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Antropologia e disabilità, a che punto siamo?

Disability Worlds: immaginare un’antropologia della disabilità

Sette anni fa, concludendo un loro contributo per Annual Review of Anthropology, Faye Ginsburg e Rayna Rapp esprimevano tutta la loro convinzione che la disabilità fosse una categoria che aveva bisogno di un approccio antropologico, affermano infatti:

They [anthropology students] recognize that disability, as a feature of their own experiences, is a category that demands anthropological attention as an essential form of human nature. We concur. [Gli studenti di antropologia riconoscono che la disabilità, come caratteristica delle loro esperienze, è una categoria che, come forma essenziale della natura umana, richiede attenzione antropologica. Siamo d’accordo.]1Ginsburg, Rapp, 2013:62-63

Con questo articolo intendo presentare il contributo delle due antropologhe e parallelamente interrogarmi su se e come le cose siano cambiate negli anni trascorsi dalla pubblicazione di Disability Worlds e se, quindi, l’antropologia abbia trovato al suo interno lo spazio necessario ad approcciare la disabilità con gli strumenti che le sono propri. Cercherò, inoltre, di accompagnare il tutto con qualche riflessione in merito.

 

Rayna Rapp e Faye Ginsburg

 

Disability Worlds si propone di presentare lo stato dell’arte dell’antropologia della disabilità e nel farlo ripercorre i maggiori studi compiuti in antropologia, e nelle scienze sociali più in generale, a riguardo. Ciò che emerge fin dall’abstract in testa all’articolo è che in antropologia gli studi sulla disabilità «historically […] were often intellectually segregated, considered the province of those [studies] in medical and applied anthropology [storicamente sono stati spesso segregati, considerati la provincia degli studi in antropologia medica e applicata].»

 

Sorte e criticità di un campo di studi

Un campo di studi, dunque, storicamente inglobato dall’antropologia medica e applicata, ma che cerca con sempre maggior forza di ritagliarsi uno spazio autonomo, sottolineando tutto ciò che va al di là di un approccio medico alla categoria della disabilità, a partire dalle implicazioni sociali e culturali, ben riassunte nel social model e nel cultural model. Modelli, questi, che criticano l’idea che «disability is […] simply lodged in the body [la disabilità sia semplicemente legata al corpo]» (Ginsburg, Rapp. 2013:54).

I primi passi nella disciplina sono stati compiuti lungo la strada aperta dal pionieristico lavoro di Robert Edgerton, The Cloak of Competence (1967) che tratta delle strategie adottate da coloro che per un lungo periodo avevano vissuto “istituzionalizzati” negli asylums, al ritorno alle proprie comunità di origine.

L’antropologia della disabilità, tuttavia, è un campo di studi molto giovane e, come viene riportato da Ginsburg e Rapp «still suffers from terminological confusion, theoretical oversimplification, and a radical bias that is adverse to critical approaches [soffre ancora di una confusione terminologica, una semplificazione teorica esagerata e un pregiudizio relativista radicale che è contrario agli approcci critici]» (Shuttleworth, Kasnitz, 2004:153).

 

Una categoria ampia e precaria

Ad ogni modo, la disabilità è una categoria che porta in evidenza una diversità – basti pensare alla dicitura che talvolta si può ritrovare “diversamente abili” – e proprio in virtù della centralità che la diversità ricopre all’interno dell’antropologia, Ginsburg e Rapp (2013:55) si domandano come sia possibile che non sia stata dedicata particolare attenzione  – a livello di settore disciplinare – a questo tema.

Una categoria che ha, inoltre, portata universale in quanto la disabilità «is a category anyone might enter through aging or in a heartbeat, challenging lifelong presumptions of stable identities and normativity [è una categoria in cui ognuno si può ritrovare invecchiando o in un istante, sfidando la presunzione che identità e normatività siano stabili per tutta la vita].» (Ginsburg, Rapp, 2013:55) Questo è forse, a mio avviso, il motivo principale per cui il tema della disabilità meriterebbe più attenzione analitica e critica.

 

I diversi simboli adottati e immaginati per la disabilità nel corso del tempo
Cos’è e cosa non è disabilità?

Un punto molto importante che emerge dalla carrellata degli studi sulla disabilità qui presentati è la precarietà definitoria della categoria disabilità. Essa raccoglie sotto il suo largo ombrello diverse “diversità”, come si può evincere da una rapida scorsa ai titoli dei lavori che Ginsburg e Rapp presentano: si va, ad esempio, da Living with Difference: Families with Dwarf Children (Ablon, 1988) a Introduction: Autism; rethinking the possibilities (Solomon, Bagatell, 2010), passando per The Artificial Ear: Cochlear Implants and Culture of Deafness (Blume, 2009).

