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Babbo Natale esiste?

Babbo Natale esiste?

Ho iniziato la stesura di questo articolo nella speranza di risolvere un quesito fanciullesco, ma sempre attuale:
Babbo Natale esiste davvero?

Iniziando la mia ricerca, mi sono accorta che, prima di tutto, la figura di Babbo Natale richiama l’omonima festività cristiana. Per rintracciare le origini del mito, però, è necessario prima di tutto spogliare il nostro Babbo di questa aurea religiosa. A ben pensarci, poi, Babbo Natale ha ben poco di cristiano senza dover compiere grandi sforzi di separazione, tanto che ai bambini non viene chiesto di pregare per ricevere i doni natalizi, ma di scrivere una letterina con le richieste più profonde e segrete, promettendo di essere buoni.

Comunque sia, per cominciare è necessario compiere chiarificazione.

Origini della festività

I Saturnali

Il Natale si celebra ogni anno il 25 dicembre. E’ una festa in cui si ricorda la nascita di Gesù Cristo, ma già prima che i cristiani la istituissero molte culture organizzavano delle celebrazioni in questo periodo.
I Vangeli non indicano una data per la nascita di Gesù. Per anni vennero proposte varie date, e il 25 dicembre è stato infine scelto per “cristianizzare” le feste pagane che si celebravano nell’Impero Romano.

Fu sotto l’imperatore Costantino che la data del 25 dicembre divenne ufficialmente il Natale per tutti i cristiani sparsi per il mondo. In quel periodo nell’ impero si celebravano i Saturnali, o la festa del cosiddetto “Sole Invitto”.

La celebrazione avveniva durante il periodo del solstizio d’inverno; il sole, toccando simbolicamente il punto più vicino alle tenebre, riusciva a risalire diventando un sole invincibile, e per questo veniva celebrato.

I Saturnali, Saturnalia in latino, si celebravano dal 17 al 23 dicembre in onore del dio Saturno. Durante i Saturnali le comuni regole sociali venivano invertite, per esempio capitava che i padroni servissero i loro schiavi. Molte tradizioni dei Saturnali si sono trasmesse al Natale cristiano, tra queste lo scambio dei regali: si invitavano gli amici a pranzo, si donavano e si ricevevano cose semplici, simboliche, poiché scambiare oggetti di valore sarebbe stato contrario allo spirito della festa. Ai bambini venivano regalate statuette di pasta dolce a forma di bambole e animali.

La progressiva sostituzione dei Saturnali con la festa del Natale è risultata semplice.

La storia dietro Babbo Natale invece è più complessa.

San Nicola

Questa figura è nata a partire da quella di San Nicola di Bari, noto anche come San Nicola di Myra, città nell’attuale Turchia in cui era vescovo. Dopo la morte, che si celebra il 6 dicembre, il suo corpo fu trasportato a Bari. Il culto di questo santo è sempre stato legato all’idea dei doni recapitati ai bambini.

Molte leggende, però, sorgono attorno alla figura di Babbo Natale.
Una delle più particolari e significative è la leggenda di Kiev.
Essa occupa un posto importante nella tradizione letteraria e nella cultura russa. Si differenzia dalle altre leggende nicolaniane, simili tra loro , per il carattere universalistico dato all’ impresa.

Questo è dovuto all’ incontro di più leggende provenienti sia da Occidente che da Oriente.

Come nelle altre leggende, l’antefatto descrive le devastazioni compiute dai Turchi al tempo del patriarca Nicola III Grammatico (1084-1111), i quali invasero la Licia dove era custodito prezioso il corpo di San Nicola. Si diceva che questo operava prodigi meravigliosi.
La leggenda narra che San Nicola apparve ad un sacerdote di Bari, a cui ordinò di comunicare agli uomini e alla comunità ecclesiastica di compiere una missione di recupero del corpo del santo dalla città di Mira. Quindi ciò che distingue la leggenda di Kiev dalle altre è la causa divina dell’avventura dei marinai baresi, nascosta da una fittizia causa commerciale che negli altri racconti appare l’unica.

Dopo l’ enumerazione dei miracoli, seguì la costruzione di una Basilica in onore del santo, dove vennero riposte le reliquie in un’urna d’oro e d’argento. Venne istituita la festa di maggio in onore di San Nicola, che ancora oggi viene ripetuta. Durante i festeggiamenti venne consumato un abbondante banchetto con cibo e bevande, e vennero offerti molti doni ai poveri.

