Ayahuasca sul campo: la conclusione del viaggio (pt. 3)

Parte 2

Siamo finalmente giunti alla parte conclusiva di un racconto che, per motivi logistici, ha preso involontariamente le sembianze di una mini-saga sull’Ayahuasca targata “Homologos”. Stiamo già prendendo accordi con Netflix per sviluppare una serie in merito, attendete notizie.

Per quella seconda sessione, il curandero aveva deciso di aumentare la dose di Ayahuasca. Questo sia per far sì che la nuova esperienza fosse ancora più immersiva della prima, sia per ovviare ad eventuali problemi di tolleranza della medicina. Per ogni sostanza, infatti, il nostro corpo sviluppa fisiologicamente (in tempi e modalità differenti a seconda del caso) un certo grado di sopportazione, che aumenta in relazione alla frequenza e alla cadenza dell’assunzione. Ora, essendo la DMT una molecola endogena, il tasso di aumento della tolleranza è relativamente minimo. Per molte altre sostanze, come psiclocibina o caffeina, l’indice ha valori piuttosto alti; ciò implica che l’organismo ha bisogno di dosi sempre maggiori della sostanza perché l’effetto rimanga costante.

Lo schema rituale venne ripetuto identico alla sera precedente: orazione propiziatoria, prima bevuta del curandero e conseguente assunzione da parte di tutti. Questa volta, però, la mia situazione psicologica era molto più tranquilla e consapevole. Fu forse proprio per questa sorta di “rilassamento mentale” che la mia seconda esperienza assunse fin da subito caratteri travolgenti e totalmente pervasivi.

In effetti, non passarono neanche dieci minuti che iniziai immediatamente ad avvertire evidenti alterazioni psicofisiche, accompagnate da un forte senso di nausea. Come già detto in precedenza, il rigetto della sostanza è un passo quasi obbligatorio all’interno del processo di purificazione personale. Conscio della cosa, inizialmente non mi preoccupai più di tanto quando il mio travaglio culminò in una serie di violenti conati. Almeno finché non convinsi me stesso che qualcosa non stava andando nel verso giusto.

A ripensarci a distanza di mesi mi sorprendo ancora nel rilevare quanta intima connessione ci sia tra mente e corpo. E’ un fatto scontato, quasi ovvio, ma viverlo chiaramente sulla propria pelle è un altro paio di maniche. Lo hanno compreso millenni fa le più disparate medicine tradizionali ed è ormai accettato all’interno della comunità medica mondiale il presupposto che un’attitudine mentale positiva concorra attivamente al felice esito di una terapia o di una semplice cura. Il famoso effetto placeboper quanto possa sembrare assurdo, gioca un ruolo estremamente importante in un qualsiasi percorso riabilitativo.

L’altra faccia della medaglia del placebo ha anch’essa un nome e un’azione altrettanto incisiva: effetto nocebo. In pratica ciò che sperimentai io stesso durante la mia “simpatica” performance di rigetto dell’Ayahuasca. Un lungo periodo di malessere fisico e mentale la cui componente principale era di origine prettamente psicologica. I miei pensieri si incanalarono lentamente in un abisso di disperazione e terrore che prendeva forme in rapide e martellanti domande: perché non riesco a riprendermi? E se il curandero avesse esagerato con le dosi? Se ora fossero costretti a interrompere l’intera sessione e a chiamare soccorsi? Come diavolo ci arriva un’ambulanza in questo posto? Osservato a posteriori, un climax dai caratteri estremamente tragicomici e totalmente infondato. Domande apocalittiche ed esasperate, senza dubbio, ma è piuttosto difficile mantenere il controllo in una situazione del genere: più o meno come cercare di opporsi alle forme di un incubo.

La mia battaglia interiore era ufficialmente iniziata. Stavo rapidamente abbandonando le redini dei miei pensieri e del mio comportamento. Chi non ha mai sperimentato uno stato di delirio allucinatorio non può comprendere appieno cosa significhi smarrire qualsiasi punto di riferimento e ritrovarsi  lanciato nel mare aperto di un caos mentale senza forme né rappresentazioni; è difficile trasmettere a parole la sensazione di perdere la fiducia nella propria identità e nei propri sensi, fino al punto tale che è praticamente impossibile distinguere il falso dal vero, la realtà dall’illusione. In uno sprazzo di lucidità riuscì a costringermi ad alzare la mano e a chiamare aiuto. Uno dei curanderi, il più anziano, venne subito a cercare di tranquillizzarmi; mi tirò su in piedi e mi accompagnò fuori dall’edificio, all’aria aperta. Durante il breve tragitto, per me infinito, tra la mia postazione e la porta della stanza non fui in grado di fare di meglio che appoggiarmi a peso morto alla spalla dell’uomo, scrutando con vivo terrore le indistinte figure in penombra sparse per il locale. La paura sembrava l’unica vera sensazione che potessi provare in quel momento.

Probabilmente è un pensiero costruito a posteriori, ma sono estremamente convinto di aver avuto una sfumata percezione della morte, come un vago sentore di essa: una volta parzialmente smarrito il conforto dei sensi e delle strutture e sovrastrutture della coscienza, ciò che sembrava rimanere ad accogliermi era il totale annullamento del sé. Fu proprio l’aver sbirciato questa prospettiva e le sue insostenibili implicazioni che mi diede la forza di reagire e ritentare di “tornare a galla”.

