fbpx

Ci pensi alle parole? Intervista a Yahis Martari

Ci pensi mai alle parole? Le parole avvolgono, come un’enorme coperta, i nostri pensieri. Riordinano, umilmente o con arroganza, gli spazi interni ed esterni. Con le parole acquisiamo e perdiamo le cose; loro stesse danno e tolgono. Pochi luoghi sono abbastanza remoti da esserne distaccati, e i nostri spazi quotidiani, certamente, ne dipendono. Tentare la comprensione delle parole conduce a uno studio sul linguaggio, e sulla lingua. La consapevolezza che nasce dalla loro osservazione permette di vivere in altro modo la nostra individualità come le nostre ricerche; le due cose non sono slegate. Con alle spalle i suoi studi eclettici, che ruotano intorno alla Linguistica italiana, la Didattica e Glottodidattica, il professore Yahis Martari ci introduce a questa osservazione; e lo fa partendo dalla Linguistica Applicata.

 

F: Le parole cambiano il modo in cui noi ci presentiamo a noi stessi e al mondo, cambiano come noi ci percepiamo. Creano, in un certo senso, una struttura silenziosa. Lei pensa che le parole abbiano potere, che ci cambino? 

Y: Secondo la prospettiva della Linguistica Applicata, il potere delle parole esiste in due accezioni diverse: la prima è quella dell’uso, la seconda è quella dell’educazione. Innanzitutto, per la Linguistica Applicata le parole hanno potere perché noi le usiamo. Non hanno potere in sé, il potere deriva da come noi ce ne serviamo. Questa già costituisce una differenza enorme rispetto alle prospettive non scientifiche, o a tutte quelle prospettive che mettono il focus sul valore simbolico della parola, che pensano ci sia in esse un potere intrinseco ed in qualche modo slegato dal loro uso.

È vero che nella comunicazione quotidiana però facciamo delle cose con le parole, citando J. L. Austin. Questo vale da un punto di vista istituzionale, per esempio. Con le parole di un decreto cambiamo lo stato di realtà, cambiamo la possibilità di azione delle persone. Oppure, in un altro contesto, ce ne serviamo quando diciamo che non siamo più innamorati di una persona, che non vogliamo più stare con lei. Facciamo delle azioni vere e proprie tramite le parole, e questo è il loro potere performativo. Ovviamente, molto di quello che facciamo quando interagiamo con gli altri si basa sul potere delle parole. Il modo in cui facciamo una domanda, ci arrabbiamo, o come raccontiamo le cose: tutto questo rientra nella grande scatola del potere della parola; e poi tutta questa enfasi, forse eccessiva o forse no, del concetto di Story-telling…

 

F: Cosa intende per Story-telling?

Y: L’idea che la realtà che noi viviamo sia costruita dalle parole attraverso delle storie. Ogni situazione della nostra vita, pubblica e privata, è un racconto. Questo è vero. Ecco, il modo in cui raccontiamo le cose, e come possiamo mentire quando sappiamo che qualcosa è in un modo eppure lo descriviamo in un altro, mostrano un’altra accezione del potere della parola.
Ce n’è poi un’altra, nelle discipline di cui mi occupo, che è quella dell’educazione. Il potere delle parole è profondamente legato all’educazione linguistica. Fin dalla prima infanzia, ci rendiamo conto che le parole informano la nostra visione del mondo. All’inizio pensiamo che pochi semplici termini siano sufficienti per fare tutto quello che ci serve: mamma, no, pappa; poi ci realizziamo che quello che ci serve è di più, e che le cose vanno descritte in modo sempre più raffinato. Lì, capiamo il potere delle parole.
I bambini si accorgono immediatamente che le parole, nel linguaggio verbale, sono una misura con la quale possono confrontarsi con il mondo, e lo sanno prima di imparare le parole; questo è bello. Chi ha a che fare con bambini piccoli si accorge che fanno lunghissimi discorsi che assomigliano, come profilo intonativo, a un vero enunciato, ma che non sono fatti di parole. Sono dei finti discorsi. Si nota, osservando la lallazione, che i bambini conoscono il potere delle parole, prima ancora di conoscerne la definizione.