Elementi economici e universalità del culto

Ciò che più colpisce del culto nicolaiano è la sua localizzazione barese e la sua diffusione in Oriente e Occidente.
La traslazione delle reliquie da Mira a Bari si presenta come una vera e propria impresa politico-religiosa, voluta dall’aristocrazia barese che cercava sul terreno economico-religioso quella supremazia che aveva perso sul campo politico-militare.
Si tratta di una tenuta costante di una conquista del popolo Occidentale in Oriente, la realizzazione di un’ambizione delle altre città marinaie di liberarsi dalla supremazia mercantile bizantina e della messa in risalto la supremazia di una classe sociale: la borghesia mercantile barese che raggiunse molto prestigio.
Ecco che si delinea il carattere mercantile della festa di maggio.

A conferma del carattere mercantile e universalistico della festa di maggio è la scarsa partecipazione delle classi popolari baresi, mentre si verifica una forte partecipazione dei forestieri che si recano a Bari in pellegrinaggio per chiedere grazie al Santo taumaturgo.

Gli elementi simbolici coinvolti nella festa sono la primavera e il mare: questi appartengono all’universo mitico e magico dello strato più profondo della festa, e che questa intende esprimere attraverso la commemorazione moderna di un’impresa marinaia dell’anno Mille, che si compì in mare e coinvolse Oriente e Occidente, facendo di San Nicola un santo mediterraneo ed ecumenico. Dal momento che i bizantini lo invocarono come loro protettore durante la lotta tra questi ed Arabi per la supremazia sul mare, San Nicola divenne un santo protettore dei marinai trasformandosi da santo locale a santo nazionale. La vicenda della traslazione delle reliquie di San Nicola è al tempo stesso un episodio storico e mitico, di un culto che si ripete e si rinnova trasferendosi in realtà storiche, geografiche e culturali diverse.

San Nicola è considerato il proprio patrono da parte di adulti, marinai, mercanti, arcieri, bambini, prostitute, farmacisti, avvocati, prestatori di pegno, detenuti. È anche il santo patrono delle città di Bari.

Evoluzioni del culto

Nei Paesi Bassi, San Nicola (Sinterklaas in olandese) viene festeggiato il 5 dicembre, la vigilia in cui si distribuiscono doni; in Belgio, Polonia, Lussemburgo e Francia, i medesimi festeggiamenti si svolgono il giorno successivo. Tali celebrazioni hanno dato origine al mito ed al nome di Santa Claus, nelle sue diverse varianti.

L’equivalente di Babbo Natale in questi paesi è Kerstman (letteralmente “uomo di Natale”).

 

 

Prima della conversione al cristianesimo, il folclore dei popoli germanici, incluso quello inglese, narrava che il dio Odino (Wodan) ogni anno tenesse una grande battuta di caccia nel periodo del solstizio invernale, accompagnato dagli altri dei e dai guerrieri caduti.

La tradizione voleva che i bambini lasciassero i propri stivali vicino al caminetto, riempendoli di carote, paglia o zucchero per sfamare il cavallo volante del dio. In cambio, Odino avrebbe sostituito il cibo con regali o dolciumi. Questa pratica è sopravvissuta in Belgio e Paesi Bassi anche in epoca cristiana, associata alla figura di san Nicola.

I bambini, ancor oggi, appendono al caminetto le loro scarpe piene di paglia in una notte d’inverno, perché vengano riempite di dolci e regali da san Nicola.

Un’altra tradizione folklorica delle tribù germaniche racconta le vicende di un sant’uomo (in alcuni casi identificato con san Nicola) alle prese con un demone (che può essere un diavolo, un troll o la figura di Krampus) o un oscuro uomo che uccideva nei sogni. La leggenda narra di un mostro che terrorizzava il popolo insinuandosi nelle case attraverso la canna fumaria durante la notte, aggredendo e uccidendo i bambini in modo orribile.

Il sant’uomo si pone alla ricerca del demone e lo cattura imprigionandolo con dei ferri magici o benedetti. Il demone viene costretto dal santo a passare di casa in casa portando dei doni ai bambini. In alcuni casi la buona azione viene ripetuta ogni anno.

Altre forme del racconto presentano il demone convertito agli ordini del santo, che raccoglie con sé gli altri elfi e folletti, diventando quindi Babbo Natale.

