Ayahuasca: tra tradizione e globalità

La medicina naturale nativa per il benessere psico-fisico proviene da tempi immemorabili e nonostante secoli del miglior sforzo europeo per debellare tali usanze, molto è arrivato fino ad oggi e si prepara ad una nuova fase. La tradizione si è rigenerata, ma con connotazioni non sempre positive, a causa del progressivo interesse da parte dell’occidente.

L’Ayahuasca, o come si preferisca chiamarla, vista l’enorme varietà di nomi locali, in paesi come Perù, Bolivia, Ecuador, Brasile amazzonico, Venezuela e Colombia, è considerata la madre di qualsiasi pianta medica ed espressione di guarigione ed avvicinamento a Dio.

In altre parole, viene pensata come un ponte che collega l’uomo all’infinita saggezza della Natura. Un ponte diretto, senza intermediari, tanto lastricato di grazia come di sofferenza, vista l’esperienza allucinogena-trascendentale che è implicata.

Nella mia esposizione non mi dilungherò nella spiegazione tecnica di cosa sia l’Ayahuasca, di come viene prodotta, come agisce e come si consumano le cerimonie secondo la tradizione: Matteo Croce ha magnificamente affrontato questo argomento in alcuni articoli pubblicati da Homologos a partire da febbraio. Per chi ne volesse sapere di più, invito a visitare la pagina http://www.homologos.net/tag/ayahuasca

I miei articoli saranno un insieme di riflessioni scatenate da un viaggio attraverso il Sud America occidentale alla ricerca della tradizione nella sua espressione più pura: una missione che si rivelò più ardua del previsto, viste le svariate inclinazioni dovute ad un numero sempre maggiore di visitatori esterni e della risposta locale a tale fenomeno.

Mi occuperò di raccontare la realtà attuale che fa da cornice al cerimoniale: coloro che ne sono coinvolti, tra i profili dei nuovi sciamani, le persone che affrontano lunghi viaggi per incontrarli, le dinamiche commerciali e non solo, lo studio e la ricerca da parte di menti visionarie che vedono nella medicina tradizionale la chiave per quella futura.

Tutto contribuisce ad un intreccio difficilmente districabile tra luoghi, persone, culture e la misteriosa ed affascinante bevanda, un intreccio che affonda le sue radici nella storia degli ultimi cinquecento anni e si ripropone nel presente, modellato dalle evoluzioni globali.

Per circa sette mesi ho ascoltato storie e testimonianze di esperienze, assistito a numerose cerimonie, senza necessariamente prenderne parte e a tratti mi sono sentita urtata di fronte a quello che per validi motivi viene considerato il nuovo negozio della spiritualità.

Prima di tutto, vorrei sottolineare un principio fondamentale alla base dell’Ayahuasca, tanto semplice quanto sfuggente per molti: che è una medicina. Un preparato, i cui ingredienti sono messi a disposizione della Natura, per curare mali fisici e psichici. La guarigione è un lungo lavoro di introspezione, può durare mesi come anni, comporta dolore e patimento da un lato e una nuova profonda conoscenza di sé e del mondo, dall’altro.

A differenza della medicina moderna che potrei volgarmente paragonare ad un agente esterno che annienta il male, l’Ayahuasca prevede un lento processo che dall’interno mobilita tutto il sistema a partire dal cervello. Mi sembra comunque opportuno specificare che nonostante gli esiti positivi che molte persone possono testimoniare, l’azione della medicina è ancora appannata dal mistero.

La scienza sola, qui, non è sufficiente per comprendere il fenomeno, la quale per il momento non ha che scalfito la superficie. Rimane molto da capire per il futuro e discipline come l’antropologia potrebbero giocare un ruolo importante.

«Sono stato in quel centro per diversi mesi, poi sono tornato in Francia e poi nuovamente al centro. Lì ero seguito dal maestro e dallo psicologo francese che lo ha fondato. Mi ci ha mandato mia madre, dopo più dodici anni che mi facevo di eroina. Non solo ho combattuto quella bestia, ma ho acquisito una nuova consapevolezza, la percezione dell’esistenza di un’entità suprema, che mi conosce fino al più profondo intimo, impossibile da ingannare, per me è Dio, o chiamalo come vuoi…»

L’unico responsabile della somministrazione è appunto il guaritore, lo specialista che dirige la cerimonia oltre a prepararla. Comunemente viene chiamato sciamano (termine che vale la pena ricordare, ha origine asiatiche-siberiane e poi è stato esteso ed applicato in modo generico ad una vasta gamma di pratiche religiose, anche diverse tra di loro), ma secondo la tradizione, preferirebbe farsi chiamare con altri nomi, che meglio rappresentano il grado di anzianità, come per esempio Taita, Abuelo, Payè, Maestro, Don…

Le capacità che apprendono e sviluppano nel corso di tutta la vita, si crede che gli permettano di accedere ad una “dimensione di mezzo” per mettersi in contatto con gli antenati e le forze naturali che bilanciano il cosmo. Non è solo questione di preparare la bevanda e somministrarla, l’atto di interpretazione e mediazione con gli spiriti differenzia un vero sciamano da uno “plastico”.

