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Breve storia di una città infinita. Da Tenochtitlán a Città del Messico

Città del Messico: introduzione

Quando sono arrivata a Città del Messico per la prima volta nel 2018 avevo in testa molte idee su questo luogo. Le avevo raccolte da film, libri, documentari e racconti di amici messicani e conservate nei miei pensieri per prepararmi alla complessità di questa città a me ancora sconosciuta.

Ero abbastanza intimorita dal numero di abitanti, dall’estensione e dalle cronache di violenza che leggevo ma non mi sono lasciata frenare da questo istinto e ho preferito seguire un impulso forte di curiosità.

Il mito e pregiudizio che sorvola questa città era più facile da trovare su Internet o in articoli rispetto alle cronache di attualità e vita quotidiana dei chilangos, nome che viene dato agli abitanti capitolini. Solo i libri e i racconti di Pino Cacucci mi avevano davvero motivata e invogliata a vivere nella capitale messicana per qualche mese ed è grazie a questi che ci sono pure ritornata.

Prima di cominciare a scrivere come e cosa sto conoscendo di Città del Messico nel 2021 penso sia necessario evidenziare alcuni momenti storici importanti che hanno marcato l’evoluzione e la crescita di questa capitale.

Per farlo, ho scelto tre date simboliche e indispensabili per conoscere a fondo, capire e apprezzare questa urbe, ovvero l’anno della sua fondazione, quello dell’invasione spagnola e l’inizio dell’epoca moderna. Dopodiché, nei seguenti articoli, mi addentrerò nell’analisi antropologica della città attraverso l’uso dei cinque sensi.

Città del Messico: i mexicas e la fondazione di Tenochtitlán

Seguendo l’ordine cronologico, parto con l’anno 1325 d.C. che rappresenta la data di fondazione di Città del Messico che, a quel tempo, era conosciuta con il nome in lingua náhuatl di Tenochtitlán, in onore al suo fondatore Tenoch, figura di spicco della popolazione dei mexicas.1Questa popolazione viene più comunemente conosciuta con il nome di aztecas o aztechi ma in questa serie di articoli userò sempre il nome mexicas, perché lo ritengo più corretto. Infatti, questo sdoppiamento del nome della popolazione fondatrice di Città del Messico è dovuto a una semplificazione decisa da alcuni storici e archeologi anglosassoni. È necessario puntualizzare che gli aztechi erano i signori della città di Aztlán, i quali dominavano molti altri gruppi indigeni, tra i quali anche i mexicas (Brooks, 2020).

Questa data è simbolica e tuttora si trova spesso al centro di dibattiti riguardo alla sua esattezza e veridicità, dato che le fonti dell’epoca sono poco chiare. In effetti, bisogna specificare che questa data non rappresenta un evento storico, bensì un mito che non mai avuto luogo.

Tuttavia, questo racconto è di immensa importanza e si è mantenuto e rafforzato così tanto nella memoria nazionale messicana da diventare un elemento impossibile da evitare nel momento in cui si vuole raccontare la storia di Città del Messico. È per questo motivo che ho deciso di usarlo come primo riferimento.

Secondo vari studi archeologici e di decifrazione del Códice Boturini o Tira de la Peregrinación (Noguez, 2006), i mexicas emigrarono dall’antica città mesoamericana di Aztlán, (della quale tuttavia non si hanno fonti esatte della sua esistenza), dove vivevano in povertà e sotto il giogo dei potenti aztechi, dopo che Huitzilopochtli, divinità della guerra e del sole, gli promise una terra dove radicarsi e fondare una loro città indipendente, potente e prospera.

Lamina 18 del Codice Boturini, l’arrivo dei mexicas a Chapultepec –
Fonte: Fototeca INAH

Questo luogo promettente e sacro era a tutti sconosciuto, dato che non era stabilito a livello geografico. L’unica cosa certa era che doveva rispondere a delle caratteristiche ben precise che lo stesso Huitzilopochtli aveva comunicato a Tenoch: la nuova città dei mexicas si sarebbe dovuta erigere nell’esatto punto in cui i prescelti avrebbero visto un’aquila nell’atto di divorare un serpente (Vela, 2016).

