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Antropologia del gioco d’azzardo: tra funzioni sociali e dipendenza.

Il gioco è una pratica essenziale per la vita di ciascun individuo; infantile, ricreativo o competitivo, esso ha caratterizzato le società sin da quelle più remote. Può aiutare il bambino a conoscere se stesso e a socializzare con gli altri, e anche nelle successive fasce d’età può svolgere funzioni terapeutiche; giocare è anche evasione e piacere. Dunque, il gioco è un mondo altro rispetto al quotidiano e presuppone un cambiamento radicale di prospettiva; ma cosa succede quando non si riesce più a governare la sfera ludica e quando questa emerge al posto della realtà? Quali sono i fattori che rendono il gioco problematico?

L’azzardo è una pratica sociale complessa. Ci sono principalmente due visioni circa il suo senso e le funzioni che investe all’interno delle culture. La corrente universalista ritiene che questa pratica sia una parte strutturale dell’uomo. Secondo Edward Burnett Tylor, antropologo inglese della seconda metà dell’800, l’azzardo rappresenta la sopravvivenza dei rituali originari delle antiche società praticati per interrogare entità sovrannaturali. I giochi di sorte deriverebbero quindi dalla divinizzazione e il loro uso divinatorio sarebbe antecedente a quello ludico attuale.

Ma proprio perché l’azzardo è un fenomeno complesso non si può spiegare solo attraverso questa sua funzione e per di più non è un’attività che si riscontra in tutte le culture. Ecco perché l’antropologia attuale si basa su una seconda visione dell’azzardo, definendolo come una pratica culturale e non universale non pervasiva che dipende da un insieme di fattori. Ma a quali ci si riferisce?

Tra il 2005 e il 2009, Binde[1] portò avanti un’indagine con lo scopo di comprendere quali siano le componenti promotrici del gioco d’azzardo all’interno delle società. Certamente, i sistemi di credenze religiose mantengono la loro importanza; è chiaro anche per Binde che sono molti i giocatori che pregano Dio per ottenere una vincita “graziata” e sognarla e desiderarla potrebbe esprimere anche il bisogno di una trasformazione personale, quel cambiamento ricercato nelle conversioni religiose.[2] Le nozioni di fato, mistero e grazia si estendo alla sfera ludica, ma quell’aspettativa “religiosa” di salvezza e di realizzazione non è però l’unico fattore che incide secondo l’antropologo; un posto fondamentale è riservato anche alla disuguaglianza socioeconomica.

Laddove ci sia un’insicurezza collettiva nei confronti delle istituzioni, ecco che un gratta e vinci potrebbe rappresentare il simbolo della speranza, un rimedio contro la realtà stessa. Per Turner l’azzardo in Inghilterra e negli USA rappresenta dunque quella sfida all’etica protestante; il giocatore sovverte i valori della società e mostra attraverso il gioco i suoi disvalori, come la dispersione e la dilapidazione dei beni.[3] È chiaro che questo dipende anche dal tipo di economia presente in una data cultura. Ad esempio, presso gli Hadza della Tanzania studiati da Woodburn[4], durante una partita di lukuchuko, la pratica d’azzardo per eccellenza tra la popolazione, il giocatore è spinto a continuare a giocare per permettere la circolazione dei beni tra i partecipanti. Essendoci un’economia di sussistenza, vi è anche un’etica di condivisione che si esprime nel lukuchuko così come nel tika polinesiano.

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In Italia, il fenomeno dell’azzardo ha fatto sempre discutere sin dal Medioevo. In quei tempi fu vietato innumerevoli volte perché considerato un passatempo vizioso e immorale che andava contro i dogmi religiosi, ma rimase a lungo una pratica culturale attiva, dotata di senso proprio e vissuta a livello collettivo. Gioacchino Lavanco, professore di psicologia di comunità all’università di Palermo, ribadisce l’importanza del gioco sociale all’interno della nostra società ma dichiara:

