Ayahuasca sul campo: prima notte e prime condivisioni (pt.2)

Nel precedente articolo ( qui ) ci eravamo fermati al principio di un viaggio piuttosto particolare. Bevuta l’Ayahuasca, bisognava solo attendere che essa facesse effetto. E nel frattempo la cosa migliore era incanalare la mente nella giusta direzione, verso quelle domande, quelle incognite a cui volevo trovare una risposta. 

I minuti passavano. Per almeno una buona mezz’ora, la mia testa si è lasciata cullare dalle aspettative da una parte e dalla sicurezza delle candele dall’altra. Non sentivo niente di particolare, davvero. Pensavo che la Medicina non stesse sortendo nessun reale effetto. Cestinavo come semplici suggestioni tutto ciò che mi poteva sembrare bizzarro: qualche riflesso particolare, un rimbombare cupo nella testa, l’alone di una candela che non sembrava trovare le dimensioni giuste e continuava ad allargarsi e a rimpicciolirsi, allargarsi e rimpicciolirsi…

E’ così che tutto ha inizio. La mente scorre in perfetta armonia con le proprie percezioni, tanto che la transizione allo stato alterato di coscienza non viene neanche avvertita. Ci vuole un po’ a realizzare di essere entrati in una cornice psicologica fuori dall’ordinario. Di colpo ti sorprendi a fissare un qualsiasi oggetto che, ti rendi conto, si sta comportando in maniera non proprio ortodossa. Nel mio caso, un fazzoletto di carta bianco ha costituito il primo fedele compagno del mio viaggio. Mi ero convinto che fosse la superficie di una realtà ben più profonda: la mia purezza d’animo. Finché fossi riuscito a tenere sott’occhio quel fazzoletto, ciò che rappresentava sarebbe stato al sicuro.

Penso siano passati poco più di venti minuti prima che lo perdessi nelle pieghe della coperta. Inutile dire quante paranoie mi suscitò questo fatto. La mia purezza era andata perduta. Era un duro colpo da gestire in un momento come quello… (C’è da dire che il giorno dopo ho ritrovato lo stesso fazzoletto in tasca, e tutt’ora lo conservo a mo’ di reliquia, forse più per un fatto di scaramanzia che altro) Da quel momento, la mia mente si è imbarcata in un angosciato peregrinare nei meandri della mia infanzia; ma non entrerò nei dettagli di questo. Basti dire che l’Ayahuasca ti porta (non necessariamente con gentilezza) a confronti a viso aperto con i tuoi aspetti più intimi e celati. Da questi confronti/scontri, tradizionalmente, si genera una vittoriosa rinascita.

In molte culture sudamericane c’è la credenza diffusa che l’Ayahuasca ti induca a guardare la morte in faccia, ad avere una percezione chiara e distinta di essa. Si racconta che tale percezione sia accompagnata dal manifestarsi di un pericolo di qualche tipo: una figura minacciosa, incarnata da un giaguaro o da un qualche animale predatore. Una maschera catalizzatrice di tutte le paure e i limiti più profondi dell’individuo. Nel contesto di un rito di passaggio, il cuore della prova sta in questo “duello” con la morte. Se l’iniziato riesce a reggere il confronto, ha libero accesso ad un meritato status di guerriero.

Io stesso ho in effetti sperimentato un impatto di questo tipo. Ma procediamo con ordine.

L’intero viaggio è accompagnato per mano dalle musiche dei curanderi. L’esibizione inizia in maniera discreta, con il fruscio ritmico di qualche frasca e qualche sussurro molto suggestivo. Lentamente e progressivamente, si aggiungono altri strumenti (chitarre, percussioni e flauti) e altre voci. Il tutto avviene in maniera del tutto naturale: ti ritrovi cullato da melodie e cantilene (in spagnolo, inglese o idiomi sudamericani) senza essere in grado di ricordare l’esatto momento in cui sono iniziate. La musica offre un supporto unico e indispensabile: nel suo cammino regolare, ritmico, la mente trova allo stesso tempo un’ancora alla realtà e un sicuro veicolo per le sue peregrinazioni. Ricordo di avere trovato più volte conforto nelle melodie della chitarra e nelle armonie delle voci. Probabilmente senza di esse mi sarei lasciato sopraffare dalla potenza delle visioni, rischiando di precipitare in un abisso di disperazione e smarrimento.

Un modo per avvicinarsi alla conoscenza dell’esperienza con l’ Ayahuasca senza averla mai provata è quello di pensare ad una cornice onirica. Riportate alla mente le sensazioni e le dinamiche di un sogno che avete fatto. Immaginate di amplificarle a dismisura e di trasferirle in uno stato di coscienza (non di in-coscienza, come nel caso di un normale sogno). Sognare e fare una sessione a base di Ayahuasca sono due esperienze molto simili a livello qualitativo. Questo per il semplice fatto che entrambe sono rese possibili dalla stessa molecola: la DMT, di cui abbiamo già parlato. Pochi ne sono consapevoli, ma questa sostanza viene rilasciata in blande quantità durante la fase REM ed è la maggiore responsabile della frenetica attività immaginativa di tale tappa del sonno.