Folklore islandese

Gli islandesi hanno 13 folletti, chiamati Jólasveinar, i cui nomi derivano dal tipo di attività o di cibo che preferiscono.

Una volta all’anno, lasciano le grotte dove abitano per portare ai bambini islandesi buoni dei doni. Questi vengono messi nelle scarpe che i bambini hanno lasciato sotto le finestre. In pratica, i bambini islandesi, se sono stati buoni, ricevono tredici regali, uno per ogni giorno delle due settimane che precedono il Natale. Questi folletti, tuttavia, possono essere dispettosi e a volte si divertono a fare scherzi agli umani. Inoltre, se il bambino ha fatto il cattivo, riceve al posto dei doni delle patate.

Evoluzione moderna

Il babbo Natale di oggi riunisce le rappresentazioni premoderne del portatore di doni, di ispirazione religiosa o popolare, con un personaggio britannico preesistente. Quest’ultimo risale almeno al XVII secolo, e ne sono rimaste delle illustrazioni in cui è rappresentato come un signore barbuto e corpulento, vestito di un mantello verde lungo fino ai piedi e ornato di pelliccia. Rappresentava lo spirito della bontà del Natale, e si trova nel Canto di Natale di Charles Dickens sotto il nome di Spirito del Natale presente.

Santa Claus ha origine da Sinterklaas, il nome olandese del personaggio fantastico derivato da san Nicola, che viene chiamato anche Sint Nicolaas; esistono, infatti, diverse varianti inglesi del nome (Santa Claus, Saint Nicholas, St. Nick).

Gli abiti di Sinterklaas sono simili a quelli di un vescovo; porta un copricapo rosso con una croce dorata e si appoggia ad un pastorale. Il richiamo al vescovo di Mira è ancora evidente. Sinterklaas ha un cavallo bianco con il quale vola sui tetti; i suoi aiutanti scendono nei comignoli per lasciare i doni (in alcuni casi nelle scarpe dei bambini, lasciate vicino al caminetto); arriva in piroscafo dalla Spagna ed è accompagnato da Zwarte Piet.

Una parte essenziale nella trasformazione di san Nicola in Babbo Natale spetta a Clement Clarke Moore, scrittore e linguista di New York, il quale nel 1823 scrisse la poesia “A Visit from Saint Nicholas nella quale rappresentò il santo come un elfo rotondetto, con barba bianca, vestiti rossi orlati di pelliccia, alla guida di una slitta trainata da renne e portatore di un sacco pieno di giocattoli.

 

 

Per il Natale del 1862, Babbo Natale apparve con giacca rossa, barba bianca e stivali; fu l’illustratore Thomas Nast a disegnarlo sulla rivista statunitense Harper’s Weekly.

La renna appare con Santa Claus poiché la tradizione lo ha fatto un personaggio proveniente dal Nord Europa. Nel nord Europa la renna era sacra alla dea Disa e assume spesso il significato di simbolo lunare, come tutti gli altri cervidi, perciò ha ruoli funerari e di guida delle anime dei defunti nell’oltretomba, ma soprattutto ha ruoli notturni per cui è collegata a Santa Claus che giunge di notte portando doni.

Anche in altri paesi questa figura di san Nicola ha subito gli adattamenti necessari per uniformarsi al folklore locale. Ad esempio, nei paesi nordici sopravvive ancora l’immagine pagana della capretta che porta i regali la Vigilia di Natale, e le decorazioni natalizie costituite da caprette di paglia sono molto diffuse.

 

Babbo Natale

 

Secondo alcuni il vestito rosso di Babbo Natale sarebbe opera della Coca-Cola: originariamente il vestito era verde, sarebbe divenuto rosso solo dopo che, negli anni ’30, l’azienda della Coca-cola utilizzò Babbo Natale per la sua pubblicità natalizia, e lo vestì in bianco e rosso, come la scritta della sua famosa bibita. Questa teoria non è però da ritenersi corretta: storicamente la Coca-Cola non fu la prima ad usare la figura moderna di Babbo Natale nelle sue pubblicità. E ancor prima, la figura di Babbo Natale apparve vestita di rosso e bianco in alcune copertine di un periodico umoristico statunitense, tra la fine del XIXe l’inizio del XX secolo, nonché nelle illustrazioni di raccolte di canzoni natalizie. Possiamo trovare un Babbo Natale vestito di rosso anche in una cartolina russa dei primi del ‘900.

