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Antropologia del Guatemala: la nascita di un dramma moderno

Il dramma che conobbe il Guatemala è lo sfondo e il contesto sociale, culturale e storico di tutte le opere asturiane con particolare attenzione a Hombres de Maíz. L’arco temporale – dai primi anni del ventesimo secolo fino agli anni più recenti della fine del secolo stesso – vide una sempre più spiccata instabilità politica, lotte di potere, assassini politici, infiltrazioni di potenze straniere, espropriazioni di terre e un ricchissimo tessuto sociale in lotta. L’opera di Asturias ricoprì soltanto un periodo di instabilità, la prima parte del conflitto sociale; dalla vittoria elettorale di Estrada Cabrera alla deposizione, con la prima guerra civile di Jorge Ubico. Quarant’anni di insensate politiche interne a sfavore delle classi sociali più basse.

 

Guatemala
Jorge Ubico

 

Il tessuto sociale guatemalteco viene descritto da Asturias all’interno della sua opera, con la descrizione dei personaggi, dei luoghi, come la terra di Ilom, ma una descrizione più dettagliata è data da In mezzo due continenti, note da un viaggio in America centrale quando Guglielmo di Svezia negli anni Venti del Novecento decise di visitare il Guatemala. La descrizione di viaggio fatta dal principe è pressappoco questa:

  • Creoli: una minoranza le cui origini derivavano da antiche famiglie spagnole che conquistarono l’America centrale, dal 1920 era presente in entrambi gli schieramenti politici. I creoli si erano mischiati con gli stranieri e con la forte maggioranza che possiede sangue indiano. Guidavano il paese sia dal punto di vista politico che culturale in virtù della loro educazione (Bernadotte, 1922:153).
  • Ladinos: classe media, nasceva dall’incrocio di nativi, neri e creoli. Nel 1920 quasi non avevano potere politico, la grande maggioranza erano artigiani, negozianti commercianti e funzionari minori. Nelle zone orientali del paese erano lavoratori agricoli (Bernadotte, 1922:154).
  • Indigeni: la maggioranza era formata da nativi. Solitamente poco alfabetizzati, avevano fornito ottimi soldati per l’esercito. In virtù della loro scarsa inclinazione all’attività politica indipendente e del loro rispetto verso il governo e la burocrazia raggiunsero spesso, come soldati, posizioni di fiducia. Gli indiani fornivano anche la componente principale della forza lavoro in agricoltura (Bernadotte, 1922:155).

Queste tre componenti sociali negli anni entreranno in conflitto sia per interessi politici ed economici, sia per interessi nel campo dei diritti umani. Lo scontro tra indigeni, ladinos e creoli, inizialmente soltanto culturalmente, ebbe inizio già nei primi del Novecento. Una delle cause concatenanti dell’inizio del conflitto fu l’insediamento, legalizzato dal governo, della compagnia statunitense. Infatti, l’operato della United Fruit Company in suolo guatemalteco ebbe inizio nel gennaio 1901, quando il governo del dittatore Cabrera appaltò alla multinazionale l’intera gestione del servizio postale nazionale al fianco della Guatemala Railroad Company.

 

Guatemala

 

“El pulpo”, altro appellativo con cui veniva denominata la UFC che, dopo aver assunto il controllo del lato atlantico del Paese e aver ottenuto grandi quantità di terreni lungo la ferrovia, acquistò anche il lato della ferrovia che dava sul Pacifico, assumendo di fatto il controllo di ogni tratto di ferrovia dello stato, imponendo i propri prezzi, il tutto assecondato dal lassismo del sistema economico del Paese che prevedeva la quasi completa esenzione delle tasse sul profitto, così come la quasi completa esenzione doganale e la totale inesistenza degli obblighi previdenziali. La UFC aveva conquistato l’economia del Guatemala.

Con i proventi del colosso statunitense secondo Hubert Herring in Storia dell’America Latina,

I suoi apologeti trovano poco di buono da dire sul suo conto: citano le poche scuole che costruì; citano il soddisfacente aumento dell’introiti dell’esportazione delle banane, del caffè, oppure salta nel miglioramento delle condizioni igieniche e dell’assistenza medica, per le quali si dovrebbe ringraziare la Fondazione Rockfeller (Herring, 1971:663).

Fonti avverse a quelle di Herring ci raccontano un ambiente completamente diverso. In Guatemala, Past and Present, Chester Lloyd Jones con poche righe riuscì, effettivamente, a descrivere le condizioni sociali durante il regime di Cabrera.

Viene definito ladro e assassino «per aver mantenuto gli indiani in stato di servitù per aver scialacquato il pubblico tesoro affamato l’esercito e rapinato senza ritegno il denaro pubblico» (Cheseter, 1940:65).

