Antropofagia: curarsi con la mummia

Su Homologos abbiamo già avuto modo di parlare di antropofagia, con una breve e generica trattazione dell’argomento. Abbiamo passato in rassegna il punto di vista dei principali studiosi del fenomeno, da William Arens, che ridimensiona notevolmente il cannibalismo per quanto riguarda la sua diffusione, a Marvin Harris, che propone una lettura materialista della questione.

Nel precedente articolo abbiamo avuto modo di soffermarci su come questa pratica veniva percepita in Occidente: il cannibalismo era essenzialmente una prerogativa degli “altri”, ed era considerato sinonimo di barbarie e inciviltà. In questo articolo tratteremo invece di una pratica antropofaga tutta occidentale, accettata dalla nostra civiltà dal Medioevo fino al Seicento, ovvero l’utilizzo di carne umana mummificata come farmaco per i più svariati mali. La carne seccata e polverizzata, o i fluidi che stillavano dall’essudazione dei corpi imbalsamati erano infatti spesso utilizzati nella preparazione di medicinali.

L’origine di questa pratica è forse da ricercare nel principio paracelsiano che afferma che il simile cura il simile: l’incorruttibilità del corpo mummificato era letta dall’uomo medievale come un’affascinante fonte di virtù miracolose; a questo va unita la percezione del corpo umano come qualcosa di sacro, il cui impiego in medicina avrebbe senz’altro garantito la guarigione da ogni male. La mummia dunque, al pari della teriaca (la pozione a base di carne di vipera considerata una panacea universale e l’antidoto ad ogni veleno) si guadagnò un posto per secoli nella farmacopea occidentale.

La prime testimonianze di un utilizzo medico della mummia risalgono all’antichità: il medico greco Dioscoride, nel suo De arte medica, indica con il termine mummia non tanto il corpo umano imbalsamato quanto piuttosto con il pissasfalto, prodotto ottenuto probabilmente da una miscela di asfalto e pece. Dato che si riteneva che le mummie venissero trattate con una sostanza simile, le ipotetiche proprietà curative del pissasfalto vennero presto attribuite alla mummia stessa (non a caso il termine arabo mummiyya indica anche le sostanze utilizzate per l’imbalsamazione).

Uno dei primi a parlare di questa pratica in epoca medievale fu il persiano Rhazes, filosofo e medico vissuto a cavallo tra X e XI secolo, e in seguito anche Avicenna si pronunciò a favore del consumo di mummia a scopo medico. Con l’avvento delle Crociate e l’intensificarsi degli scambi commerciali con il vicino oriente, i poteri curativi attribuiti alle mummie egizie iniziarono a divenire famosi anche presso gli occidentali, e la richiesta di mummia per il mercato occidentale lievitò, facendo raggiungere a questa merce “miracolosa” prezzi esorbitanti.

Ovviamente, un bene raro come un antico corpo mummificato era piuttosto difficile da ottenere, e questo portò ad un fenomeno simile a quello delle tsantsas ecuadoregne, di cui abbiamo già avuto di modo di parlare in passato: la creazione di falsi per soddisfare il mercato occidentale. La testimonianza più significativa a riguardo è probabilmente quella di Guy de la Fontaine, medico francese che, nel 1564 scoprì come un mercante di Alessandria confezionasse false mummie per il mercato occidentale, ignorando lui stesso la provenienza dei cadaveri.

Degno di nota è il fatto che in Occidente ci fu anche chi si oppose a questa forma di “cannibalismo medico“: il medico Ambroise Paré ne sottolineava la pericolosità, mentre l’antropologa Frances Larson riporta come molti considerassero questa pratica disdicevole. Nonostante ciò, va notato come il passare dei secoli contribuisse alla trasformazione del cadavere da persona a oggetto: la mummia non era percepita come essere umano, in quanto appartenente a un tempo e a un luogo ormai lontani, e quindi la pratica non veniva ricondotta al cannibalismo.

Poteri curativi simili a quelli della mummia erano attribuiti in varie regioni d’Europa a diverse parti del corpo umano: dalla polvere di cranio triturato ai muschi che crescevano sulle teste tagliate, dal grasso umano fino al sangue dei condannati a morte, che si diceva fosse in grado di curare l’epilessia. Fu solo con l’avvento dell’Illuminismo che molte di queste pratiche furono abbandonate, ma non del tutto: è ancora possibile trovare la mummia nei cataloghi di una farmacia viennese dei primi del ‘900.
Se quella proposta dal catalogo in questione fosse vera carne umana non è veramente importante, in quanto essa è comunque indicativa di quanto la cura della mummia fosse profondamente radicata nella mentalità occidentale, al punto da sopravvivere nei secoli.

Fonti:
_ Frances Larson, Teste mozze: storia di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri, UTET, 2016
_ Lugli Federico, La mummia nelle farmacopee medioevali, Antrocom Online Journal of Anthropology 2013, vol. 9 n. 1
_ https://www.cicap.org/n/articolo.php?id=273788 (consultato il 17/03/2018)
_ http://www.treccani.it/enciclopedia/mummia/ (consultato il 17/03/2018)

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Filippo Zoccola

Nato nel 1996 a Rassina (Arezzo), studia Antropologia, religioni e civiltà orientali all'Università di Bologna. Scopre l'antropologia al liceo, grazie ad una professoressa illuminata. Si interessa soprattutto di americanistica.

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