 

Babbo Natale nei centri commerciali

Nella tradizione anglosassone, Babbo Natale è anche un personaggio in costume che staziona nei grandi magazzini o nei centri commerciali, o alle feste dei bambini. Di solito è aiutato da altri uomini travestiti da elfi.

La sua funzione è quella di promuovere l’immagine del negozio distribuendo regali ai bambini, oppure quella di far divertire i bambini, prendendoli sulle ginocchia chiedendo loro quali regali desiderano e spesso facendosi fotografare con loro. Tutto questo avviene di solito in un’area del negozio appositamente allestita. L’ultima tendenza dei centri commerciali statunitensi e britannici, invece, è di far girare il Babbo Natale per il negozio facendosi seguire dai bambini, tecnica che si è rivelata essere più remunerativa.

 

Babbo Natale

Rappresentazioni di Babbo Natale

Di solito, Babbo Natale viene rappresentato come un signore anziano e panciuto, gioviale e occhialuto, vestito di un costume rosso con pellicci bianca, con una lunga barba bianca. La sera della vigilia di Natale sale sulla sua slitta trainata da renne volanti e va di casa in casa per portare i regali, contenuti in un grosso sacco, ai bambini. Per entrare nelle case si cala dal comignolo, sbuca nel caminetto, e lascia i doni sotto l’albero di Natale. Durante il resto dell’anno si occupa della costruzione dei giocattoli con la Signora Natale e i suoi aiutanti elfi. Nelle rappresentazioni più moderne il laboratorio di Babbo Natale somiglia più a un centro di smistamento di giocattoli confezionati che a un’officina dove vengono costruiti.

A causa di alcuni tratti decisamente fuori dal comune del comportamento di Babbo Natale, le sue azioni vengono spiegate anche con il ricorso alla magia: egli è in grado di consegnare, in una sola notte, i regali a tutti i bambini del mondo che credono in lui volando su una slitta; di infilarsi nei comignoli e di entrare dal camino anche nelle case senza caminetto; si pensa sia immortale e possiede renne volanti.

Da San Nicola a Santa Claus

Resta da spiegare come questo santo mediterraneo si sia spostato al Polo Nord e sia stato associato al Natale. In realtà per molti secoli il culto di san Nicola – e la tradizione di fare regali ai bambini – si continuò a celebrare il 6 dicembre, come avviene tuttora in diverse zone dell’Italia del Nord e dell’arco alpino, fino in Germania. Col tempo al santo vennero attribuite alcune caratteristiche tipiche di divinità pagane preesistenti, come il romano Saturno o il nordico Odino, anch’essi spesso rappresentati come vecchi dalla barba bianca in grado di volare. San Nicola era anche incaricato di sorvegliare i bambini perché facessero i buoni e dicessero le preghiere.

Ma la Riforma protestante, a partire dal Cinquecento, abolì il culto dei santi in gran parte dell’Europa del Nord. A chi far portare i doni ai bambini adesso?. In molti casi, il compito fu attribuito a Gesù Bambino, e la data spostata dal 6 dicembre a Natale. Ma Gesù Bambino non sembrava in grado né di portare troppi regali, né soprattutto di minacciare i bambini cattivi. Così gli fu spesso affiancato un aiutante, in grado anche di mettere paura.

Nacquero così nel mondo germanico alcune figure a metà tra il folletto e il demone. Erano loro a garantire che i bambini facessero i buoni, minacciando punizioni come frustate o rapimenti e anche questi personaggi hanno partecipato alla costruzione della figura dell’allegro vecchietto in slitta.

San Nicola in America

Gli immigrati nordeuropei portarono con sé queste leggende quando fondarono le prime colonie nel Nuovo Mondo.

Ma nell’America delle origini il Natale era molto diverso da come lo consideriamo oggi. Spesso era diventato una sorta di festa pagana dedicata soprattutto al massiccio consumo di alcol e non c’era nessun magico dispensatore di doni.

Poi, nei primi decenni dell’Ottocento, diversi poeti e scrittori cominciarono a impegnarsi per trasformare il Natale in una festa di famiglia, recuperando anche la leggenda di san Nicola.