Dopo anni di repressione militare, elezioni fraudolente e autoritarismo, nel mese di gennaio e febbraio 1920 il governo di Cabrera dovette affrontare una grande dissidenza popolare, grazie anche all’incoraggiamento morale del presidente Wilson, con a capo il Partido Unionista e diversi giornali che iniziarono a manifestare la loro opposizione al dittatore, uno su tutti El Obrero Libre (Dosal, 1993:96).

«I presidenti degli anni ’20 governarono con maggiore cautela, pur in mezzo alle consuete lotte tra fazioni rivali» (Herring, 1971:664). Se dopo Estrada Cabrera la situazione sembrava migliorare sia per gli indigeni che per i ladinos, gli anni ’30 videro la salita al potere dell’ultimo dittatore prima della rivoluzione: Jorge Ubico.

Durante il suo governo, oltre alla grande crescita del potere e dell’autonomia delle imprese estere, si vedrà un importante cambiamento nel controllo sociale delle zone rurali, dal momento che abolì l’autonomia dei municipi locali alle comunità indigene dello stato, oltre a dare sempre maggior potere ai proprietari terrieri, i quali approfittavano dell’analfabetismo di gran parte delle comunità indigene per costringerli a lavorare sotto contratti decisamente svantaggiosi che rasentavano lo sfruttamento.

In questi anni si rafforzò notevolmente il legame tra UFC e governo guatemalteco; sotto l’amministrazione Ubico, così come sotto quella Cabrera, la UFC godette di grandi privilegi e autonomia nella gestione dei propri affari in suolo guatemalteco.

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Tuttavia, nel decennio del ’40, a crisi ormai scemata, iniziarono a diffondersi delle tendenze anti-dittatoriali nei diversi paesi dell’America Latina, come conseguenza anche della caduta di Hitler in Europa per mano delle forze alleate.

Nella regione caraibica diverse dittature iniziarono a traballare nel corso de quegli anni: in Nicaragua, Somoza affrontò un duro periodo negli anni dal ’44 al ’47; in Repubblica Dominicana anche Trujillo rischiò seriamente di perdere il potere; a Cuba Fulgencio Batista venne sconfitto nelle elezioni del ’44 e nello stesso anno in Venezuela cadde la dittatura di Medina Angarita (Gleijeses, 1991:48).

Questo è ciò che Asturias ci racconta nelle sue opere, nei suoi racconti, un contesto sociale delicato e una questione culturale che ha rappresentato, e rappresenta tutt’ora, il suo paese natale; un contesto che prende forza attraverso il realismo magico, le sue metafore e il suo simbolismo e che trova nel finale dell’opera una speranza di pacificazione tra le parti in causa attraverso le ultime righe del racconto, che ben intendono il suo compito ultimo:

«Maria la Pioggia la Pidocchiosa Grande, colei che si diede a correre come l’acqua che precipita, sfuggendo la morte, la notte dell’ultimo festino nell’accampamento del Gaspar Ilom!… Portava sul proprio dorso il figlio dell’invincibile Gaspar, e restò paralizzata, impietrita, là dove si trova, fra il cielo, la terra, e il vuoto! Maria la Pioggia è la Pioggia! La Pidocchiosa grande è la Pioggia! Sulla sua schiena di donna dal corpo d’aria, di sola aria, ed i capelli, molti capelli, solo capelli portava suo figlio, figlio altresì del Gaspar, l’uomo di Ilom: portava suo figlio il mais, il mais di Ilom, e ritta ed eretta rimarrà nel tempo che sta per venire, tra il cielo, la terra e il vuoto» (Asturias, 2009:334).

Hombres de maíz non fu soltanto un’opera letteraria della metà del secolo scorso, ma un vero e proprio manifesto di dissenso verso ogni regime politico dell’area centro americana ed il mais è il punto di congiunzione di quelle identità indigene presenti in moltissimi paesi, che vedono il loro modo di vivere e di concepire una struttura culturale altra in pericolo.

Asturias dal canto suo non prese una posizione diretta a favore o a sfavore della questione culturale in atto, il suo compito era quello di raccontare una determinata realtà sociale, ma per moltissime opere e movimenti di protesta sociale venne riconosciuto come un ispiratore.

La sua opera massima diede vita ad un capovolgimento sociale in tutto il sub continente: dalle politiche d’integrazione guatemalteca, alla partecipazione dei maya alla seconda guerra civile, a movimenti sociali di protesta, a rivoluzioni sociali come in Messico e Bolivia, alla nascita di nuovi quesiti culturali come l’indigenismo.