Dovremmo allora dire che il bambino, dal gioco della tombola in poi, non solo è stimolato a giocare, ma addirittura gli vengono insegnate le regole del gioco della scommessa; prima che gli venga vietato l’uso problematico, gli viene spiegato come si gioca con il pensiero magico, gli si spiega cioè che i numeri si possono immaginare e che addirittura, infilando la sua manina per estrarre il numero, può sentire meglio degli altri quello che estrarrà. Potremmo allora dire che l’utilizzo problematico del gioco e della scommessa è – con un termine di Grmek – una patokenòsi. Chiamiamo patokenòsi una patologia comune che si afferma culturalmente oltre che fisiologicamente in una determinata epoca, conseguentemente chiameremo psicokenòsi il progressivo diffondersi e stabilizzarsi, in un equilibrio collettivo di una dimensione psicologica comune, sia essa sotto forma di psiche che di psicosi, cioè una dimensione psicologica che esiste solo perché la società lo ha deciso, ad esempio una di quelle malattie che non esistevano fino al momento in cui gli si è attribuito un nome, come lo stress. Dunque, possiamo dire che esiste un uso problematico del gioco- scommessa, perché proprio noi gli abbiamo dato tale denominazione.”[5]

Dunque, se il gioco- di qualunque tipo esso sia- è una componente culturale essenziale anche per le scienze psichiatriche, da quando il fenomeno dell’azzardo ha iniziato a essere percepito come un potenziale comportamento a rischio in grado di scaturire una dipendenza? E quando è stato “creato” il giocatore patologico?

Per Riccardo Zerbetto, psichiatra psicoterapeuta e presidente di ALEA[6], il problema è come ci si rapporta a esso e la soluzione si situa nell’educare alla scommessa senza bisogno di mettere in pericolo la propria posizione sociale, le relazioni familiari e la vita stessa. L’uso problematico avviene proprio quando non intervengono altri modelli interpretativi della realtà di causa-effetto, dunque una persona è spinta a credere di aver perso al lotto perché ha interpretato male i suoi sogni. Se il pensiero magico ancora sussiste nella mente del giocatore, secondo Zerbetto l’antico gioco sociale considerato sacro e divino sta scomparendo[7]. Avviene così questa desacralizzazione e questa deludificazione laddove l’unico mito di riferimento rimane il denaro.[8]

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Tralasciando ora la visione psichiatrica, la ricerca antropologica sul fenomeno dell’azzardo non ha il fine di annoverare come “malati” tutti coloro che lo praticano quotidianamente od occasionalmente; si finirebbe così nel considerare “problematico” qualsiasi comportamento all’interno di una tabaccheria di chiunque si trovi lì intento a scegliere i propri numeri o a grattare una schedina. Ciò che si dovrebbero analizzare sono le funzioni, le reti di significato e i simboli che si celano dietro all’azzardo. L’attuazione del pensiero magico all’interno del gioco ha una valenza fondamentale, ed è proprio attraverso questa modalità di pensiero che molti giocatori scelgono i propri numeri al lotto.

Dunque, si potrebbe veramente attestare che l’azzardo ha come fine solo quello economico o c’è qualcos’altro in ballo durante questa esperienza?

 

[1] Docente di Antropologia sociale presso l’Università di Gotheborg. I suoi studi sull’argomento sono riportati in Febbre d’azzardo. Antropologia di una presunta malattia, Maurizio Pini, Franco Angeli, 2012, pp. 41-51.
[2] Si ricorda il nesso tra fortuna e grazia divina nel lotto evidenziato da Gramsci; il giocatore attende l’evento salvifico con passività, chiamando a sé la benevolenza di Dio o di qualche Santo. Il pensiero gramsciano sull’argomento è riportato da De Sanctis Ricciardone in Il tipografo celeste. Il gioco del Lotto tra letteratura e demologia nell’Italia dell’Ottocento, Edizioni Dedalo, 1987, p.31-33.
[3] Victor Turner (1982) in Pini (2012) p.28.
[4] James Woodburn (1982) p.431 sempre in Pini p.42.
[5] Il saggio di G. Lavanco La psicologia della scommessa. Suggestioni sul gioco d’azzardo è contenuto in Capitanucci Marino (a cura di), La vita in gioco? Il gioco d’azzardo tra divertimento e problema, Franco Angeli, 2002, p.30.
[6] Associazione italiana per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio.
[7] Il gioco della moneta nell’antica Roma era utilizzato a scopo divinatorio durante i Saturnalia; ci si interrogava sugli eventi che avrebbero caratterizzato l’anno a venire e la risposta dipendeva dalla faccia della moneta.
[8] Il saggio di R. Zerbetto Gioco d’azzardo e dipendenza; cenni sull’evoluzione di un rapporto si trova sempre in La vita in gioco? Il gioco d’azzardo tra divertimento e problema, p.21.

 

-V. Sbocchia