Leggi anche:  Creatività culturale e sguardo antropologico

 

Disabilità come categoria critica e possibilità per l’antropologia

Tuttavia, questo non impedisce un utilizzo di questa categoria in termini critico-analitici, in un’azione di messa in discussione della sua pretesa generalizzante e appiattente. Se guardiamo con occhio critico a tutto ciò che rientra sotto la larga tesa di questo cappello, ci accorgiamo di quanto sia problematico richiamarci all’uso di un singolo termine per descrivere acriticamente un’ampia “diversità” di forme.

Le possibilità che si aprono nell’incontro fra antropologia e disabilità non sono, però, unidirezionali. L’attenzione a questo campo di studi può ampliare e dare nuova linfa a diversi aspetti teorici e metodologici della disciplina, come la concezione del corpo come terreno etnografico, la riflessività, l’approccio narrativo e l’auto-etnografia. Un punto molto importante secondo me, dato che la riflessione teorica ha intercettato altre volte il mio interesse.

Così lavori come quelli di Angrosino (1994, 1997) o di Murphy (2001) possono gettare luce su quanto possano rivelarsi analiticamente fecondi degli approcci narrativi, biografici o auto-etnografici a un tema come quello della disabilità, ma possono anche muovere la nostra riflessione verso questi aspetti metodologici, a lungo poco considerati in ambito accademico (cfr. Behar e Gordon [eds] 1995).

Ciò che salta all’occhio leggendo Disability Worlds è che la maggior parte degli studi presentati risale agli ultimi vent’anni dimostrando, certo, che il campo di studi è molto giovane e soffre di quella confusione di cui hanno parlato Shuttleworth e Kasnitz (cfr. supra), ma che è anche un campo molto vivace e in crescita.

 

Sette anni dopo: rapida incursione nell’academic world…

Oggi, a sette anni da questa pubblicazione, viene spontaneo domandarsi se effettivamente l’antropologia della disabilità abbia fatto qualche passo in avanti, non solo come campo di indagine, ma anche come settore disciplinare.

A una rapida scorsa dei programmi di alcune università sia estere sia italiane2Tema senz’altro da approfondire. Ho preso in esame i programmi di Washington, Berkley, Chicago, LSE, SOAS, Madrid, Parigi, Buenos Aires, Bologna, Torino, Roma, appare evidente quanta – almeno a livello superficiale – sia ancora la strada da percorrere. Sono poche le università che contemplano all’interno dei propri percorsi di studio in antropologia un corso specifico di “Antropologia della disabilità”.

Certo, c’è la possibilità che, poi, all’interno dei programmi dei diversi corsi, sia prevista la riflessione sulla disabilità, tuttavia, ritengo che trovare un corso dedicato, avrebbe un peso ben diverso. Dicendo ciò, non è mia intenzione puntare il dito sui diversi dipartimenti di antropologia sparsi per il mondo – o meglio verso chi questi dipartimenti li anima. Come ci raccontava qualche anno fa una professoressa a lezione, attivare nuove cattedre all’interno dell’academic world non è qualcosa che avviene dall’oggi al domani.

 

…all’estero e non solo

Ad ogni modo, sono convinto che ci siano delle buone premesse perché i lavori avviati in questa direzione possano portare a questo traguardo. In tal senso è opportuno citare alcune esperienze che avvalorano questo mio auspicio. Sto pensando al Wenner-Gren Symposium di maggio 2018 e, qui in Italia, al convegno che si è tenuto lo scorso novembre (2019) a Perugia e a una recente pubblicazione a cura di Bardasi e Natali (2018), primo passo di un progetto che intende raccogliere «voci, esperienze, testimonianze sulla disabilità [a partire dalla] Università di Bologna.»3Dal sottotitolo del volume

 

Riflettere su scenari e prospettive: il Wenner-Gren Symposium e le Giornate di Perugia

Entrambi i convegni puntano a sondare il terreno e proporre una prospettiva diversa, nuova per approcciare il tema della disabilità. Il Wenner-Gren Symposium si propone di:

Investigate the worlds that have arisen around disability, the socially experienced state of difference and disadvantage experienced by people with nonnormative bodies and minds [investigare i mondi che sono sorti intorno alla disabilità, lo stato di differenza e lo svantaggio vissuti a livello sociale da persone con corpi e menti “non normali”].4Rutherford, 2020:S1

Nel fare questo si ripercorre il sentiero già aperto dagli studi di Ginsburg e Rapp, il cui intervento (Ginsburg, Rapp, 2020) apre le giornate di studio alla Hacienda del Sol Guest Ranch a Tucson, in Arizona.

