Ayahuasca sul campo: descrizione di un rito dai caratteri multi-culturali (pt. 1)

Abbiamo già parlato di Ayahuasca, di che cos’è, di quale azione svolge nel nostro corpo e delle sue implicazioni e applicazioni rituali. Quello che segue è il racconto di una personale esperienza diretta, avvenuta qualche mese fa. Tenterò di fornire una descrizione moderatamente dettagliata del contesto nel quale si è svolto il rito: partecipanti, dinamiche, testimonianze e impressioni. Il tutto, ovviamente, nel rispetto della privacy delle persone che erano presenti.

La prima cosa da specificare è che la mia “sessione” non si è svolta all’ombra della foresta amazzonica, ma in una cornice decisamente più familiare: le colline del centro Italia. Ero venuto a conoscenza della cosa tramite un amico, che aveva già partecipato ad uno di questi ritiri qualche tempo prima. I presupposti mi riempivano di dubbi: sapevo quanto fosse importante l’aspetto rituale in queste esperienze; temevo mi sarei trovato in mezzo a un gruppo di stampo new age molto più interessato agli aspetti psicotropi della sostanza piuttosto che al rispetto delle tradizioni di un popolo.

Timori che fortunatamente si sono rivelati infondati. Il gruppo, tanto per cominciare, era decisamente interessante a livello culturale: tra i partecipanti, io e il mio amico eravamo gli unici italiani; il resto era composto interamente da israeliani, eccezion fatta per una palestinese. Fin dal primo impatto ho intuito che mi trovavo alle soglie di una realtà a cui viene attribuita una solenne importanza: non mi sarei potuto spiegare altrimenti il fatto che una ventina di persone tra i 20 e i 40 anni avessero affrontato un viaggio fin da Gerusalemme in vista di un breve soggiorno di tre giorni tra gli Appennini. Non si trattava di un semplice viaggio, in effetti, ma di un pellegrinaggio. Le prime conversazioni hanno messo in luce il fatto che molti di loro erano già avvezzi a quel tipo di esperienze. Dei veri e propri veterani. C’era chi interpretava la sessione come parte di una terapia, chi come uno strumento risolutivo dei propri problemi familiari. Nessuno era venuto fin lì per “divertirsi”. Tutti cercavano risposte, o almeno un conforto. La reverenza e l’aspettativa per quello che sarebbe successo di lì a poco erano palpabili, come del resto un sentimento di empatia e compartecipazione diffuse.

Un contesto sacro. E come in ogni rito di carattere sacrale, a tenere le redini vi sono delle figure spirituali: gli ayahuasqueri, o curanderi. Il loro compito è quello di mantenere un costante controllo della situazione e accompagnare il viaggio dei partecipanti. Tale “supporto” consiste di norma in performance musicali e assistenza psicologica e fisica. Qualora, per esempio, uno dei partecipanti dovesse sperimentare un’esperienza profondamente negativa e una perdita di autocontrollo (il cosiddetto “bad trip”), l’ayahuasquero è sempre pronto a fornire aiuto diretto, nel tentativo di ricondurre l’individuo ad uno stato di quiete e rilassamento.

Nel nostro caso, le file degli ayahuasqueri erano piuttosto variegate: a condurre la sessione vi era una coppia, un nord-europeo e un’italiana; avevano vissuto per diversi anni in Perù, a stretto contatto con le realtà articolate sull’assunzione medico-rituale di Ayahuasca, e le esperienze di quegli anni gli consentivano di gestire il rito nella maniera più scrupolosa e reverenziale. Un indiano ed un’americana li affiancavano, svolgendo una funzione di supporto. Vi era poi una fisioterapista, che avrebbe fornito la possibilità di ricevere massaggi terapeutici il giorno dopo ogni sessione.

Strumenti rituali, tra cui reliquie e il bicchiere cerimoniale

Il rito ha inizio al calar del sole. Ciascuno di noi, su indicazione degli ayahuasqueri, aveva rispettato per tutta la settimana precedente una rigida dieta, propedeutica ad un felice esito dell’esperienza. In effetti, sono diverse le sostanze che possono interagire negativamente, se non addirittura contrastare gli effetti della tisana: carni (specialmente quelle rosse), formaggi, alimenti stagionati in genere, alcolici, droghe, caffé e cioccolato. Da un punto di vista chimico tutti questi prodotti contengono tiramina, un’ammina che mal si concilia con l’effetto dei MAO-inibitori. In generale, è bene arrivare alla sessione a stomaco vuoto, se si desidera evitare spiacevoli conseguenze collaterali.

Ognuno è seduto su tappeti e cuscini ed è fornito di ogni strumento essenziale: acqua, torce (il rito si svolge esclusivamente al lume di poche candele), fazzoletti e una bacinella. Il perché di quest’ultima? Tra le conseguenze fisiologiche dell’ingerimento di Ayahuasca ci sono un senso di forte nausea e un quasi necessario rigetto della sostanza, che non può essere digerita dall’organismo. Proprio l’atto del rigetto, per quanto possa sembrare assurdo, ricopre un ruolo essenziale all’interno della cornice rituale: simbolicamente, il corpo e la mente si liberano dai propri mali tramite questa drastica catarsi. Come in ogni rito purificatorio, ciò che si cerca di individuare è un malessere o uno stigma: solo il chiaro riconoscimento (consapevolezza che necessariamente porta ad un’estrema amplificazione del malessere) di tale afflizione del corpo e dell’anima può condurre all’eliminazione di essa.
La purificazione del rito agisce di conseguenza su differenti piani: fisico, psicologico e, perché no, spirituale.

L’ayahuasquero che dirige il tutto è il primo a bere la tisana, a seguito di una breve e introduttiva orazione agli spiriti protettori. Essa viene versata direttamente da una bottiglia in un bicchiere cerimoniale di metallo. La pratica rituale prescrive una serie di brevi ma precise azioni: una volta riempito il bicchiere, esso va portato e appoggiato per alcuni secondi al petto con entrambe le mani; dopodiché viene sollevato sopra la testa e accompagnato da una formula in quechua (che equivale a una sorta di brindisi) e infine portato alle labbra. L’ordine gerarchico del contesto prevede poi che a bere siano gli altri curanderi e poi, in senso anti-orario, ognuno dei partecipanti.

L’Ayahuasca si presenta come un liquido marrone-ambrato, denso e vischioso. Il sapore è il primo vero ostacolo da affrontare: il retrogusto di liquirizia pura e il sapore intenso e particolarmente amaro non facilitano certo l’ingerimento. Una volta che tutti hanno bevuto e sono tornati al loro posto, l’invito è quello di osservare un rispettoso silenzio e interrogare lo Spirito della pianta per determinare la direzione del viaggio. Da quel momento, solo lunghi minuti di buio quasi completo e assenza di rumori. Attesa. Flusso di pensieri. E la mente inizia a muovere i suoi primi incerti passi all’interno delle proprie inesplorate profondità.

E qui, alle soglie del cuore dell’esperienza, conviene fermarsi un momento, radunare le forze e la concentrazione. Il prossimo articolo sarà un diario di viaggio. Un racconto dal sapore romanzesco, corredato di annotazioni e riflessioni dal carattere più accademico.

-M. Croce

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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