A partire da questa promessa divina, questa popolazione iniziò un lungo esodo, con svariate complicazioni e divisioni interne, alla ricerca della loro “terra promessa”, fino a quando, proprio nel 1325, videro la tanto attesa aquila della profezia appoggiata su un fico d’india, detto nopal, nell’atto di cibarsi di un serpente su un’isola nella zona occidentale del lago di Texcoco, nella Valle di Anáhuac (Galván, 1999).

Città del Messico
Lago di Texcoco e isola di Tenochtitlán – Fonte: Wikimedia

Come già anticipato, gli elementi riportati fino a qua sono parte di un mito inventato dagli uomini che si mescola con la storia di Città del Messico. Ma perché accade ciò? Come spiega l’archeologo e intellettuale messicano Eduardo Matos Moctezuma (2019) in un breve saggio, la stretta relazione che esiste tra il dato storico, che si ottiene attraverso la ricerca archeologica e documenti scritti, e il mito, ossia l’insieme di simbolismi e credenze di una popolazione, sono aspetti comuni e quasi inseparabili nelle cronache della fondazione della maggior parte delle città antiche.

Per spiegarlo, Matos Moctezuma analizza e mette a confronto il caso della Roma antica e di Tenochtitlán, mostrando come entrambe le città, che a lungo furono il centro del potere delle rispettive aree geografiche, presentano la stessa dinamica di mescolanza tra realtà e mito per giustificare e legittimare la loro fondazione ed esaltare il loro valore attraverso l’uso simbolico di animali, piante ed elementi divini che richiamano costantemente nei loro monumenti e palazzi.

Quindi, così come Romolo e Remo allevati dalla lupa hanno un valore simbolico riconosciuto nella storia di Roma fino ai giorni nostri, così l’aquila con un serpente nel becco sono un emblema di grande importanza per Città del Messico ed è addirittura simbolo identitario della nazione perché questi elementi si trovano al centro del tricolore dal 1821, ovvero l’anno della dichiarazione d’Indipendenza del Messico.

Città del Messico
La fondazione di Tenochtitlán – Fonte: Fototeca Nacional INAH

Il punto dell’isola in cui si stabilirono i mexicas è una zona chiamata Chapultepec, che attualmente è il parco urbano più vasto della città e dell’America Latina, dove si possono trovare numerosi centri culturali e musei di grande prestigio a livello regionale, uno dei quali è il Museo Nazionale di Antropologia (Gonzalbo, 2010).

La città di Tenochtitlán si sviluppò fino a raggiungere 200.000 abitanti ed era suddivisa in quattro quartieri con numerose piazze e templi, connessi alla costa del lago attraverso quattro viali principali, che collegavano l’isola alle coste del lago e contenevano acquedotti e canali d’irrigazione delle zone agricole, dette chinampas.

Un aspetto sorprendente di questa urbe è che venne costruita come Venezia, sorretta da un suolo artificiale. Infatti, i mexicas pianificarono parti della città su un pavimento costituito da recinzioni di pali che vennero conficcati nel fondo del lago e riempiti di terra e fango. Le varie parti emerse della città erano connesse da una vasta rete di canali e percorsi con pontili mobili che permettevano agli abitanti di traslatarsi da un quartiere all’altro, accedere a piazze di mercati, centri religiosi o politici sia camminando che remando (Gonzalbo, 2010).

Murales “Il mercato di Tlatelolco” di Digo Rivera nel Palacio Nacional –
Fonte: AD México

A partire dal 1367, una parte della popolazione si separò e si spostò in un’altra zona formando un importante centro commerciale nel lago di Texcoco, così che su un’isola si trovavano i mexicas di Tenochtitlán, chiamati anche tenochcas, mentre in una poco più a nord si radicarono i mexicas di Tlatelolco, detti tlatelolcas.

Quest’ultimo luogo è ancora oggi conosciuto con questo nome e il centro più famoso è la Piazza delle Tre Culture, nota per la sua zona archeologica e per la terribile strage di studenti e studentesse che ebbe luogo il 2 ottobre del 1968 durante una manifestazione pacifica, poco prima dell’inizio delle Olimpiadi di quell’anno.2Riguardo a questo triste evento si possono leggere le dure parole di Oriana Fallaci, che si trovava in quel luogo e venne ferita proprio durante quell’attentato.