Per molti decenni Santa Claus viene rappresentato con varie fattezze e con vestiti di varie forme e colori. Solo verso la fine del secolo, grazie soprattutto alle illustrazioni di Thomas Nast, grande disegnatore e vignettista politico, si impone la versione “standard”: un adulto panciuto, vestito di rosso con i bordi di pelliccia bianca, che parte dal Polo Nord con la sua slitta trainata da renne e sta attento a come si comportano i bambini.

Ritorno in Europa

Una volta standardizzata la figura di Santa Claus torna in Europa in una sorta di migrazione inversa, adottando nomi come Père Noel, Father Christmas o Babbo Natale e sostituendo un po’ ovunque i vecchi portatori di doni.

Naturalmente, c’è anche chi nel Babbo Natale di origine yankee vede nient’altro che il simbolo della deriva consumista del Natale. Altri lo rifiutano o lo snobbano semplicemente in nome della tradizione, come i non pochi italiani ancora affezionati a santa Lucia, alla Befana o al vecchio, originale san Nicola.

Il protettore dei bambini

Perché la figura di San Nicola diventò anche protettore dei bambini e mitico dispensatore di doni?

Gerry Bowler, storico e autore del libro Santa Claus: A Biography, spiega che la ragione risiede soprattutto in due leggende che si diffusero in Europa intorno al 1200.

La prima, e più nota, racconta del giovane vescovo Nicola che salva tre ragazze dalla prostituzione facendo recapitare in segreto tre sacchi d’oro al padre, che così può salvarsi dai debiti e fornire una dote alle figlie.

Nella seconda, Nicola entra in una locanda il cui proprietario ha ucciso tre ragazzi, li ha fatti a pezzi e li ha messi sotto sale, servendone la carne agli ignari avventori. Nicola non si limita a scoprire il delitto, ma resuscita anche le vittime.

Il dono

Dopo questo excursus di varianti sulla figura di Babbo Natale nel tempo e nello spazio geografico, ciò che rimane come un tratto invariato e comune a tutte le sue diversificazioni pare essere proprio la presenza costante del dono.

Su questo argomento hanno scritto e indagato molti studiosi, tra cui sociologi e antropologi.

Malinowski: il kula delle Trobriand

L’antropologo Bronislaw Malinowski descrive la forma di scambio del dono presso le isole Trobriand, nel suo volume Argonauti del pacifico occidentale. Tale sistema di scambio (kula in lingua locale) occupa lo spazio più importante nella vita tribale di questi indigeni che vivono all’ interno del suo circuito.

Tra le isole circolavano due tipi di oggetti: collane di conchiglie rosse e bracciali di conchiglie bianche. Le collane circolavano solo in senso orario, mentre i bracciali in senso antiorario, in modo che la prima categoria di oggetti poteva essere scambiata solo con la seconda. Lo scambio seguiva regole precise e preparativi rituali, ed era accompagnato da un altro tipo di scambio commerciale profano. Malinowski considerò il kula come uno scambio commerciale, per dimostrare la ragionevolezza di cui erano dotati anche i selvaggi. Ma fu il primo a distinguere la nozione corrente di commercio da una sua accezione più ampia in cui poter collocare il kula; comprese, infatti, la portata sociologica che tale sistema di scambio acquisiva nel rinsaldare i legami sociali tra individui e gruppi. Malinowski sottolinea che gli oggetti scambiati nel kula non avevano un valore proprio, tale da costituire il fine ultimo dello scambio.

 

Babbo Natale

Il valore dello scambio non sta nell’acquisizione di un bene materiale, quindi non né corretto inserire questo sistema di scambio all’interno della sfera del baratto o del commercio. La regola che domina il sistema di scambio è la reciprocità: ogni dono iniziale (vaga), che viene fatto spontaneamente, deve essere contraccambiato da un contro-dono finale (yotile), che chiude lo scambio e viene fatto sotto la spinta di un certo obbligo. Il principio di reciprocità del “dare, ricevere e ricambiare” promuove la solidarietà e organicità della cultura e della società attraverso l’ obbligo del dono, che regola ogni rapporto e svincola il singolo da ogni responsabilità individuale.

Mauss: teoria dello hau

Il principio di reciprocità migrerà nella teoria del dono di Marcell Mauss, influenzato dalla teoria Maori dello hau, (“lo spirito della cosa donata”). Egli riteneva che il carattere obbligatorio del principio di reciprocità era dovuto ad una “qualità” intrinseca agli oggetti scambiati, ricollegabile alla persona che effettua il dono. La forza intrinseca all’oggetto, riconducibile alla persona che l’aveva donato, era in grado di vendicarsi su chi non contraccambiava il dono ricevuto. La conclusione del pensiero di Mauss è che regalare qualcosa a qualcuno è come regalare qualcosa di se stessi, e che nei sistemi di scambio del dono ciò che si scambia non sono oggetti, ma persone.