Dopo la deposizione di Jorge Ubico negli anni ’40 e lo scoppio della prima guerra civile, il paese andò alle urne favorendo due esponenti di sinistra: Arévalo e Árbenz. I governi democratici di Arévalo e Árbenzrappresentarono la cosiddetta “primavera democrática” per il Guatemala, ovvero dieci anni, dal 1944 al 1954, in cui il l’instaurazione della democrazia en “el país de la eterna tiranía” (Rosales, 200:,29) apportò un cambio di rotta nelle scelte politiche, con l’apertura alla partecipazione sociale e, alla garanzia di nuovi diritti ai cittadini con la Costituzione del 1945, il Codice del Lavoro del 1947 e la riforma agraria del 1952 (Tomushat, Lux, Balsells, 1999:97).

Uno degli articoli più significativi, proprio per la parte indigena del paese, fu l’articolo ottanta tre che inaugurò una nuova politica di integrazione nell’immediato dopo guerra. L’articolo così recita:

Artículo 83. Se declara de utilidad e interés nacionales, el desarrollo de una política integral para el mejoramiento económico, social y cultural de los grupos indígenas. A este efecto, pueden dictarse leyes, reglamentos y disposiciones especiales para los grupos indígenas, contemplando sus necesidades, condiciones, prácticas, usos y costumbres.

L’Arevalismo rappresentò innanzitutto un insieme di ideologie morali nate dalla protesta delle classi medie urbane e rurali di uno Stato che veniva da troppi anni di oppressioni dittatoriali. Arévalo definì la sua una politica Socialismo Spirituale:

«Somos socialistas […] Pero no somos socialistas materialistas. No creemos que el hombre sea primordialmente estómago. Creemos que el hombre es, ante todas las cosas, una voluntad de dignidad. Ser dignamente un hombre o no ser nada. Nuestro socialismo no va, por eso, a la ingenua repartición de bienes materiales, a la tonta equiparación económica de hombres económicamente diferentes. Va nuestro socialismo a liberar a los hombres psicológicamente, a devolverles a todos la integridad psicológica y espiritual que les ha negado el conservatismo y el liberalismo» (Arevalo, 1945:146).

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Se da una parte l’eco dell’opera asturiana comportò un miglioramento delle politiche integrative e della qualità della vita, dall’ altra significò anche una dura battaglia per esser riconosciuti politicamente. Laddove la politica fallì nei suoi intenti, la lotta arma sembrò essere l’unico strumento di conquista sociale. Ciò avvenne nella seconda guerra civile guatemalteca, la più dura e sanguinosa della sua storia, che durò trentasei anni.

Dopo l’assassinio di Castillo Armas nel 1957, Ydigoras Fuentes prese il potere ristabilendo le vecchie consuetudini politiche: il Guatemala e la sua economia come “protegè” degli Stati Uniti (Herring:, 1971:669). I terreni espropriati, a favore delle classi indigene, della legge agraria del cinquanta due, vennero restituiti nuovamente alle compagnie statunitensi come la UFC.

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Gli strati sociali più in difficoltà come indigeni e ladinos, ebbero un nuovo casus belli: si scatena, nel 1960, nuovamente, la guerra civile. Ufficiali dell’esercito e ladinos si sollevarono contro la politica scellerata del regime vigente. In un primo momento nacquero organizzazioni come il Movimento Rivoluzionario del 13 Novembre (Mr-13) e le Forze Armate Ribelli (Far) (Balutet, 1999:20) Sosa (Mr-13) e Lima (Far) esponenti di spicco della fronda rivoluzionaria tentarono, attraverso la guerriglia, un rapido rovesciamento del regime che fallì miseramente dopo pochi anni dallo scoppio della rivoluzione stessa.

Yvon Le Bot in La guerra en tierras mayas: comunidad, violencia y modernidad en Guatemala (1970-1992) chiarisce un punto fondamentale della prima parte del conflitto:

Fue la población indígena, sin participar en el combate, quien sufrió las consecuencias más importantes (Le Bot, 1996:203).

Dopo aver sofferto la prima parte del conflitto, i gruppi maya decisero, l’indomani del 1975, di scendere in campo e unirsi alla lotta armata grazie alle due nuove formazioni rivoluzionarie: l’Esercito Guerrigliero dei Poveri (Egp) e l’Organizzazione Rivoluzionaria dei Popoli in Armi (Orpa).

Balutet in Los Hombres de maíz fornisce un’informazione di estrema importanza:

Como acabamos de decirlo, una de las características más importantes de la guerrilla de esa segunda etapa fue la entrada de los indígenas en la lucha, fenómeno que contrastaba con la actitud de esos mismos indígenas unos anos antes. Varias razones contribuyeron a ese cambio y nos proponemos ver la más importantes (Balutet, 1999:21).