Nonostante questa divisione, Tenochtitlán si dimostrò più potente a livello espansionistico e bellico e presto si impose su Tlatelolco (non ci sono testimonianze di guerre), instaurò un governo formale, detto tlatocáyotl, e un proprio governatore, tlatoani (Gonzalbo, 2010).

A questo punto, se per Roma possiamo definire il Foro Romano come punto di maggior manifestazione fisica e simbolica del suo passato imperiale, qual è il monumento emblematico corrispondente che rappresenta il potere dell’impero di Tenochtitlán?

La risposta è senza dubbio il Templo Mayor, chiamato anche Coatépec, o “montagna dei serpenti” ovvero il luogo dove, secondo il mito, nacque il dio Sole. Questo tempio si trovava nella piazza principale di Tenochtitlán ed era il centro economico, religioso e politico della città. Venne costruito in sette tappe distinte, ognuna delle quali corrispondono al governo di un re mexica dal 1325 al 1521, ossia Itzcoátl, Moctezuma I, Axayácatl, Tízoc, Ahuízotl e, infine, Moctezuma II (Gonzalbo, 2010).

Leggi anche:  Antropologia del Messico: introduzione
Ricostruzione del Templo Mayor di Tenochtitlán –
Fonte: Fototeca INAH

Il Templo Mayor presidiava il grande recinto cerimoniale circondato da mura e si trovava vicino alla piazza principale, che oggi ha il nome di Zócalo o Plaza de la Constitiución, e che ospitava numerosi mercati.

Questo monumento aveva una forma piramidale ed era costituito da due monumenti comunicanti, che raggiungevano 60 metri d’altezza, strettamente relazionati tra loro sia a livello architettonico che simbolico che rappresentavano la visione cosmologica dualistica dei mexicas.

Infatti, il primo edificio che si trovava a Nord era dominato dal dio della pioggia Tláloc, simbolo dell’umidità, del freddo e della femminilità, mentre il secondo posizionato in direzione Sud era dedicato al dio solare e della guerra Huitzilopochtli, rappresentante della siccità, del calore e della mascolinità.

Tláloc e Huitzilopochtli – Fonte: Wikipedia

Queste due divinità simboleggiano elementi opposti ma non possono esistere in mancanza dell’altro.

In più, il Templo Mayor era anche un grande centro cerimoniale dove si lasciavano doni per le divinità, si effettuavano sacrifici propiziatori e si seppellivano i governatori defunti, come è stato confermato da numerosi ritrovamenti archeologici che sono stati costanti a partire dal 12 febbraio del 1978, quando nacque il Proyecto Templo Mayor.

Città del Messico
Riproduzione del Templo Mayor nella sala dei mexicas del Museo Nazionale di Antropologia – Fonte: Chiara Piamarta

Lentamente, Tenochtitlán si affermò come centro urbano di maggior potere a livello politico, economico e commerciale in tutta la macroregione mesoamericana e ciò fu possibile anche grazie alla Tripla Alleanza del 1434 che Tenochtitlán strinse in modo strategico con le vicine città di Texcoco e Tlacopan (attualmente Tacuba) per limitare i conflitti nella Valle di Anáhuac e creare una situazione favorevole allo sviluppo economico, culturale e commerciale della zona (Gonzalbo, 2010).

Tenochtitlán era la città meglio dotata a livello militare e il suo esercito era in grado di pianificare rigorosamente campagne militari con fini espansionistici. I rappresentanti principali della forza e educazione bellica dei mexicas erano il guerriero aquila e il guerriero giaguaro, che rispettivamente erano riferimenti di due parti fondamentali delle credenze locali, ovvero il cielo e l’oltremodo.

Tuttavia, i mexicas tenochcas con la loro politica espansionistica basata nella raccolta di tributi dalle popolazioni sottomesse avevano aumentato il numero di popolazioni avversarie, tra le quali i tlaxcaltecas, i texcocanos e i tapanecas, che presto si sarebbero rivelati dei pericoli e una delle cause della caduta dell’impero (Gonzalbo, 2010).