Chiunque può venire a conoscenza della ricetta e usarla, ma solo chi possiede una lunga esperienza è in grado di interagire con l’altra dimensione. I maestri infatti, hanno un sacro rispetto ed un timore reverenziale nei confronti della medicina.

Un esempio emblematico di sciamanismo al servizio della comunità è quello degli indiani Tukano dell’Amazzonia colombiana, raccontato dall’antropologo Reichel-Dolmatoff, dove il “payè”, oltre ad intervenire per curare malattie imputate all’azione di spiriti maligni, entrava volontariamente nel ruolo di mediatore con le forze della natura per stabilirsi e accordarsi sul numero di animali che era permesso al gruppo di cacciare o pescare, in modo da mantenere il bio-equilibrio tra umani e foresta e tra produzione e consumo. Tutto faceva parte di un disegno cosmico atto a bilanciare e assicurare la continuazione della tradizione.

Il ruolo dello sciamano di collante per la comunità andò gravemente in crisi con l’arrivo dei missionari. I riti della tradizione vennero etichettati come “brujeria” (stregoneria) e le diverse eredità culturali de-costruite e ricostruite pezzo per pezzo.

Il culto puro e semplice della Natura venne sostituito con la fede verso un Dio esclusivo e universale con la pretesa di essere il creatore della Natura stessa. Con lui arrivò la missione civilizzatrice e le prime nozioni su come adattarsi ad un mercato su grande scala. Alcune aree persero completamente il patrimonio tradizionale, altre lo integrarono alla nuova religione, donandogli un nuovo significato di carattere sincretico.

Riguardo alla fusione di credenze, frequentemente durante le cerimonie, ho potuto notare la presenza di immaginette sacre cattoliche o crocifissi, persino della Bibbia, sull’altare degli strumenti cerimoniali, nonostante i riti rimanessero spogli di ogni riferimento cristiano.

Incuriosita, chiesi spiegazioni a Taita Julio, un anziano guaritore che si fece carico di insegnarmi molto sull’argomento e rispose che una cosa non esclude l’altra. Le due tradizioni, nonostante la diversità, possono integrarsi tra di loro, rappresentando un’ “extra-alleato” alla buona riuscita della cerimonia.

Le competenze dello sciamano necessarie a svolgere il proprio lavoro rimangono le stesse di un tempo, ma al giorno d’oggi cambia radicalmente lo scopo di tale vocazione, non più mirata al sostentamento della comunità ma esclusivamente alla cura del singolo.

Le sfide più comuni che si trovano ad affrontare sono i malesseri germogliati dal passaggio da comunità autosufficienti a società “moderne”: demotivazione, depressione, alcoolismo, tossicodipendenza e via dicendo, accanto alla ricerca sempre più urgente di spiritualità, conoscenza e armonia. Disturbi di matrice occidentale che sono generati dalla lunga concatenazione di eventi che accompagnano lo “sviluppo”.

Quel che appare evidente è che la figura del curatore si è trasformata e adattata di conseguenza ai cambiamenti delle circostanze: per tradizione in comunità come quella dei Tukano, essere sciamano era una vocazione a cui si era destinati indipendentemente dal proprio volere, infatti gli anziani o gli spiriti, o entrambi, sceglievano il futuro apprendista.

Ora lo sciamano è un libero professionista. Chiunque lo desidera può intraprendere il cammino dell’arte medicinale sacra. Davvero chiunque, persino “los gringos” (nome con cui vengono chiamati, non sempre in modo positivo, gli europei e i nord americani). Tutto quello che occorre è trovare un maestro disposto a tramandare il mestiere.

Il carattere inclusivo che la trasmissione di tale sapere genera, è un’arma a doppio taglio.

Da un lato c’è la speranza di rigenerazione delle usanze, dato che dopo la conversione missionaria le pratiche magiche vennero messe al bando, reputate superstiziose e generalmente mal viste dall’opinione pubblica.

Con l’apertura verso la modernità di queste aree del continente, sempre meno giovani intrapresero il cammino della tradizione, reputandolo “roba d’altri tempi” e voltando le proprie aspirazioni verso occupazioni e consumi tipici dell’occidente.

