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Capro espiatorio, rifugio dei violenti

Questa è la storia di un popolo stanco. Una storia senza tempo, che riguarda anche la nostra storia contemporanea: dagli Stati Uniti all’Europa, isole comprese. È la storia di un popolo a cui è montata piano la rabbia, perché è ora di dire basta.

All’inizio sembravano i primi passi della rivoluzione, quella che parte del basso, che nasce dai poveri cristi indignati, umiliati, sfruttati. Milioni di persone che non ci stanno più a farsi abbindolare e che finiscono per dare il potere, con i loro voti, a un giustiziere della notte. Un inquisitore in doppio petto o a petto nudo, a seconda delle stagioni, che sappia alzare la voce, la cresta, il pelo e, all’occorrenza, ulteriori attributi intimidatori.

Questa umanità – che non rappresenta gli ultimi della Terra ma che teme con il tempo un declassamento al terzo posto – non ha votato qualcuno che la rappresenti ma qualcuno che le somigli.

Nei periodi di crisi, che possono coincidere con carestie, calamità naturali, epidemie, guerre, ecc., la predisposizione alla violenza aumenta in modo esponenziale. E questo capita in tutte le società, senza limiti geografici o di tempo.

Il malessere, la paura, l’aggressività – che sono caratteristiche intrinseche dell’essere umano, si manifestano con prepotenza e forte intensità: la crisi predispone un terreno fertile alla violenza intestina, che mette l’uno contro l’altro e che abbatte la soglia del contenimento. Il capitale di odio, accumulato negli anni dal malcontento e dalla frustrazione, produce un meccanismo di violenza reciproca che nessuna società sa gestire da sola. (Girard 1980: 120)

Il conflitto può scoppiare tra vicini di casa, tra soci dello stesso circolo e giocatori della stessa squadra. La crisi fomenta stati d’animo assetati di sangue, vendetta e rappresaglia. Tutto ciò, con l’aggravante che l’uomo è l’unico essere vivente capace di provare desiderio. Desiderio che spesso coincide con quello di qualcun altro.

Questo processo si chiama mimesi, o desiderio mimetico, e ha la forza di trasformare il nostro prossimo – con il quale condividiamo la stessa ambizione – in nostro rivale (1980: 204, 205). Nei bambini il processo è evidente: ambiscono a diventare come i loro genitori e per farlo desiderano le stesse cose di mamma e papà. Anche l’adulto spesso desidera diventare qualcun altro e lo fa imitando un modello di bellezza, di stile, di status sociale, di valore morale o di potere.

La violenza della folla è un prodotto della mimesi: diventa virale nei social network e nella vita reale (i sassi lanciati dai ponti dell’autostrada o le aggressioni contro i migranti) perché è una violenza mimetica.

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«Bisogna riconoscere alla violenza un carattere mimetico di intensità tale che non potrebbe morire da sé una volta impiantata nella comunità. Per sfuggire al circolo, bisognerebbe liquidare i terribili arretrati di violenza che ipotecano il futuro, bisognerebbe privare gli uomini di tutti i modelli di violenza che non cessano di moltiplicarsi e di dar vita a nuove imitazioni.» (1980: 120)

Il problema è che i modelli di violenza sono creati a tavolino, anche con l’aiuto dei sondaggi. Il popolo si sente interpellato, risponde esasperato ai sondaggi demoscopici, per poi eleggere qualcuno che la pensa come lui (il famoso populista) e lo spedisce dritto al governo: ma il modello originale qual è? Il leader (accusato d’istigazione all’odio razziale) o il popolo (rancoroso e represso)?

All’orizzonte di questa storia, appare una soluzione vecchia come il mondo: il capro espiatorio. Il meccanismo del capro espiatorio è stato trovato dagli antropologi in tutte le società umane, in ogni periodo storico e in qualunque religione. La violenza trova finalmente una vittima sacrificale, che non deve essere per forza colpevole, su cui riversare tutta la sua ferocia.