Ricostruzione di Tenochtitlán sull’isola del Lago di Texcoco –
Fonte: México Máxico

Hernán Cortés e la pianificazione di una nuova città

La crescita di potere e di territori di Tenochtitlán ebbe luogo in meno di un secolo, durante il periodo storico conosciuto come Posclásico tardío (tardo Postclassico) e si fermò bruscamente con l’invasione spagnola che ebbe luogo nel 1519, quando il governatore mexica era Moctezuma II.

Dopo due lunghi anni di combattimenti e strategie, proprio 500 anni fa, con precisione il 13 agosto del 1521, Tenochtitlán venne sconfitta e sottomessa definitivamente dagli spagnoli, con un esercito guidato dal condottiero Hernán Cortés e sostenuti dalla forza bellica di migliaia di indigeni come i tepanecas e texcocas che i mexicas si erano inimicati a causa del loro dominio tributario e politico.

Tuttavia, Tenochtitlán si trovava in una fase di decadenza già da prima dell’arrivo delle truppe spagnole; infatti, con il governo di Moctezuma II si era registrata una paralisi in termini di espansione e fioritura culturale che aveva rappresentato l’avvicinarsi a una fase di crisi eminente (Gonzalbo, 2010).

Il 1521 è, quindi, la seconda data importante nella storia di Tenochtitlán perché l’invasione spagnola fu l’inizio di una nuova fase di sviluppo della urbe mexica, che venne distrutta e pianificata secondo un nuovo sistema urbano europeo, costituito da idee, credenze religiose e necessità politiche determinate dai conquistadores spagnoli.

Fu a partire dalla frattura enorme nata dallo scontro di due civiltà molto diverse che Città del Messico entrò in una nuova epoca di crescita e ricostruzione che si improntò principalmente nella costruzione di una urbe che rispettasse gli ordini della monarchia spagnola e applicasse le leggi dello Stato della Chiesa (Rama, 1998).

Moctezuma II e Hernán Cortés –
Fonte: México Desconocido

Per realizzare questi sogni espansionistici e coloniali determinati dal desiderio di cristianizzazione, educazione e dominio delle popolazioni locale della Valle di Anáhuac, ebbe luogo una pianificazione della nuova città mesoamericana, destinata a essere sede centrale del Virreinato e cuore della Nueva España.

Nel 1548 Hernán Cortés usò per la prima volta un nuovo nome per definire questa zona urbana e la chiamò così:

La Muy Noble, Insigne y Muy Leal e Imperial Ciudad de México
(Garza, Damián, 1991:22).

In questo modo, egli la ribattezzò usando parole che, esaltando in parte la grandiosità della città del passato, ormai resa solo un ricordo, proiettavano lo sguardo collettivo verso un futuro imminente e ancor più promettente per il suo popolo e la sua terra.

Mappa del lago e di Città del Messico –
Fonte: Mediateca INAH

Dal punto di vista urbanistico, per soddisfare gli ideali imposti dalla Chiesa e dai reali di Spagna, i coloni iniziarono a controllare l’ordine distributivo geometrico e geografico durante la pianificazione di Città del Messico.

Così, si disegnò questa urbe secondo norme sociali, religiose e architettoniche rette dai concetti di ordine, ragione e rigidità che caratterizzavano la struttura delle città barocche e si conformavano alle leggi vigenti nella Spagna cristiana del XVI secolo.

In questo modo, Città del Messico venne disegnata a forma di scacchiera, con strade diritte che si incrociano ad angolo retto e quartieri composti da edifici rettangolari, tutto ciò distribuito in modo geometrico attorno a un centro, che era il luogo in cui si riunivano sia simbolicamente che fisicamente il potere ecclesiastico, militare e amministrativo della nuova urbe coloniale (Rama, 1998).

Mappa di Città del Messico intorno al 1555 – Fonte: Geografía Infinita

Durante questo processo di ricostituzione di un nuovo ordine e di costruzione della nuova Ciudad de México non è un caso che il centro in cui si concentrava il potere mexica, ovvero il Templo Mayor, venne distrutto (Matos, 2014) e gran parte del materiale roccioso che lo componeva venne usato per la costruzione, quasi nello stesso punto, della Catedral Metropolitana e di altri palazzi di potere spagnoli. In questo modo, ciò che non poteva entrare a far parte del nuovo ordine stabilito, veniva saccheggiato ed eliminato.

