Ayahuasca: la “tisana” degli spiriti

Uno dei composti psichedelici più antichi della storia dell’umanità sta oggi riscuotendo un successo planetario, per via della diffusione dei vari gruppi new age e dei sincretismi religiosi-culturali articolati sulla sua assunzione. Un successo tale da adombrarne in parte le origini e le implicazioni rituali: l’ Ayahuasca (“liana degli spiriti” in lingua quechua) è l’esempio lampante di come un intero sottobosco culturale possa essere sradicato e distribuito su larga scala in contesti profondamente differenti da quello di partenza. Ho partecipato personalmente ad una “sessione” dai caratteri non esattamente tradizionali, esperienza di cui parlerò nel prossimo articolo. Prima, infatti, serve qualche presentazione.

Ayahuasca, Huasca, Yagé, Natema, “brew”, “medicine”, mamasita, purga… una storia millenaria di circolazioni, appropriazioni e declinazioni ha comportato la diffusione di una confusionaria pluralità di appellativi, che alla fine si riferiscono alla stessa identica cosa: un infuso dalle forti proprietà psicoattive, da tempo protagonista di numerose pratiche rituali sudamericane. L’originaria scoperta di tale infuso, difficilmente attribuibile ma sicuramente avvenuta nel cuore dell’Amazzonia, ha dell’incredibile. I protagonisti, in questo caso, sono due: una liana (banisteriopsis caapi) e le radici o foglie di un arbusto (psychotria viridis). Le due piante assunte singolarmente per via orale non producono alcun evidente effetto psicotropo. Soltanto la loro fortuita combinazione ha permesso agli antichi abitanti degli odierni Ecuador, Perù, Venezuela e Colombia di vivere esperienze mentali decisamente totalizzanti.

La liana Banisteriopsis Caapi

Dal primo momento in cui sono venuto a conoscenza dell’esistenza dell’ Ayahuasca sono sempre rimasto affascinato dal carattere assurdamente coincidenziale della sua scoperta. Oggigiorno sappiamo che l’effetto psichedelico della “medicina” è frutto della combinazione di DMT e inibitori della monoammino-ossidasi (detti più comunemente “MAO-inibitori”), contenuti in dosi massicce rispettivamente nelle radici di psychotria e nella liana banipsteriopsis. Detta in parole povere, la DMT quando ingerita non sarebbe di norma in grado di attivarsi per via dell’effetto bloccante dell’enzima MAO; ma nel momento in cui l’azione dell’enzima viene inibita (MAO-inibitori, appunto), la sostanza ha libero accesso al nostro corpo, generando in tal modo l’esperienza psichedelica.

Trovo entusiasmante l’idea che alcune culture sudamericane, ovviamente non a conoscenza delle nozioni moderne di chimica delle piante, siano state in grado di individuare la formula perfetta per ottenere il massimo effetto dai due componenti di base. Perché non si tratta solamente di cogliere qualche liana e qualche foglia o radice e gettarle in un calderone, mescolando di tanto in tanto. Tempo fa un ayahuasquero mi ha spiegato che il processo di preparazione è lungo e difficile, e impegna diversi giorni. Molte delle condizioni e indicazioni sono certo di ordine prettamente rituale, ma altre sono tecnicamente necessarie al buon esito dell’infusione. La meticolosa cura che viene adoperata nella preparazione dell’Ayahuasca ha carattere decisamente sacro.

Psychotria Viridis, in quechua “chacruna”

Tutte le fasi, dal raccogliere gli ingredienti, alla preparazione, fino all’assunzione in contesti collettivi, vanno a costituire una complessa filiale che fa da solida base alla coesione sociale degli indios sudamericani. Ogni aspirante sciamano (o ayahuasquero, che dir si voglia) deve svolgere una sorta di apprendistato di diversi anni presso uno sciamano esperto, di modo da poter avere accesso a tutti i segreti gelosamente custoditi da generazioni ed entrare in comunione con l’intimo spirito della pianta. L’esperienza della medicina non è assolutamente un vile modo per “sballarsi”, bensì una catarsi assoluta del corpo e della mente; una vigorosa stretta di mano alle afflizioni e paure più profonde dell’animo, propedeutica a una sorta di rinascita spirituale; una battaglia mentale dagli esiti spesso terapeutici. E se non si esce dal viaggio guariti, se ne esce sicuramente consapevoli. E’ piuttosto spontaneo avvertire nell’intensa esperienza riflessiva e immaginativa un’apertura comunicativa a piani ultra- e ­oltre­- mondani. Per questi motivi l’assunzione dell’ Ayahuasca è un atto meritevole del più profondo rispetto, della più sentita reverenza.

Da quando la cultura occidentale l’ha scoperto (e si parla in termini di un secolo e poco più), la tendenza a spogliare l’infuso di gran parte dei suoi connotati prima culturali, poi spirituali, non è certo stata rara. La combinazione di DMT e MAO-inibitori accennata sopra è ottenibile a partire da molte sostanze diverse, più reperibili delle piante sudamericane. Tutte le imitazioni non ortodosse dell’Ayahuasca vengono chiamate pharmahuasca, a parere di chi scrive chiare espressioni dell’esagerata facilità con la quale le correnti new-age dagli anni ’60 in avanti siano in grado di recidere i fili di memoria di realtà molto più antiche e credibili delle correnti new-age stesse.

Nel prossimo articolo parlerò del mio diretto impatto con l’Ayahuasca e una sua particolare traduzione in un contesto “misto”: in parte fedele alle tradizioni sudamericane, in parte alterato da un sincretismo culturale piuttosto interessante.

FONTI:

  • www.erowid.org
  • Naranjo C., Ayahuasca – il rampicante del fiume celeste, 2014

-M. Croce

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Matteo Croce

Matteo Croce nasce a Castiglion Fiorentino, frazione di Arezzo, nel 1996. Sviluppa fin dalla tenera età una morbosa attrazione per l'inusuale, le differenze e le peculiarità; impulso che, crescendo, decide di coltivare. Dopo aver terminato gli studi classici si iscrive alla facoltà di Antropologia, Religioni e Civiltà Orientali a Bologna, considerando l'antropologia l'unica scienza che davvero educhi ad un umile confronto con il non familiare. Parallelamente agli studi, porta avanti la sua adolescenziale passione per la chitarra, il rock e la musica in generale.

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