Antropomorfismo: la proiezione del sé umano nel mondo animale e divino

«Homo homini deus est»1L. Feuerbach (1804-1872), Essenza del cristianesimo, 1841

Secondo la teoria di L. Feuerbach, esposta in Principi di filosofia dell’avvenire2Feuerbach L., 2014, Principi di filosofia dell’avvenire, in Massarenti A., Di Marco E. (a cura di) Filosofia, sapere di non sapere 3A, Messina-Firenze, G. D’Anna, gli attributi che definiscono Dio e lo descrivono non sono altro che attributi umani anche se sono stati elevati al loro grado massimo, ossia al livello di “perfezione”. Per questo motivo Dio è, per Feuerbach, il risultato di un processo di estraniazione, di “alienazione”: «l’uomo elabora un’idea di Dio “alienando” le proprie qualità ottimali in un essere supremo, al quale poi dona rispetto e sottomissione, e così facendo perde il senso profondo della propria essenza».3Ivi, pag. 64

L’essere umano tende a proiettare le caratteristiche fisiche e morali della propria specie sul mondo materiale esterno, infondendo proprietà umane in ciò che di umano non ha nulla, ma non solo: la nostra mente plasma sul modello del nostro essere non solo ciò che non è umano, ma persino ciò che non ha e non può avere forma propria, come l’essenza divina.

Sin dalla propria infanzia, l’uomo entra in contatto con gli esempi più disparati di questo fenomeno prettamente umano che è l’antropomorfismo4Dal greco ἄνθρωπος, “uomo” e μορϕή, “forma”, ad esempio quando i propri parenti si riferiscono ad un dio come se agisse e pensasse al pari di un uomo e quando il bambino viene esortato a fare lo stesso, oppure quando viene istruito con favole di animali parlanti, piante con sentimenti e oggetti apparentemente inanimati che improvvisamente prendono vita, come accade nei cartoni animati che accompagnano la crescita di generazioni intere.

In questo modo il bambino è indotto ad assorbire la morale che la fiaba ha veicolato, come nelle favole di Esopo (621-564 a.C.) i cui protagonisti sono principalmente animali personificati con pensieri ed emozioni, nei quali è facile immedesimarsi. Questa personificazione viene descritta dal filosofo austriaco L. Wittgenstein (1889-1951) come «l’idea di poter attrarre a sé un oggetto inanimato, proprio come si chiama un uomo».5Wittgenstein L., Note sul “Ramo d’oro” di Frazer, trad. it. Milano, Adelphi, 1975:22

Come scrivono gli studiosi Lorraine Daston (1951-) e Gregg Mitman (1960-) nell’introduzione al loro libro Pensare con gli animali, «gli esseri umani assumono una comunità di pensiero e sentimento con una gamma sorprendentemente vasta di animali; e reclutano gli animali per simboleggiare, drammatizzare, e illuminare aspetti della propria esistenza e fantasia».6Daston L., Mitman G., «Introduction: The How and Why of Thinking with Animals», in L. D., G. M., eds., Thinking with Animals. New Perspectives on Anthropomorphism, New York, Columbia UP, 2005:2-6

La stessa parola antropomorfismo, dicono Daston e Mitman, si riferisce oggi proprio alla convinzione che gli animali sono per certi aspetti simili agli esseri umani e che sono proprio loro, piuttosto che le divinità, ad essere umanizzati. L’antropomorfismo è diventato, dopo l’evoluzionismo darwiniano, «quasi sinonimo di aneddotica e pigrizia mentale, e il contrario di rigore scientifico e accuratezza».7Ibidem

Proprio perché l’uomo proietta se stesso in ciò che è al di fuori di sé, ci si può riferire all’antropomorfismo come a una forma di narcisismo egocentrico, e questa proiezione coinvolge inevitabilmente anche il mondo animale. Proprio per il forte antropomorfismo relativo a quest’ultimo, ci si potrebbe aspettare da parte dell’uomo verso gli animali quantomeno una considerazione e un rispetto maggiori e più vicini a quelli che egli ha nei confronti della propria specie: di conseguenza, come scrivono gli autori più avanti, «l’uomo non sarebbe più giustificato nell’usare gli animali come attrezzi».8Ibidem

La storia ci mostra invece un controverso rapporto tra l’essere umano e la natura soprattutto nel corso degli ultimi tre secoli, quando la sensazione di potere, forza e infallibilità si è insidiata profondamente nella mente dell’uomo. Le rivoluzioni industriali, la fiducia positivista nelle capacità umane, i progressi tecnologici e scientifici, l’illusione del controllo umano sulla natura: tutti aspetti che hanno favorito nell’uomo il convincimento di essere superiore a qualsiasi cosa, di essere capace di affrontare le sfide più difficili.

L’essere umano crede di essere nel giusto quando si serve senza criterio di ciò che lo circonda, della natura e degli animali che considera inferiori a se stesso, quando disbosca, brucia, caccia, viviseziona, inquina.

L’antropomorfismo non è certo ristretto alla proiezione di caratteristiche umane esclusivamente sugli animali. Le testimonianze che ci sono pervenute riguardo alla devozione di interi popoli verso figure divine dagli aspetti antropomorfi sono innumerevoli e caratterizzano gran parte della storia religiosa dell’essere umano: sculture, dipinti, affreschi, statuette, corredi funebri, papiri e libri ci mostrano la strabiliante varietà e complessità di straordinari pantheon come quelli articolatissimi dell’Egitto e dell’antica Grecia.