Città del Messico
La Cattedrale di Città del Messico eretta nel punto in cui si trovava il Templo Mayor – Fonte: local.mx

Per quanto riguarda le popolazioni indigene locali e le attività commerciali e culturali che non appartenevano alla classe dominante europea si effettuò un allontanamento e queste vennero spostate nella periferia, verso l’esterno della città dove per gli spagnoli vigeva una struttura opposta alla loro, ovvero quella del disordine e dell’irrazionalità.

Quindi, a partire dai dualismi ordine-disordine e razionale-irrazionale si sviluppò quello di centro-periferia che fu una delle basi per la creazione di una società strutturata in un sistema gerarchico, composto da gruppi sociali disuguali e polarizzati.

Sebbene la divisione gerarchica della popolazione fosse già esistente nella società mexica (Gonzalbo, 2013), con l’arrivo degli spagnoli a Città del Messico ebbero inizio nuovi fenomeni sociali che permangono tutt’oggi e che conosciamo con i termini scientifici di diseguaglianza, gentrificazione e discriminazione.

Tuttavia, la divisione tra la popolazione europea e quella indigena messicana non si mantenne netta a lungo (nonostante le proibizioni di matrimoni misti), visto che nelle zone del centro era necessaria la servitù.

Questa forza lavoro venne scelta tra la popolazione emarginata indigena e, così, ebbe luogo un fenomeno che tuttora è conosciuto con il nome di mestizaje, ovvero mescolanza di due civiltà che dà forma a una nuova.

Secondo studi sociologici e storici, verso la fine del Virreinato spagnolo, la composizione della popolazione della Nuova Spagna era composta del 40 per cento di creoli e mestizos, mentre il restante 60 per cento rappresentava la popolazione indigena (Serrano, 2004).

In questa dinamica di mescolanza della popolazione bisogna anche riportare il processo di crescita demografica che, seppur lenta, fu molto costante: da appena 30 mila abitanti del XVI secolo si giunse alla soglia di più di 180 mila nel 1810 (Garza, Damián, 1991).

Crescita demografica, urbana e modernità a Città del Messico

In seguito all’Indipendenza dal dominio spagnolo del 1821, Città del Messico si mantenne capitale ma, questa volta, degli Stati Uniti Messicani. Inizialmente, con questo avvenimento la città registrò una grande riduzione della popolazione, dovuto al fatto che circa 165 mila spagnoli fuggirono dal paese ma, in seguito, il numero di abitanti aumentò in modo accelerato fino a raggiungere la cifra di 300 mila abitanti nel 1884 (Garza, Damián, 1991).

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Ma come si può spiegare questa crescita così repentina della popolazione? Il motivo principale riguarda il processo di industrializzazione che si registrò a livello nazionale ma che ebbe il suo fulcro e apice proprio a Città del Messico a partire dal 1876, anno in cui entrò al governo Porfirio Díaz, il quale puntò a una politica di apertura dell’economia nazionale verso il capitale straniero, alla progettazione della rete ferroviaria nazionale e a un potenziamento della produzione e distribuzione dell’elettricità nella capitale (Vargas, 1991).

Grazie a questi elementi che favorirono lo sviluppo economico e l’industrializzazione messicana, tra il 1900 e il 1930 si registrò la prima tappa di “metropolitanismo” e di crescita del nucleo centrale di Città del Messico che in solo trent’anni passò da 344 mila abitanti a 1 milione e 29 mila abitanti (Garza, Damián, 1991). Le attrazioni principali erano le attività commerciali e del settore terziario.

In seguito, tra il 1930 e il 1950, si verificò anche un’espansione della zona periferica della città, che provocò una lenta decentralizzazione dell’attività commerciale capitolina, la quale si distribuì in varie zone.

Traffico vicino alla Piazza della Costituzione o Zócalo intorno al 1945 –
Fonte: Mediateca INAH

Negli anni Cinquanta, un altro fattore che servì da impulso per lo sviluppo economico di Città del Messico fu l’arrivo del discorso di modernità proveniente dall’impero emergente confinante, ovvero gli Stati Uniti d’America. Questo nuovo invito alla crescita e al consumo influenzò molti stati in tutto il mondo e il Messico fu uno di questi.