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Un convegno per sondare il terreno della disabilità in antropologia
I partecipanti al Wenner-Gren Symposium

 

Le Giornate di Perugia, invece, nascono grazie all’incontro di alcune ricercatrici e alcuni ricercatori al II Convegno nazionale della Società italiana di antropologia medica (SIAM), tenutosi sempre a Perugia a giugno 2018. Il gruppo originatosi da quest’incontro (Gruppo AM&D5Antropologia Medica & Disabilità) ha organizzato le giornate di studio Antropologia medica e disabilità. Prospettive etnografiche come ulteriore passo nel «valorizzare lo spazio di azione della teoria e della pratica antropologica all’interno del campo della disabilità».6La citazione è tratta dal programma delle giornate

 

Giornate di studio Antropologia Medica e Disabilità Prospettive Etnografiche
Dal programma del convegno di Perugia

 

Là dove scorrono i diversi mondi raccontati e analizzati a Tucson, a Perugia si muovono passi importanti in Italia per perseguire una prospettiva di antropologia medica – ma non solo aggiungerei – il cui intento non sia «ri-medicalizzare o antropo-medicalizzare la questione della disabilità» ma immaginare ed evocare «un’antropologia critico-politica del corpo, dialogica e sperimentale, incentrata sui processi di incorporazione, di ben-essere e, quindi, di salute.»7cfr. nota 6

 

Disability Worlds: un terreno ampio

Ci sarebbe molto altro da aggiungere e ulteriori questioni da approfondire, ma lo spazio angusto di un articolo mi costringe a fermarmi qui; anche perché quella che vuole essere un’infarinatura rischierebbe di diventare una pagnotta intera e io non ho ancora un forno abbastanza caldo per cuocerla.

Per concludere torno, con le parole di Danilyn Rutherford (2020), a ciò che può scaturire dall’incontro fra antropologia e disabilità – come del resto è scaturito da tutto ciò a cui l’antropologia si è rivolta nel corso della sua storia. L’antropologa ce lo racconta attraverso la metafora del terreno:

This ground [covered by the meeting] was wide: it extended from the way we imagine, study, and inhabit families, to how we analyze structural violence and inequality, to our grasp of the intersections between technology, infrastructure, and the performance of everyday life [Il terreno sondato dall’incontro era ampio: si estendeva dal modo in cui immaginiamo, studiamo e abitiamo le famiglie, al modo in cui analizziamo la violenza strutturale e la disuguaglianza, alla nostra comprensione delle intersezioni tra tecnologia, infrastruttura e prestazioni della vita di tutti i giorni].8Rutherford, 2020:S1

 

 

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Bibliografia:

  • Bardasi N., Natali C. (a cura di), 2018, Io a loro ho cercato di spiegare che è una storia complicata la nostra. Voci, esperienze, testimonianze sulla disabilità all’Università di Bologna, Bologna, Bononia University Press.
  • Behar R., Gordon D.A. (eds.), 1995, Women Writing Culture, Berkley, Los Angeles, London, University of California Press.
  • Ginsburg F., Rapp R., 2013, Disability Worlds in «Annual Review of Anthropology», 42, pp. 53-68.
  • Ginsburg F., Rapp R., 2020, Disability/Anthropology: Rethinking the Parameters of the Human. An Introduction to Supplement 21 in «Current Anthropology», 61(S21), pp. S4-S15.
  • Rutherford D., 2020, Disability Worlds Wenner-Gren Symposium. Supplement 21 in «Current Anthropology», 61(S21), pp. S1-S3.
  • Shuttleworth R.P., Kasnitz D., 2004, Stigma, community, ethnography: Joan Ablon’s contribution to the anthropology of impairment-disability, in «Medical Anthropology Quarterly», 18(2), p. 139-161.

 

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Alvise De Fraja

Sono Alvise e vengo da Mestre (chi la conosce la conosce perché c'è la stazione) e mi piacciono le parentesi. Studio Antropologia religioni e civiltà orientali a Bologna, ma non solo. Faccio tante altre cose. Sono un cultore dei viaggi a piedi e del risotto. Bastian contrario per eccellenza. Mi piace leggere i romanzi francesi di oggi e quelli russi di ieri. In ogni caso 42.