 

F: Siamo capaci di pensare qualcosa se non c’è una parola per definirla? 

Y: Su questo non siamo d’accordo. C’è una visione di Relatività Linguistica, derivante da Whorf e Sapir, secondo cui quello che noi possiamo pensare o dire è legato a ciò che siamo capaci di vedere del mondo. Se non abbiamo le parole per dire qualche cosa, vuol dire che non lo vediamo. Però questa è solo un modo di concepire il rapporto tra lingua e pensiero; ed è una possibilità che, in fondo, viene sconfessata dalla maniera stessa in cui utilizziamo il linguaggio comune. Mediante questo, siamo in grado di descrivere le cose, anche se servendoci di più parole. La lingua, quindi, ci serve per descrivere le cose e non solo per definirle. Io credo che la lacuna stia proprio nel considerare equivalente il linguaggio che definisce e il linguaggio che descrive. C’è inoltre da dire che le parole, in realtà, possono anche servire per descrivere le cose in modo non definitorio. Spesso quando raccontiamo i nostri sentimenti, non è necessario un vasto repertorio lessicale, o essere definitori appunto.

 

F: In un certo senso, le parole arricchiscono l’ecologia della mente.

Y: Gregory Bateson è uno di quei pensatori che ho studiato per un decennio. C’è una modalità mia che ho usato sempre e ha a che vedere, da un lato, con la Teoria dei sistemi complessi, dall’altro, con questa accezione del termine ecologia, che è molto utile e affascinante ma che è stata anche molto abusata. La definizione di Ecologia della mente deriva appunto da Steps to an Ecology of Mind, che Bateson pubblica nel 1972. Un discorso molto interessante per persone che hanno letto la raccolta dalla mia prospettiva è quello che metteva insieme cibernetica e apprendimento.
Bateson parlava di tre categorie di apprendimento. Mette a confronto un nucleo epistemologico fondamentale per tutto il Novecento, che parte da Russell, Whitehead, dalla logica e dalla matematica: dal paradosso di insieme di insiemi che non contiene se stesso. Scrive dell’apprendimento sulla base di un paradosso logico informante la rottura del principio di non contraddizione che caratterizza l’epistemologia di inizio ‘900. L’apprendimento uno è quello che faccio quando imparo tre endecasillabi della Divina Commedia. L’apprendimento due fa sì che io sia un essere umano: dopo un po’ che imparo quegli endecasillabi, imparo a imparare. Riguarda, quindi, come i sistemi si alimentano. Non si alimentano sempre per ambizione, piuttosto, si ingrandiscono per emergenza: un’emergenza legata al nostro saper imparare. L’apprendimento tre succede invece quando cambia radicalmente la nostra visione del mondo, il nostro modo di stare al mondo: Bateson fa l’esempio di una conversione. Qui non apprendiamo ad apprendere: apprendiamo ad apprendere ad apprendere. Cambia la nostra capacità, così la nostra percezione. Tutto questo ha a che vedere con il linguaggio, il suo punto di partenza è il linguaggio.

Leggi anche:  A Natale Puoi: Tregue e Regali tra Soldati nell'Inverno 1914

 

F: Quest’ecologia della mente che si forma è culturalmente significata?

Y: Assolutamente sì.

 

F: Parlando invece di relazioni tra due lingue e dunque tra due parlanti nativi differenti, mi domando che ruolo spetti alla cultura. Mi immagino i due parlanti come due viaggiatori, entrambi con il proprio bagaglio, la lingua appunto, che ha al suo interno elementi ed immaginari differenziati. Quale posizione assume la cultura rispetto alla lingua? 