Si può segnare l’inizio di questo processo di modernizzazione con il governo di Miguel Alemán (1946-1952) che fu il promotore di grandi cambiamenti nella città: alcuni di questi furono la Città Universitaria della Università Nazionale Atonoma del Messico (UNAM), chiamata anche semplicemente CU, la tangenziale Anillo Periférico, complessi residenziali ma, soprattutto, l’emblematica Torre Latinoamericana: progettata da Miguel S. Macedo e José A. Escandón dopo fine della Seconda Guerra Mondiale, si trova nel centro storico tra calle Madero ed Eje Central e fu il primo grattacielo ad essere costruito in Messico (Pacheco, 2020). Quest’ultimo dato può sembrare superfluo ma in realtà è di grande importanza per vari aspetti.

Vista della Torre Latinoamericana dall’Avenida Juárez intorno al 1957 –
Fonte: Mediateca INAH

La Torre Latinoamericana venne inaugurata il 30 aprile 1956, esattamente 65 anni fa, confermandosi così il posto di grattacielo più alto in America Latina per vari anni oltre ad essere la torre “sorella” dell’Empire State Building, dato che i pezzi che le compongono vennero forgiati nella stessa fabbrica, la McClintic-Marshall di Pittsburgh, e hanno un’estetica simile (Gálvez, 2021).

Inoltre, la Torre, con i suoi 181 metri di altezza e 44 piani, fu il primo grattacielo costruito in uno dei luoghi con più alto rischio sismico al mondo. Città del Messico si trova, infatti, nell’area geologica detta Cintura di fuoco del Pacifico, dove si concentrano la maggior parte dei vulcani e dei terremoti a livello globale.

Per questo, la costruzione del suo primo grattacielo fu un evento straordinario a livello architettonico, poiché la tecnica usata per la struttura antisismica era unica e, in seguito, venne ripresa in altre parti del mondo, come Cile e Giappone (Gálvez, 2021). La scoperta innovativa a livello di ingegneria idraulica consistette nella costruzione delle fondamenta con 361 pali di cemento collocati sotto la Torre, i quali trapassano per più di 30 metri il sottosuolo argilloso fino a giungere al primo strato di terreno duro e stabile che permette alla struttura di mantenersi fissa al terreno (Gálvez, 2021).

Questo sistema antisismico venne messo a dura prova tre volte nell’arco dell’esistenza di questo grattacielo: nel 1957, con un terremoto di 7,8 gradi sulla scala Richter, nel 1985, con un altro di 8,1 gradi e, infine, nel 2017, con una scossa di 7,1 gradi.

Vista della Torre Latinoamericana dopo il terremoto del 1985 – Fonte: Andrés Carey

Sebbene si tratti di un’innovazione riconosciuta a livello globale, la base costruita per la Torre Latinoamericana non fu esattamente una scoperta del XX secolo. Infatti, i piloni sottostanti alla struttura del grattacielo vennero copiati da quelli del Templo Mayor, anch’esso sostenuto da grandi pali per resistere alle forti scosse di terremoto.

Questo dettaglio mostra due facce, non solo della Torre Latinoamericana, ma di tutta Città del Messico: il primo è la consapevolezza di un’unicità che vuole essere continuamente esaltata, che supera i limiti e guarda in modo sfrontato verso il futuro che si avvicina; il secondo è la nostalgia perpetua del passato precolombiano che si è consolidato nella memoria collettiva con i suoi miti esaltanti e i resti di monumenti straordinari. Tutto ciò, per giustificare un presente frenetico e vivo, scandito da giornate fatte di suoni, profumi, odori, colori e volti che sono impossibili da confondere e, ancor di meno, da dimenticare.

Come scrive Matos Moctezuma:

Le città sorgono tra il mito e la realtà. […]. Non conosciamo con certezza la ragione della comparsa delle città nell’antichità, cioè le cause che le producono, poiché ciò che salta davanti ai nostri occhi è l’effetto, cioè quegli enormi conglomerati umani con tutta la loro complessità (Matos, 2019:3).

Di questi “effetti” mi occuperò nei seguenti articoli, nei quali inizierò un’analisi di Città del Messico a partire dai cinque sensi.

 

Bibliografia:

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