Sia l’Egp che l’Orpa presero in seria considerazione la partecipazione indigena nella lotta armata partendo da un presupposto quasi etico: le popolazioni maya della zona orientale del paese furono le più oppresse e umiliate dalla conquista spagnola ed era fondamentale riuscire ad integrarle nel contesto rivoluzionario (Rouquiè, 1994:152).

In sostanza le due forze rivoluzionarie capirono che la vittoria in campo politico era impensabile senza la presenza della componente indigena, da sempre il reale motore del paese; ciò però riflette un aspetto interessante: la componentistica indigena del Guatemala sia nelle forze armate ribelli, che nei guerriglieri del popolo non hanno mai permesso un ruolo di primo piano o, comunque, di responsabilità per i maya (Morrison, 1994:117).

La repressione nei confronti dei maya, da parte dell’esercito regolare, fu tremenda proprio perché osarono ribellarsi chiudendo, di fatto, la seconda tappa del conflitto nel 1985.

 

 

L’opinione pubblica continentale sembrò essere a favore dei gruppi guerriglieri (dalla presidenza di Jimmy Carter negli Stati Uniti, al Fronte Sandinista in Nicaragua, alla guerriglia Salvadoregna), ma presto la situazione si ribaltò (Peralta, 1989:101).

Le azioni di guerriglia diminuirono notevolmente, grazie anche alla politica di difesa che si attuò nel paese; i gruppi maya retrocedettero sensibilmente. La repressione fu talmente brutale che decisero di ritirare le armi fino al 1994, anno della resa e dei trattati di pace. Dopo trenta sei anni di dura lotta civile il paese sembrò trovare la via del compromesso e della pace lasciando aperta però una questione, tutt’ora irrisolta; come integrare i gruppi indigeni maya.

In tempi più recenti, famosa fu la rivolta degli indigeni maya nel 1994 in Chiapas, Messico, che, dopo la firma del trattato di libero scambio come il NAFTA (in particolar modo per i prodotti agricoli quali mais) a opera del presidente Salinas, masse popolari si ribellarono per il diritto di coltivare il mais ed esser considerati parte integrante del paese.

La guerra è tutt’ora in corso, ma le richieste dei gruppi guerriglieri, controverse e contraddittorie, risultano per il governo centrale ancora oggetto di studio e di dibatti. Diversa fu, per concludere, la rivolta sociale negli anni duemila in Bolivia dei cocaleros, guidati da Evo Morales, per il diritto di esser rappresentati politicamente come indigeni. La presidenza Morales dal 2006 al 2020 fu uno dei primi esperimenti di stato indigeno a tutti gli effetti.

 

Bibliografia:

  • Arévalo J., 1945, Conservadores, Liberales y socialistas, Escritos Políticos, Tipografía Nacional, Guatemala, p. 146-147.
  • Asturias, M.A., 2009, Hombres de maíz, Colección Aniversario Losada
  • Balùtet, 1999, Los Hombres de maíz toman las armas, Guatemala, p.20-21
  • Bernadotte W.K, 1922, In mezzo a due continenti, note da un viaggio in America centrale,
    p.153-155
  • Chester L.J, 1940, Guatemala, Past and Present, Minneapolis, p.65
  • Dosal P., 1993, Doing Business With the Dictators: A Political History of United Fruit in Guatemala, 1899-
    1944, SR Books, New York
  • Gleijeses P.,1991, La Aldea de Ubico: Guatemala, 1931-1944, Guatemala
  • Herring H., 1971, Storia dell’America Latina, Milano, Rizzoli
  • Le Bot Y., 1996, La guerra en tierras mayas: comunidad, violencia y modernidad en Guatemala (1970-1992), Fondo de Cultura Economica
  • Morrison A., 1994, Escape from terror: violence and migration in Post Revolutionary Guatemala, Latin
    American Research Review, n.2
  • Peralta G., 1989, Le guerre cachée: le campagne contre-révolutionnaire au Guatemala, Paris, n. 517
  • Rosales M., 2004, Evolución del arte en la revolución, Actas del Encuentro “Juan José Arévalo, presencia
    viva: 1904-2004”, Abrapalabra n.37, Universidad Rafael Landívar
  • Rouquiè P., 1994, Guerras y paz en América Central, Fce, Mexico
  • Tomushat C., Lux O., Balsells A., 1999, Guatemala, Memoria del Silencio, Comisión para el
    Esclarecimiento Histórico, UNOPS

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Alessio Pacaccio

Attento lettore del mondo antico e del mondo latino americano, cerco di congiungere lo studio antropologico con le varie forme di letteratura; dal teatro tragico di Euripide alle forme mitiche della narrativa di Asturias, attraverso un filo conduttore che resiste nei secoli. "Che bello un uomo quand'è uomo" così diceva Menandro.