Y: Siamo creature linguistiche e questo è evidente. Ciò fa sì che la nostra sia una cultura linguistica. Forse però, in questo caso, dovremmo considerare l’aggettivo linguistica come derivante da linguaggio e non da lingua. Noi siamo macchine autopoietiche, che si costruiscono da sé e la cultura è un’emergenza, di linguaggio o di linguaggi, questo non lo so. Però, sicuramente, quello che noi chiamiamo cultura è qualcosa che non è contenuto nella somma dei linguaggi di cui facciamo uso. Si tratta di qualcosa di più, ed emergenza vuol dire questo: ciò che è più della somma delle sue parti. Questo vale per qualsiasi cosa che facciamo con la lingua, vale per l’enunciato per esempio.
Il discorso del raffronto tra parlanti è complicato, c’entra l’incommensurabilità. Per fare quel confronto che dici, tra due lingue come tra due paradigmi, serve un terzo piano. Non puoi mettere una L1 su una L2, per fare un confronto serve un piano dove potersi appoggiare oggettivamente. Ma, di fatto, questa cosa non la puoi fare, perché tu vedi l’altra lingua sotto la luce della tua. Tutto questo mi sembra che non riguardi i singoli elementi della valigia, quanto più l’emergenza: la visione del mondo che ne scaturisce, cioè la forma che prende la valigia a seconda delle cose che tu hai bisogno di tenere dentro, se vogliamo continuare con la metafora.
Quando tu racconti le cose emerge una tua visione del mondo. In Linguistica Applicata parliamo di pregiudizio linguistico per descrivere il modo in cui costruiamo o esprimiamo credenze sull’altro attraverso le sue parole. Pregiudizio può essere anche un termine molto positivo. Ha a che vedere con il modo in cui parliamo come con tutto il resto: con il linguaggio nelle sue varie forme. Secondo me la cosa interessante è questa, non tanto la posizione della cultura rispetto alla lingua, ma la posizione della cultura rispetto al linguaggio.

 

F: Ed esistono differenze incommensurabili tra due lingue o tra due parlanti?

Y: Difficile dare una risposta. Io penso che il problema si possa presentare immaginandoci una specie di asse1Y. Martari, Il senso liberato. Stanley Fish e la didattica della lingua, «INTERSEZIONI», 2007, 2, pp. 307 – 326. Da una parte ci sono i realisti, quelli che in filosofia sono definiti tali. I realisti hanno l’idea che esista una realtà al di sopra della quale si pongono il pensiero e il linguaggio, ancorati agli oggetti, che esistono per certo. Al polo opposto ci sono i relativisti assoluti, i decostruzionisti, convinti dell’idea che non esista alcuna realtà. Per loro non si può sapere cosa sia ciò che osserviamo; in più, non abbiamo nessun modo di parlarne perché quello che è nel tuo paradigma interpretativo non corrisponde a ciò che è nel mio. In mezzo a questi due poli c’è una forma di Relativismo moderato, quella di Eco, Fish e dei numerosissimi studiosi che hanno chiaro che sia indimostrabile che quando io parlo e dico casa, e quando tu parli e dici casa, ci riferiamo allo stesso oggetto della realtà: preciso, davvero lì, sempre uguale a se stesso. Non possiamo dimostrare che stiamo parlando della stessa cosa: quel che possiamo fare, però, è ammettere che funziona, che io e te possiamo parlare e capirci. Magari non del tutto, ma ci capiamo, e funziona. Questa è una forma pragmaticista, originaria di Peirce. Noi ci capiamo, anche senza essere sicuri che tutti i rapporti tra linguaggio e mondo siano corrispondenti; ci capiamo nel senso che funziona quello che facciamo.
Altra prospettiva in questa fascia moderata è quella che vede i limiti della comprensione reciproca come i limiti dell’incomprensione reciproca: come limiti negativi. È vero che non so cosa intendi quando dici casa, ma so che probabilmente non intendi telefono. Sono sicuro di quello che non può essere compreso, questi sono i limiti dell’interpretazione. Io penso che questi limiti ci siano sempre, il vero problema è lo sforzo incredibile che noi facciamo per dimostrare che esistano o non esistano. Chi sta in questa fascia non se ne preoccupa, ma ammette che le relazioni funzionano, che Eppur si muove, senza impegnarsi in un rapporto con la realtà che è, in ogni caso, un rapporto indicibile.

Leggi anche:  Quel George che inventò l'alfabeto: storia di una lingua

 

F: Il silenzio ha potere linguistico? Trova che il silenzio dato da questo momento di distanziamento sociale avrà un impatto linguistico?