Paradossalmente, oggi, è proprio quella parte di occidente, satura di consumi fittizi e stili di vita materialistici che scopre una nuova forma di fascinazione e realizzazione personale in quel che è rimasto dell’ antica tradizione degli Indios e della loro formula di “buen vivir”

Il tutto è favorito dalle condizioni globali che permettono a sempre più stranieri di viaggiare in terre remote, spostarsi agilmente tra frontiere e fruire si situazioni politiche locali sempre più pacifiche. Per non parlare dell’efficacia dei mezzi di comunicazione. Non c’è da stupirsi che gli sciamani abbiano Facebook.

Dall’altro lato si scaglia il dramma di un rimedio sbalorditivo, la cui forza è tanto grande quanto enigmatica: in pochi sono in grado di dominarlo in maniera ottimale e ancora meno a fornire spiegazioni soddisfacenti sul potenziale di cui è dotato. Questo rimedio oggi è facilmente accessibile a chiunque.

Il carattere indifferenziato dei potenziali somministratori è ugualmente problematico a quello dei potenziali riceventi: il primo potrebbe essere un guaritore di scarsa esperienza o un ciarlatano, il secondo, un “paziente” con delle patologie particolari o esigenze che potrebbero non coincidere con la cura prescritta e portare a conseguenze impreviste. Oppure, semplicemente (e più frequentemente secondo una personale opinione), un individuo poco informato.

Un afoso giorno di febbraio ero su un autobus e mi preparavo ad un lungo viaggio verso Pucallpa. Un peruviano sulla trentina si siede nel posto affianco a me. Vista la mia evidente provenienza gringa, il peruviano si dimostra subito molto amichevole.

Dopo pochi minuti, gioca le sue carte. Mi racconta in tono confidenziale di essere uno sciamano e di essere diretto in qualche luogo per una cerimonia e nel frattempo, se fossi stata interessata potevo “assaggiare”.

Disse questo estraendo dallo zaino una bottiglia di plastica e porgendomela. Era indiscutibile che il contenuto fosse Ayahuasca. Sgranai gli occhi e le uniche parole che riuscii a pronunciare furono «No gracias».

Ciò che potrebbe spiegare il recente ritorno di interesse alle pratiche della tradizione da parte dei locali è la ricompensa che si aggira tra i cinquanta e i cento dollari “para tomar”, applicata al forestiero assettato.

Di conseguenza non c’è da stupirsi che la faccenda abbia generato una nuova forma di economia, la quale applica le stesse logiche di mercato che l’occidente, con anni di fatica è riuscito a imprimere. Le cerimonie vengono così divulgate e vendute alla pari di oggettistica etnica e infilate in tour turistici locali come highlight dell’escursione.

Per i viaggiatori più facoltosi, la scelta di soggiorno in splendidi ritiri immersi nel verde è davvero ampia. Prenotabili on-line e con tutti i confort inclusi. Se sembri un esploratore squattrinato, qualcuno potrebbe avvicinarsi per venderti l’esperienza, facendo riferimento a qualche amico dagli ottimi requisiti. Oppure se non appartieni a nessuna delle due categorie è sufficiente fare un giro per il centro storico di città turistiche come Cuzco per rimanere sbalorditi dall’abbondanza dell’offerta.

Evidenze del genere giustificano il rapido ripopolamento di guaritori nelle terre native, e oltre. Quando i primi viaggiatori New-Age negli anni ’60, i pionieri della sperimentazione delle diverse costellazioni di sostanze psicotrope, andavano cercando saggi maestri in l’America Latina, l’ostacolo più vistoso da superare era l’inaccessibilità dei luoghi in cui risiedevano. Spesso raggiungere un villaggio nel cuore dell’Amazzonia non era nemmeno sufficiente, perché tale maestro poteva vivere ancora molto più lontano, in uno stato di semi-eremitaggio.

Oggi la situazione è drasticamente cambiata: non solo il maestro si è inserito nei centri urbani, ma può anche prendere l’aereo e con liane e radici in valigia venire da te. Per coloro che sono interessati alla cerimonia, ciò aiuterebbe a risparmiare tempo, denaro, fatica e moltissime punture di zanzara.

Specifiche organizzazioni si fanno carico di pianificare il tutto. Quello che genera alcuni quesiti sono gli interessi di tali organizzazioni: sarà una vocazione missionaria in nome della “Pachamama” oppure una redditizia fonte di guadagno?

 

Fonti:

Gerardo Reichel-Dolmatoff, 2014, Il cosmo amazzonico, Simbolismo degli indigeni tukano del Vaupés, Adelfi

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