La rabbia autodistruttiva, ormai giunta a livelli ingestibili, trova all’esterno della comunità un parafulmini su cui scaricarsi. Tutti si sentono danneggiati allo stesso modo e cercano di farsi giustizia allo stesso modo.

«Gli uomini vogliono convincersi che i loro mali dipendono da un unico responsabile di cui sarà facile sbarazzarsi.» (1980: 118) La violenza naturale, il lato oscuro nascosto dell’essere umano, si risolve quindi nella menzogna del capro espiatorio che «dissimula agli uomini la verità della loro violenza.» (1980:121)

La vittima sacrificale possiede delle caratteristiche ben precise:
1) deve poter ricevere la violenza da tutti: se tutti scagliano la pietra contro la vittima, nessuno individualmente si sentirà un assassino;
2) non deve vivere nella comunità ma neppure ai suoi antipodi: se fosse troppo vicina potrebbe essere vendicata, per esempio dai parenti. Troppo lontana, non darebbe motivazioni credibili alla sua eliminazione.

Nella storia e nelle culture di tutti i tempi, esempi di vittime sacrificali ne troviamo a bizzeffe: lo schiavo (viveva nella comunità ma non era considerato una persona); i prigionieri di guerra dei Tupinamba (mantenuti per anni nel villaggio, socialmente integrati; messi improvvisamente nelle condizioni di rubare per sopravvivere, venivano poi sacrificati e mangiati); le streghe (donne sole, senza marito o figli che potessero proteggerle o vendicarle); gli eretici (cristiani “alternativi”, potenzialmente pericolosi per il sistema); gli ebrei (il popolo di Cristo che non l’ha riconosciuto, i diversi rinnegati dalla Chiesa e poi perseguitati dal nazismo come razza da sterminare).

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I capri espiatori contemporanei sono moltissimi, perché tanta è la rabbia latente e astuti sono i leader che continuano a indicarne di nuovi. La vittima deve possedere qualche elemento distintivo (i migranti, i senza tetto, i matti, i rom, i cinesi comunisti, i coreani guerrafondai, gli islamici terroristi, i preti pedofili, quelli prima di noi, quelli più famosi di noi, quelli più ricchi di noi…) per attirare su di sé tutta la violenza e ristabilire l’ordine e la pace.

La presenza massiccia di capri espiatori indica che il popolo sta attraversando una crisi sacrificale: il seme della violenza potrebbe risvegliarsi, fino a germogliare in una guerra civile.

Questa è la storia dell’uomo, di un popolo stanco e pieno di rabbia che trova nella gogna il riscatto di una vita infelice. I governatori populisti sono i Ponzio Pilato della situazione, che si rimettono alla folla solo per capire da che parte spira il vento, per adeguarvisi di conseguenza. (Zagrebelsky 2007: 83)

Dare in pasto alla folla il capro espiatorio è come buttare carne fresca nella gabbia dell’orco, per tenerlo tranquillo. Il “crucifige!” è messo in scena dall’ondata dei #metoo, degli autodafé della Chiesa esposta allo scandalo, dai daspo a vita nella riforma anticorruzione, dalla condanna mediatica del presunto colpevole, che anticipa i “tempi della giustizia”… sono chiari meccanismi di produzione di capri espiatori.

Secondo René Girard, il capro espiatorio definitivo – l’unico che interrompe il circolo vizioso della violenza – è Gesù Cristo. Vittima innocente, che accetta il sacrificio ritraendosi nel silenzio, Gesù lascia al Sinedrio la volontà di sopprimerlo; al procuratore romano l’obiettivo di “soddisfare la moltitudine” (Mc 15,15) e preservare così il suo potere; alla folla il desiderio mimetico di violenza. Gesù lascia fare. Oppone il perdono alla violenza e si offre come modello nuovo di pace da seguire.

È la mimesi dell’amore.

 

Bibliografia:
Girard René, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980
Zagrebelsky Gustavo, Il “crucifige!” e la democrazia, Einaudi, Torino, 2007

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Lorena Tumari

Provengo dal mondo della pubblicità, dove nasco come copywriter. Oggi, all'analisi del consumatore, preferisco lo studio dell'essere umano e delle sue culture.