Cercare Dio nel deserto

Nel IV secolo d.C. i deserti della Siria furono invasi da persone che andavano “a caccia di Dio[1]. L’ascesi e la vita monastica, in solitudine, erano le vie della fede. Sono gli anni del cristianesimo antico, quando ancora la fede la si doveva vivere prima di farne materia filosofica.

Sant’ Antonio abate, ultracentenario personaggio ecclesiastico vissuto tra il 250 e il 356 d.C., si dedicò alla vita ascetica nel deserto, luogo ostico covo di molti diavoli. Di lui scrisse san AtanasioVita Antoni”, elogiando il santo per le sue grandi capacità di resistenza ai demoni . Antonio aveva saputo fare fronte sia agli inganni del demonio, quando questo si presentava come un emissario di fede, che alle percosse che i demoni gli infierivano la notte[2].

“Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo».[3]”

Lo scrive Luca nel suo Vangelo, ma possiamo trovare questo episodio anche all’interno del vangelo di Matteo e Marco.

I luoghi della Bibbia non sono semplici paesaggi, ma nodi importanti di significati.

“Le ombre dei morti tremano sotto le acque e i loro abitanti. Davanti a lui nudo è il regno dei morti e senza velo è l’abisso.[4]”

Le parole di Giobbe (26:7) sono un esempio della letteratura dell’ Antico Testamento che riserverà caratteristiche sinistre al mare. Questo infatti sarà visto come luogo abitato dal Drago, luogo del male e prima di essere “liberato” dai giudizi biblici, le acque saranno considerate maligne da chi, nella Bibbia, aveva fede, ne è esempio Agostino[5].

In questa sede non tratterò i significati che i luoghi all’interno della Bibbia hanno avuto, questo perché l’Antico e il Nuovo Testamento sono stati sottoposi a secoli di esegesi e studi approfonditi, aprire qualunque parentesi in merito qui sarebbe inutile. Quello che mi interessa fare, infatti, sarà prestare un’ attenzione particolare al deserto biblico e all’abitare che qui si è sviluppato attraverso il monachesimo del IV fino al VI secolo e tentarne una sua lettura a livello antropologico.

La natura selvaggia compare spesso all’interno della Bibbia, tuttavia tra tutte le varietà che è possibile immaginarsi, il deserto rimane la più misteriosa. A determinare il valore di questo luogo è il suo carattere ambiguo in quanto spazio dove operano sia i demoni che Dio[6].

Proprio questa valenza ha guidato nella storia del cristianesimo antico, gruppi di fedeli interessati a scoprire e ad incontrare Dio, lontani dalla vita mondana. I monaci sono stati gli attori principali di questa tendenza. La loro fede proiettava coordinate nette nell’ ambiente vuoto del deserto, il bene e il male comparivano chiari nelle loro caratteristiche[7].

Ad essere straordinaria è la volontà che i fedeli hanno di allontanarsi da tutto quello che conoscono per abbracciare vie pericolose e sconosciute, sottrarsi dal familiare e inserirsi in un nuovo luogo insondabile, perdersi [8].

Si può dire di conoscere un luogo quando instauriamo delle relazioni con questo; un luogo è prima di tutto una relazione tra due attori: noi e il paesaggio. Quando viene meno questo dato, quando ci troviamo davanti a qualcosa che sfugge alle nostre relazioni, che apparentemente non vuole o non possiamo integrare in legami, allora possiamo dirci perduti[9].

La conseguenza più naturale è avere paura di quello che non conosciamo, delle relazioni che non riusciamo a sviluppare. Proprio per questo motivo l’ignoto solitamente viene confinato e i processi che dividono il familiare, la nostra casa, da ciò che familiare non è, la strada fuori, vengono sorvegliati, esattamente come le telecamere o l’allarme proteggono il nostro uscio[10].

Noi non possiamo sapere se i monaci e gli eremiti avessero o meno paura dell’ignoto, ma possiamo essere certi della loro voglia di scoprire la vicinanza con Dio. Proprio per questa ragione sono disposti a sottoporsi alle difficoltà che l’ascesi nel deserto prevedeva.

Ciò che conta è che, grazie alla fede, il luogo desertico poteva essere messo in ordine, poteva diventare familiare. Grazie alla fede è possibile dormire sulla pietra e digiunare perché proprio queste pratiche contribuiscono a definire l’esperienza di fede. Scandire l’azione religiosa, fare sì che questa impregni ogni aspetto della propria vita, è il modo per vivere Dio e fare proprio il deserto.

Lo spazio angusto che diventa luogo abitabile sembra subire un passaggio diretto che muta la sua situazione sotto la voglia di santità di un individuo. In realtà le cose sono più complesse in quanto poggiano sull’idea di trasformare lo sconosciuto in conosciuto attraverso relazioni e soprattutto le intenzionalità.

Il monaco che sceglie di vivere nel deserto è colui che prende un elemento biblico ambiguo e pressoché sconosciuto, per poi proiettarvi all’interno le sue volontà e i suoi desideri. Voler muoversi in un luogo per trovare Dio non è molto differente dal cambiare stato per tentare fortuna: una volta inseriti nel nuovo ambiente nel quale abbiamo già immaginato il successo che speriamo, ci impegneremo di più e saremo più attenti nel vederlo accadere[11].

E’ lo stesso meccanismo che soggiace ad un rito magico, come ad esempio può essere la benedizione di un terreno prima della sua coltivazione. Senza speculare sulla veridicità o l’efficacia del rituale e dello spostamento, gli atti, gli spostamenti che andremo a compiere ricopriranno per noi significati particolari e saranno catalizzatori della nostra intenzionalità[12].

Abitare il deserto sarà un modo per focalizzare la propria attività sulla ricerca di Dio e proprio questa attività renderà in grado di mostrare le nostre intenzioni che si muovono sul paesaggio.

La vita ascetica sarà l’ottimo strumento che verrà utilizzato per fare proprio lo sconosciuto e inserirlo dentro al familiare, incorporandolo. La fede sarà cornice e strumento che il monaco userà per narrare, dare senso allo sconosciuto.

Per questa ragione l’ondata monastica che dal IV al IV secolo invaderà i luoghi angusti potrà contare su una fede semplice e forte e sarà al tempo stesso temuta dall’autorità per la sua indipendenza[13].

G. Balzani

Fonti

[1] Robert Louis Wilken, I primi mille anni. Storia globale del cristianesimo, Einaudi 2013, pg. 116

 [2] A. M. di Nola, Il Diavolo, Newton Compton Editori 2004, pgg.186-194

[3] AA.VV., La Sacra Bibbia, Luca 4: 1-4, CEI 2008

[4] AA.VV., La Sacra Bibbia, Giobbe 26:7CEI 2008

[5] Bernard McGinn, Ocean and Desert as Symbols of Mystical Absorption in the Christian, The Journal of Religion, pg 158

[6] George Huntston Williams, The Wilderness and Paradise in the History of the Church, pg. 4

[7] Robert Louis Wilken, I primi mille anni. Storia globale del cristianesimo, Einaudi 2013, cap. 10 

[8] Franco La Cecla, Perdersi L’uomo senza ambiente, Laterza 2000, cap. 3

[9] Ivi, pg 88-89

[10] Ivi, cap. 3

[11] M. Dogulas, Purezza e pericolo, Bologna, il Mulino, 2013 cap.III 

[12] Robert Louis Wilken, I primi mille anni. Storia globale del cristianesimo, Einaudi 2013, cap. 10

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