 

 

antropomorfismo
Foto di Emma Strocchi

 

 

Nel primo caso, le divinità erano rappresentate con corpi e ornamenti dalle caratteristiche ibride, come corpo umano e testa di aquila, stesso tipo di promiscuità che ritroviamo anche nella mitologica figura della sfinge, la cui testa di donna sovrasta un corpo di leone. Alle divinità greche, invece, veniva attribuito un aspetto fisico interamente umano e molta attenzione si prestava alle genealogie e alle peculiarità del carattere e dei poteri di ognuna di esse.

Nell’antica Grecia, però, non mancarono le critiche all’antropomorfismo religioso. Le prime contestazioni furono mosse da Senofane di Colofone (570–475 a.C.), di cui divenne celebre la seguente massima:

«Ma se i buoi e i cavalli e i leoni avessero mani e potessero con le loro mani disegnare e fare ciò appunto che gli uomini fanno, i cavalli disegnerebbero figure di dei simili a cavalli, e i buoi simili a buoi, e farebbero corpi foggiati così come ciascuno di loro è foggiato».9Senofane, fr. DK 21 B 15, Trad. it. di P. Albertelli, in Giannantoni G., a cura di, I Presocratici. Testimonianze e frammenti, Roma-Bari, Laterza, 1993, in Becker R., «Anthropomorphismus», Archiv für Begriffsgeschichte, Band 49, 2007:73-75

Oltre a Senofane, anche altri grandi pensatori come Epicuro (341–270 a.C.) e Filone di Alessandria (20 a.C.-42 d.C) si opposero alla concezione antropomorfica delle divinità. Secondo Epicuro, l’uomo estrapola la propria concezione di Dio dalle «grandi immagini antropomorfe che si hanno degli dei nei sogni», mentre Filone sostenne che «attribuire forma umana o umane emozioni a Dio significa pensarlo secondo l’immaginazione umana»10Filone, Opera 2, 69 sg. in Becker R., «Anthropomorphismus», Archiv für Begriffsgeschichte, Band 49, 2007:73-75 e, dal momento che l’unico linguaggio di cui disponiamo è quello umano, dobbiamo ricorrere all’allegoria per poter parlare di Dio.

L’antropomorfismo non appartiene solo al passato, ai culti delle civiltà antiche: esso è infatti tutt’oggi presente nel pensiero religioso e laico delle società attuali. Nel suo libro Il Dio d’acqua, pubblicato per la prima volta nel 1948, l’etnologo Marcel Griaule (1898-1956) ci fornisce un chiaro esempio di antropomorfismo quando descrive la forma dei villaggi dei Dogon, popolazione africana del Mali.

La caratteristica di questi villaggi è la loro somiglianza con il corpo umano: la testa è costituita dal togu-na, la casa della parola, mentre il tronco e gli arti sono occupati dalle case di fango con i relativi granai ed il braccio destro è costituito dallo yapunu guina, la casa dove le donne risiedono durante il periodo mestruale, in quanto impure. Nella società Dogon è presente una religione di tipo animista, definita dall’antropologo inglese E. B. Tylor (1832-1917) come forma “primitiva” di religione11Tylor E. B., 1871, Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom, ossia come la credenza, da parte dei popoli “primitivi”, che tutto abbia un’anima.

Nell’animismo i fenomeni naturali, gli oggetti e i luoghi vengono intrisi di caratteristiche divine e soprannaturali e vengono pertanto considerati “animati” e venerati dalla comunità. Una forma di culto animista è il totemismo, caratterizzato dalla presenza dei totem, ossia entità naturali o soprannaturali con significati simbolici.

Nella loro rappresentazione materiale, i totem sono oggetti che ricordano principalmente animali o altri enti naturali, e il clan a cui essi appartengono associa antropomorficamente le caratteristiche dell’animale-totem ai componenti della società.

Vediamo quindi come l’antropomorfismo plasma il modo in cui una determinata società percepisce la realtà esterna e allo stesso tempo dà forma ad una realtà immaginaria, proiettando le categorie mentali, i modelli di comportamento e le caratteristiche fisiche della propria specie sui personaggi di un mondo diverso dal proprio, sia esso quello animale o quello magico – religioso.

 

Foto di Emma Strocchi

 

Bibliografia:

  • Becker R., 2007, «Anthropomorphismus», Archiv für Begriffsgeschichte, Band 49
  • Daston L., Mitman G., 2005, «Introduction: The How and Why of Thinking with Animals», in L. D., G. M., eds., Thinking with Animals. New Perspectives on Anthropomorphism, New York, Columbia UP
  • Feuerbach L., 2014, Principi di filosofia dell’avvenire. in Massarenti A., Di Marco E. (a cura di) Filosofia, sapere di non sapere 3A, Messina-Firenze, G. D’Anna
  • Giannantoni G. (a cura di), I Presocratici. Testimonianze e frammenti. Roma-Bari, Laterza, 1993
  • Griaule M., 1948, Il Dio d’acqua. Torino, Bollati Boringhieri
  • Massarenti A., Di Marco E. (a cura di), 2014, Filosofia, sapere di non sapere 3A, MessinaFirenze, G. D’Anna
  • Tylor E. B., 1871, Primitive Culture: Researches into the Development of Mythology, Philosophy, Religion, Language, Art and Custom. Cambridge, Cambridge University Press
  • Wittgenstein L., 1975, Note sul “Ramo d’oro” di Frazer, trad. it. Milano, Adelphi
Facebook Comments

Emma Strocchi

Classe ’96, mi nutro di antropologia, fotografia, viaggi e poesia. Analitica, critica, paladina dei fragili. Non amo la frenesia moderna. A cuore aperto verso il mondo mi muovo nello spazio del mio pot-pourri di sospensione e concretezza. Laureata in Antropologia, religioni, civiltà orientali all’Unibo, progetto di imboccare la strada dell’Antropologia visiva e psicologica, ma l’indeterminatezza regnerà sovrana ancora per un po’.

Translate »