E’ per questo che molti chiamano questo tipo di esperienze “sogni lucidi”“viaggi astrali”. Sono eventi che possono capitare senza ausilio alcuno di sostanze psicotrope, ed esiste una massiccia bibliografia a riguardo. Il corpo si stabilizza in una condizione di dormiveglia, in cui rimane parzialmente consapevole della realtà circostante; e intanto la mente vaga “fuori” dal proprio ospite. Per quanto, in realtà, il viaggio non sia realmente una vera e propria estasi, bensì una profonda introspezione. Ciò implica che anche se ci ritroviamo a guardare il nostro corpo dall’esterno, l’ambiente circostante si struttura in relazione alle condizioni del nostro inconscio: se stiamo vivendo un periodo negativo, di depressione o altro, molto probabilmente ci ritroveremmo proiettati in un contesto lugubre, anche terrificante. Un amico ebbe un’esperienza di questo tipo in una fase non proprio felice della sua vita. Mi raccontò di aver provato un forte senso di disagio di fronte alla natura che vedeva fuori dalla finestra di casa sua: alberi e piante morti, cielo cupo e una terribile desolazione.

L’argomento dei sogni lucidi è piuttosto interessante, ma necessita un’altra sede di trattazione. Nel perdermi nella descrizione di viaggi fuori dal corpo non mi ero reso conto di essere ironicamente uscito fuori dall’articolo. Pardon. Torniamo a noi.

La prima sessione terminò alle cinque di mattina. Io e il mio amico andammo a dormire nella yurta che ci avevano destinato, e il mio sonno non fu dei più rilassati. Sentivo un costante stato di disagio, amplificato dal timore che l’esperienza stesse avendo degli effetti negativi sulla mia psiche. Timori che espressi al curandero il giorno seguente. Il quale mi rispose semplicemente: “sono tutti stati di coscienza che la tua mente sta attraversando”. Ricordo bene quanta poca soddisfazione mi diede tale risposta, ma a ripensarci oggi la frase ha perfettamente senso: lascia fluire la mente in maniera naturale, arrovellarsi su quello che si lascia alle spalle è più nocivo che altro.

La giornata si svolse in un clima estremamente rilassato e riflessivo. Dopo colazione, ci riunimmo per condividere esperienze e pensieri. Fu estremamente difficile raccontare aspetti tanto intimi ad un uditorio di perfetti sconosciuti, a onor del vero. La condivisione offre però uno strumento catartico piuttosto efficace, permette di dare forma e oggettivazione a ciò che altrimenti rimarrebbe solo una confusa matassa di immagini e concetti. In più, c’è il forte supporto psicologico di un contesto di gruppo fondato su di un profondo, empatico rispetto reciproco. Nessuno giudica e nessuno si sente giudicato. Il vivere una comune esperienza tanto segnante lega i partecipanti nel quadro di una proto-comunità fondata su pari diritti e condizioni. Persino il divario di status rispetto ai curanderi è ridotto al minimo ed è solitamente impercettibile, se non all’interno della cornice rituale.

Il resto delle ore di luce poteva essere impiegato a totale discrezione dell’individuo: c’era chi meditava, chi dormiva, chi si riuniva in piccoli gruppi per confrontarsi o fare solo due chiacchiere, chi si avventurava nei boschi per amplificare il senso di armonia con la natura… Personalmente passai diverso tempo con alcuni israeliani e la ragazza palestinese. Ero colpito dallo spirito di fratellanza e simpatia che sembrava stare nascendo tra gli esponenti di due popoli dai rapporti storicamente non facili. In quel contesto, le ragioni e le motivazioni alla base del conflitto inter-etnico venivano rimaneggiate e parodiate in una serie di innocue battute e “prese in giro”, che non facevano altro che spogliare tali ragioni della propria concretezza. Era forse la prima volta nella mia vita da studente di antropologia che assistevo a un esercizio di agency tanto dirompente.
Del resto, uno degli israeliani mi disse una frase che mi è rimasta impressa: “If everyone in the world tryed Ayahuasca, there would be no more wars.” Un’asserzione un po’ ambiziosa, sicuramente, ma non per questo infondata. Un’intima conoscenza della propria natura e del proprio “essere vivo”, aggiunto al senso di purificazione e armonia conseguente al rito, non sono certo presupposti che inducono a cercare un conflitto con gli altri.

Tra conversazioni, riflessioni e qualche ora di sonno, il giorno sfumò nelle vestigia della seconda sera. Se la prima aveva coinciso con un’esperienza forte ma non “rivoluzionaria”, quella a venire aveva in serbo qualcosa di estremamente più radicale. Ovviamente ero totalmente ignaro di questo: questa volta mi apprestai al rito senza troppe aspettative…

 

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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