sembra essere materia di studio occidentale, lì dove è nata la costruzione mediatica del climate despair.

Come se il dibattito e le sue conseguenze si giocassero tutto in un’unica zona che detiene il potere culturale di parlarne. Il climate despair è quindi un fenomeno elitistico e oligarchico, discusso e sperimentato da pochi? L’impatto dei media sulla quotidianità delle persone è ovunque lo stesso?

 

Emozioni e antropologia

Se parliamo di climate despair, solastalgia ed ecoanxiety come un complesso di emozioni negative, come l’antropologia guarda alle emozioni? Concepite come costruzioni culturali che sono determinate dall’ambiente sociale in cui nasciamo e cresciamo, non sono quindi assolute e universali. L’emotività di ognuno di noi è plasmata da modelli culturali e dall’apprendimento sociale, in un quotidiano processo relazionale fra individuo e mondo.

Le antropologhe Margaret Lock e Nancy Scheper – Hughes problematizzano però il concetto di “costruzione culturale”, di cui l’individuo (e quindi il corpo) sarebbe totalmente influenzato: il corpo non è mero strumento passivo, ma è dotato di agency attraverso cui manifesta la sua soggettività. Le emozioni sono azioni incorporate con cui l’individuo si costruisce come essere sociale. 

E infatti, ci pensiamo anche attraverso le emozioni: se io presento me stessa come troppo emotiva, per esempio, mi sto caratterizzando secondo parametri socialmente condivisi. Catherine Lutz affronta il discorso concependo le emozioni come costrutti culturali tipicamente occidentali. Questo modello di pensiero, culturalmente e storicamente situato, partecipa alla costruzione del sé.

 

 

L’esperienza emozionale è infatti ricondotta ad una sfera particolare della persona, quella irrazionale, processo costruito attraverso secoli di dibattito filosofico che vede la mente e il pensiero contrapporsi gerarchicamente al caos dell’emotività. E in questa valutazione risiede la dicotomia dei valori morali razionalità – irrazionalità che plasma le relazioni sociali: una persona razionale è percepita come lucida e sicura, affidabile, al contrario di chi è visto come un folle eroe romantico.

Vorrei concludere questo articolo con una serie di domande che aprono altri spunti di riflessione.
Se le emozioni sono costruzioni culturali a cui il corpo partecipa attivamente, possiamo davvero parlare di climate despair come un disturbo psicologico clinicamente riconosciuto, il nuovo male dell’antropocene? Le persone soffrono davvero di ecoanxiety e solastalgia o la comunicazione mediatica è talmente efficace da plasmare la risposta emotiva delle persone?

 

 

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Bibliografia:

  • Fritze, J., Blashki, G., Burke, S., Wiseman, J. (2008), Hope, despair and transformation: Climate change and the promotion of mental health and wellbeing, International Journal of Mental Health Systems, 2:13;
  • Sayre, F. (2012), The Politics of Anthropogenic, Annual Revue of Anthropology, 41:57–70;
  • Searle, C., Gow, K. (2009), Do concerns about climate change lead to distress?, International Journal of Climate Change Strategies and Management, 2:4, 362-379;
  • Pussetti, C. (2010), Emozioni, in Pennaccini, C., La ricerca sul campo in antropologia: oggetti e metodi, Carocci Editore;
  • Moser, S. (2013), Navigating the Political and Emotional Terrein of Adaptation: Community Engagement when Climate Change Comes Home, Toward successful adaptation: Linking science and practice in managing climate change impacts, 289-305.