 

Boas: il Potlatch dei Kwakiutl

Nel suo saggio sul dono, Mauss ha esaminato anche il rituale potlatch, presentato per la prima volta al mondo Occidentale dall’antropologo Franz Boas.
Il potlatch è una cerimonia che si svolge tra alcune tribù di Nativi Americani della costa nordoccidentale del Pacifico degli Stati Uniti e del Canada. La popolazione più conosciuta in questo senso, poiché protagonista della letteratura antropologica, è quella dei Kwakiutl.

Il potlatch assume la forma di una cerimonia rituale, che tradizionalmente comprende un banchetto a base di carne di foca o di salmone, in cui vengono ostentate pratiche distruttive di beni considerati “di prestigio”.
Durante la cerimonia vengono stipulate o rinforzate le relazioni gerarchiche tra i vari gruppi grazie allo scambio di doni e altri riti. Attraverso il potlatch individui dello stesso status sociale distribuiscono o fanno a gara a distruggere beni di valore per affermare pubblicamente il proprio rango o per riacquistarlo nel caso lo abbiano perso.

Il potlatch è un esempio di economia del dono: gli ospitanti mostrano la loro ricchezza e la loro importanza attraverso la distribuzione dei loro possessi, spingendo così i partecipanti a contraccambiare quando terranno il loro prossimo potlatch.

Contrariamente ai sistemi economici mercantilistici, infatti, nel potlatch l’essenziale non è conservare e ammassare beni, bensì dilapidarli. La logica dell’economia di mercato è quindi completamente invertita.

Alcuni gruppi, come i Kwakiutl, usavano il potlatch come arena di competizioni estremamente combattute. I beni distribuiti venivano distrutti dopo essere stati ricevuti; il potlatch, infatti, era un meccanismo attraverso il quale venivano sottratti al processo produttivo quei beni che, se vi fossero stati riammessi, avrebbero provocato un’alterazione del sistema e di conseguenza avrebbero introdotto un elemento di disturbo nella struttura stessa dei rapporti di potere.

Il meccanismo connesso con il potlatch è lo stesso principio della reciprocità obbligatoria e vincolante: chi riceve un dono deve restituire un altro dono, se non vuole restare “dominato” da colui che per primo ha generato il circuito di donazione. Donare corrisponde, infatti, a dare una parte di sé che deve per questo essere restituita.

Reciprocità e fine del del dono nella contemporaneità

Non vi pare che un po’ dell’ obbligatorietà del potlatch e del kula sia sopravvissuta nel nostro atto di donazione?
Probabilmente sì, e lo si vede in occasioni come il Natale (e non solo) in cui solitamente non si assiste alla consegna di un dono che non verrà poi contraccambiato.

Ma in che modo possiamo guardare al dono nelle società moderne basate su uno scambio monetario all’interno di un sistema economico?
Innanzitutto appare subito una differenza: il dono nelle società arcaiche non era scelto personalmente dal singolo, ed era effettuato solo in certi momenti stabiliti dalla società; nelle società contemporanee esso appare liberamente scelto, nel tempo e nell’ oggetto, grazie anche al potere d’acquisto personale reso possibile dal denaro.

Ma forse non è proprio così.

Reciprocità moderna

Secondo il sociologo Simmel, nell’epoca moderna il denaro non è la sostanza dell’interazione, ma una funzione che acquista la sua materialità. Il denaro è la rappresentazione dell’interazione tra individui, il quale produce un’oggettività che domina gli individui stessi a cui è funzionale. Ancora una volta, i rapporti tra oggetti sono in realtà rapporti tra persone che vivono all’interno di un contesto sociale.

La funzione dello scambio economico nelle società moderne non è assimilabile alla funzione dello scambio dei doni nel sistema kula o nel sistema di economia del dono potlatch nelle società “primitive”. Questo perché lo scambio rinsalda il legame sociale o ribadisce le gerarchie tra gruppi in queste ultime, mentre ciò non avviene nelle prime.