Y: Non esiste una possibilità di lingua né di linguaggio senza il silenzio. Ha potere linguistico, certo, e ha valore espressivo. Posso rispondere ad una domanda con il silenzio, e questa può essere considerata una risposta lecita o opportuna. Il punto è che il silenzio è la condizione della parola. Se si immagina un mondo fatto solo di parole, non ci sarebbe in esso niente dove può stagliarsi una parola. Se si immagina un mondo di ipertrofia del linguaggio, ci si rende conto che le parole diventano più indistinguibili. Ed è quello che stiamo vivendo in questo momento culturale. Questa ipertrofia delle immagini e delle parole, legata alla comunicazione, ci sta suggerendo e ci sta imponendo. Le cose diventano sempre meno importanti. Questo vale per tutto, vale anche per il linguaggio. La distinguibilità è importante. Il silenzio dà forma alla parola, è un meccanismo di confronto, come tra ombra e luce: è la condizione di valore per la parola.
Oggi però io non vedo affatto silenzio, quello che cambia è proprio un’attitudine prossemica. Può essere che si rompa in noi una abitudine alla persona sconosciuta, ad avvicinarsi a chi non conosciamo. Ho l’impressione che cambierà anche come gestiremo gli spazi tra le persone, gli affetti. Sarà considerato affettuoso stare più vicini o più lontani dal nostro interlocutore? Cambierà tutta quella parte prossemica e paralinguistica che riguarda il comunicare: il toccarci, come ci guardiamo, la necessità di parlare più o meno forte. In generale, quel che noi chiamiamo confidenza, che si esprime attraverso la lingua, eccome.

 

F: Può esistere un rapporto di interscambio tra Antropologia e Linguistica oggi?

Y: La mia formazione è molto ibrida. Però, posso dire che la Linguistica Applicata ha una vocazione antropologica per forza, altrimenti non sarebbe applicata a niente. Applicata vuol dire che è parte della Linguistica che ha a che vedere con i problemi delle persone, per cui evidentemente deve riguardarli. È impossibile non avere avuto a che fare con Lévi-Strauss, Geertz, Bateson.
La differenza tra Antropologia e Linguistica penso sia definita da un diverso story-telling, dalla necessità di dire le cose in modo differente così da definire dei confini. Io non credo che chi faccia una riflessione sull’educazione linguistica possa farla al di fuori della riflessione antropologica. Una visione dell’Antropologia, sicuramente, c’è. Non credo nemmeno che l’Antropologia possa essere considerata al di fuori dalla sua componente linguistica. La base dell’Antropologia Strutturale è linguistica, per dire. Ma anche antropologi come Geertz, che sicuramente non erano strutturalisti, non evitano di certo l’attenzione sull’aspetto linguistico e relazionale. La disciplina parte dalla lingua, e avviene una sorta di transfer tra i fenomeni della lingua e quelli della cultura. La cultura umana è una cultura linguistica, ed è qui che nascono i fenomeni. La verità, però, è che bisogna smettere di pensare all’univocità di questo rapporto cultura-lingua: esiste tra loro una relazione ricorsiva. Non possiamo vivere vittime del paradigma aristotelico, del fatto che la causa e l’effetto siano staccati in meccanismi così complessi. La cultura non è causa del linguaggio, è una stupidaggine; e il linguaggio non è causa della cultura, è un stupidaggine anche quella. Entrambe sono causa ed effetto l’una dell’altra.

 

 

Per approfondire alcuni dei temi trattati:

Y. Martari, Il senso liberato. Stanley Fish e la didattica della lingua, «INTERSEZIONI», 2007, 2, pp. 307 – 326

 

Altri articoli che ti potrebbero interessare:

Facebook Comments

Fatima Maura Zucchi

Sono una studentessa al secondo anno di Antropologia, Religione e Culture Orientali all’Università di Bologna. Mi interessano molto i temi di religione, identità, etnolinguistica.Nata in Emilia, cresciuta in Romagna. Scrivo canzoni nel tempo libero. Mangiapiante da sempre amante dell’inglese. Forse, un giorno, antropologa.