Il curandero mi fece sedere su un gradino e mi mise addosso una coperta. Era ancora Settembre, ma le notti appenniniche iniziavano già ad essere impegnative dal punto di vista termico. Ricordo che iniziai a provare da subito un grande freddo; la nausea non passava. I pensieri “tossici” automaticamente generati dal mio malessere psicofisico si amplificarono ulteriormente quando realizzai che anche il curandero non sembrava passarsela alla grande. Tuttavia, i suoi caldi sorrisi e le sue parole furono per me una decisiva ancora di salvezza. Passarono forse un paio d’ore (nel frattempo ci eravamo spostati in un’altra stanza vuota) tra allucinazioni, paure, barlumi di speranza e sconforti, finché non mi sentì abbastanza in forze per tornare nella sala della sessione. Durante il percorso inverso iniziai a provare un senso notevole di sollievo, di rilassamento, nonché un enorme affetto per l’anziano curandero indiano: senza la sua energia e la sua forza d’animo la mia esperienza sarebbe stata esponenzialmente peggiore.

Ero di nuovo sdraiato accanto al mio amico. Non ci dicemmo nulla. Semplicemente (non ricordo chi dei due innescò la reazione) iniziammo a ridere di gusto e non ci fermammo per cinque minuti buoni; anzi, sono sicuro che se l’ayahuasquero non ci avesse intimato di rispettare il silenzio avremmo continuato per chissà quanto. La risata agì come una marea, che attraversò il mio corpo eliminando qualsiasi scoria e residuo della battaglia precedente, un calore indescrivibile che lenì ogni dolore e risaldò ogni certezza. Ero felice. Una felicità mai provata, come avere in mano la sicurezza che tutto sarebbe andato bene e che qualsiasi problema della mia vita poteva essere notevolmente ridimensionato, se guardato dalla giusta prospettiva. Lentamente, scivolai in uno stato di dormiveglia, dove la musica dei curanderi si abbracciava spontaneamente a vivide immagini di parenti e amici in festa e panoramiche di terre e mondi sconosciuti, meravigliosi.

Dopo poco tempo il mio “compagno di ventura” mi distolse da quel ristorante flusso di immagini e mi convinse a provare il rapé. Si tratta di una sottile polvere di tabacco amazzonico, erbe e ceneri che viene tradizionalmente considerata parte integrante dell’esperienza con la Medicina. Anche in questo caso, la polvere e il procedimento necessario per ottenerla costituiscono elementi estremamente sacri per molte culture sudamericane. Il metodo di assunzione si è rivelato piuttosto interessante: il curandero inserisce la mistura nell’estremità di una cannuccia “bicefala” di bambù (si veda la foto in basso); l’usufruente appoggia una delle narici sul foro dell’altra estremità e il curandero soffia con forza nella prima. Il rapé viene quindi inalato e la sua azione è immediata, quasi violenta: il primo impatto consiste in un bruciore molto forte all’emisfero della testa corrispondente alla narice dalla quale si è inalata la polvere e in una irresistibile lacrimazione. Si ritiene che il rapé schiarisca la mente e favorisca la concentrazione e la qualità delle visioni, fungendo da guida per la direzione del viaggio con l’ Ayahuasca.

Metodo tradizionale di assunzione del rapé
tabacco rapé, dal colore marrone chiaro e dalla consistenza pastosa

Erano le sei di mattina quando la sessione venne ufficialmente conclusa da un lungo ed elaborato ringraziamento allo Spirito della pianta, orazione formulare che segnò il traguardo di una delle notti più intense e significative della mia vita. Andammo a dormire subito. Questa volta il mio sonno fu profondo e libero da sogni di sorta.

L’indomani fui sorpreso di scoprirmi estremamente riposato, a dispetto delle tre ore di sonno. Sentivo una grande vitalità ed energia, unite ad un’inedita e gratificante positività. Non c’è molto da dire per quanto riguarda la giornata in sé: partecipammo alla condivisione mattutina, pranzammo tutti insieme e nel primo pomeriggio io e il mio amico eravamo già pronti per tornare a casa. Il resto del gruppo sarebbe rimasto al ritiro per una terza notte, prima di dover affrontare il ritorno in Israele. Fui piacevolmente colpito nel constatare quanto sincero affetto e solidarietà si fossero sviluppati sul filo di interazioni così effimere. Mi pareva di aver trascorso un mese di viaggio con quei compagni, anziché due giorni!

Durante i giorni seguenti misi per iscritto le mie esperienze e le mie impressioni in un quaderno, per riordinare quella matassa di sensazioni dalla difficile conservazione mnemonica. Notavo notevoli miglioramenti nella mia vita quotidiana: maggiore entusiasmo e passione nelle relazioni e nelle mie attività, uno sguardo estremamente fiducioso rivolto al futuro e un senso di sicurezza e autonomia senza precedenti. Col tempo, ovviamente, l’esaltazione da “post-avventura” è sfumata, dissipando il suo effetto benefico. Tuttavia, ancora adesso rimangono saldi diversi baluardi mentali a cui appellarsi nei momenti di difficoltà. Soprattutto, persiste una consapevolezza (permettetemi un’ultima vena stucchevolmente poetica): le più grandi battaglie si combattono nel profondo di noi stessi; è l’esito di queste battaglie che determinerà poi i colori della nostra vita.

Facebook Comments
Avatar

Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

Translate »