Possedere, però, oggetti kula, beni potlach o grandi quantità di denaro aumenta il prestigio sociale. Sarebbe dunque utile mantenere la stessa visione sociologica anche sul sistema economico, senza perder di vista tutte le “obbligazioni” a cui un sistema inevitabilmente sottopone tutti gli individui che ne fanno parte.

Per quanto riguarda il dono oggi, si sperimentano nuove tecniche di marketing che tendono a ridurre il dono ai suoi aspetti economico-razionali, nel tentativo di governarne le dimensioni simboliche ed affettive.

Ancora oggi, si sottopone il dono ad un imperativo di reciprocità: ti dono qualcosa e in cambio ricevo qualcos’altro, anche solo un beneficio simbolico immateriale.

Mercificazione del dono e incertezza del legame sociale

Il dono nella dimensione pre-economica (kula, potlach) era posto alla base della relazione sociale: cementava un legame simbolico, a partire dal quale discendevano regole specifiche connesse alle situazioni concrete.

Il dono di scambio appare invece mercificato: non è più dono, è solo scambio economico di favori, merci, relazioni e ha perso la sua giustificazione simbolica. Vale la pena, allora, continuare a chiamarlo dono?

La crisi della giustificazione simbolica del dono segna, forse, la fine del dono stesso, a cui corrisponde d’altra parte una profonda incertezza nelle relazioni sociali.

Il dono è costretto a vivere oggi una delle contraddizioni del nostro tempo: scelto liberamente, si sottopone all’obbligo di un marketing da cui ci si attende che sappia razionalmente orientare e governare le risorse, per fare in modo che l’ intero sistema delle libertà personali tenga.

 

Il dono di Santa Claus

La storia di Babbo Natale inizia con San Nicola da Bari e approda a Santa Claus nel centro commerciale;  l’analisi del dono ci ha esibito alcuni sistemi del dono che rinsaldano i legami sociali nelle società “primitive” tramite un dono obbligato, e un dono personale mercificato che non riesce a giustificare il suo valore simbolico, perdendo dunque quel significato che aveva in origine e che vive il paradosso di essere governato dal marketing pur essendo libero.

Forse l’unico dono non vincolato da obblighi sociali o morali è proprio il dono di San Nicola, atto di generosità e solidarietà verso i meno abbienti e i più bisognosi. Ma questo vero dono natalizio, che da qui parte, finisce nel perdersi nelle diverse implicazioni sociali da cui discendono varie rielaborazioni della figura del santo.

Un dono, dunque, che:
– attraversa tempi e luoghi differenti fino a smarrire il proprio significato originario nella nostra contemporaneità
– scompare nelle maglie dell’economia moderna, tanto da non sembrare quasi più un dono
– più che mai riesce a farsi sentire quando giunge il Natale

Il vero dono di San Nicola è quello fatto spontaneamente. In nessuna circostanza particolare e obbligata, e non per forza corrisponde o si estingue nel tempo della festività natalizia.

E così, anche la persona di Babbo Natale o Santa Claus in carne ed ossa non esiste. Riecheggia, però, nella figura e nel mito di San Nicola, storicamente esistito.
Un mito che:
– ogni cultura e ogni società ha rielaborato secondo le proprie necessità;
– impone la propria forza e la propria presenza ad ogni Natale ed in ogni parte del mondo;
– ha costretto a mercificare doni fatti più o meno liberamente.

Ancora una volta, l’antropologia insegna che le cose meno palpabili spesso sono quelle maggiormente cariche di forza costrittiva. E ci ricorda che una tendenza universale non può sopprimere il carattere di una situazione specifica.

 

Bibliografia:

  • Bronzini G. B., 2002, San Nicola santo della terra e del mare fra antico e moderno, «Lares» Vol. 68, No. 1, Gennaio-Marzo: pp. 5-19
  • Fabietti U., 2010, Elementi di antropologia culturale, Milano, Mondadori
  • Fabietti U., 2002, Storia dell’antropologia culturale, Bologna, Zanichelli
  • Malinowski B., 2004, Argonauti del Pacifico Occidentale, Torino, Bollati Boringhieri
  • Mauss M., 2000, Teoria generale della magia, Milano, Einaudi
  • Protti-Franzese, 2010, Percorsi sociologici. Per una storia della sociologia contemporanea, Milano, Mondadori
  • Remotti F., 2009, Noi, primitivi. Lo specchio dell’antropologia, Torino, Bollati Boringhieri

 

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