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Antropofagia: al di là del giudizio di valore

antropofagia

L’antropofagia, più nota come cannibalismo, è una pratica culturale consistente nel consumo di carne umana. Strettamente legata alla morte e all’appropriazione della forza vitale, questa pratica è per l’uomo occidentale simbolo dell’alterità più estrema, uno dei tabù più profondamente radicati nella nostra cultura.

 

Di cosa non stiamo parlando

Prima di parlare di cannibalismo, è necessario fare una breve premessa. Questo articolo mira ad analizzare, in maniera generale e introduttiva, la pratica culturale dell’antropofagia, la sua diffusione, le sue diverse manifestazioni, i tabù ad essa correlati e le varie teorie antropologiche che sono state sviluppate a riguardo. Data la vastità e la complessità del fenomeno, sarà necessario per forza di cose trascurarne alcuni aspetti in favore di altri.
Non parlemo di casi di cannibalismo
come soluzione estrema di sopravvivenza, quando non ci sono altri alimenti disponibili se non la carne umana.
Non parleremo
del cannibalismo in termini criminologici o psicopatologici, essendo anche in questo caso limitato a casi eccezionali.
Infine, non analizzeremo il cannibalismo inteso come fenomeno di predazione intraspecifica in altre specie animali.

 

Antropofagia e cannibalismo: origini etimologiche

Il termine antropofagia deriva dal greco ἀνϑρωποϕαγία ed indica appunto il cibarsi di carne umana. Numerose sono le notizie raccolte a proposito di questa usanza sin dai tempi antichi da diversi autori, quali Erodoto, Strabone, Tolomeo, Plinio il Vecchio.

Ben più pittoresca (e recente) è la nascita del termine cannibalismo: venne introdotto in occidente da Cristoforo Colombo, che nel giornale di bordo del suo primo viaggio nel Nuovo Mondo (1492-’93) indica con il termine caniba o canibales le popolazioni abitanti le Piccole Antille, i Caribi, descritti come feroci guerrieri mangiatori di carne umana

Nel tempo sono stati coniati i termini esocannibalismo, che indica il cibarsi della carne di un individuo appartenente ad una comunità diversa dalla propria (collegato spesso a pratiche di guerriglia e di sacrificio umano) e endocannibalismo, che indica il cibarsi di un individuo appartenente alla propria comunità, spesso un parente (collegato solitamente a rituali funebri). Le due pratiche rispondono ad esigenze diverse, e per questo seguono direzioni simboliche differenti.

Riguardo all’endocannibalismo, merita di essere menzionata la pratica dell’osteofagia, diffusa presso diversi popoli amazzonici, che consiste nel consumare le ossa bruciate e triturate dei parenti defunti, di solito mischiandole ad una bevanda o ad una zuppa di banane.

 

 

Teorie ed ipotesi sulle origini dell’antropofagia

Come abbiamo già detto, l’antropofagia era una pratica nota in occidente già prima della scoperta dell’America. I conquistadores, nonostante questo (e nonostante fossero abituati all’idea di massacrare brutalmente i loro nemici sul campo di battaglia e di torturare a morte i superstiti) rimasero profondamente turbati dalle pratiche del sacrificio rituale e del cannibalismo. [3] Numerosi i cronisti dell’epoca che trattano di queste pratiche: tra questi, Diego Duran, Bernadino de Sahagun e Bernal Díaz.

Con la nascita dell’antropologia culturale nel XIX secolo, si iniziò a riflettere in modo sistematico sulle origini e sulla natura del cannibalismo. In particolare, Edward Tylor analizzò il cannibalismo in termini evoluzionistici, considerandolo come una forma di sopravvivenza di una “pratica primordiale”, propria di un preciso stadio di sviluppo culturale che anche la civiltà occidentale avrebbe attraversato in un remoto passato. Tuttavia, la moderna paleoantropologia, tramite lo studio delle ossa dei nostri antenati, ha smentito la lettura evoluzionista dell’antropofagia.

Sarà Michael Harner, in un articolo del 1977, a tentare di fornire una nuova spiegazione al cannibalismo, riferendosi in particolare al caso del sacrificio rituale azteco. Esso sarebbe stato correlato innanzitutto a fattori ambientali: in primo luogo, l’esaurimento dell’ecosistema mesoamericano, provato da secoli di crescita demografica e di conseguente produzione intensiva, in secondo luogo, l’assenza di ruminanti e di suini addomesticati presso gli Aztechi, che allevavano solo cani e tacchini, non sufficienti a soddisfare completamente il loro fabbisogno di proteine animali.

 

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La sua teoria ha trovato diversi sostenitori e oppositori: tra questi ultimi troviamo Marshall Sahlins, il quale non ha ritenuto l’ipotesi materialista di Harner sufficiente a spiegare il complesso sistema simbolico che gli Aztechi hanno costruito attorno al rito del sacrificio umano.

Marvin Harris ha invece osservato, pur sostenendo la teoria di Harner, che la quantità di carne prodotta dal sacrificio non sarebbe stata in alcun modo sufficiente ad aumentare il contenuto di proteine e di grassi nella dieta degli Aztechi (basti pensare al fatto che la popolazione della valle del Messico era di circa 2 milioni di persone, mentre i prigionieri catturati in guerra e destinati al sacrificio erano tra i 15000 e i 250000 l’anno): la carne umana sarebbe stata distribuita in grandi quantità solo a piccoli gruppi di persone, come i nobili e i soldati, per evitare il crollo politico. Gli Aztechi avrebbero dunque fatto un uso politico e strumentale dell’antropofagia.
Harris sostiene non tanto che il cannibalismo degli Aztechi sia la conseguenza diretta della scarsità di cibo di origine animale, ma piuttosto che questa scarsità avrebbe reso i vantaggi politici derivanti dal tabù del cannibalismo meno allettanti. 
Infatti, per ragioni che analizzeremo a breve, le società statuali tendono tutte a considerare il cannibalismo un tabù: gli Aztechi, da questo punto di vista, rappresentavano un’eccezione.

Merita infine di essere citata la teoria di William Arens, secondo la quale la gran parte dei resoconti occidentali sull’antropofagia altro non sarebbero che pure invenzioni, volte ad alimentare un “mito del cannibale” utile a giustificare il colonialismo e a rivendicare la supremazia occidentale: se ciò fosse vero, la pratica del cannibalismo sarebbe stata molto meno diffusa del previsto. In Buono da mangiare, Harris contesta la teoria di Arens, citando per esteso diverse testimonianze oculari.

 

 

 

 

Il tabù dell’antropofagia

Resta ancora una domanda in sospeso: che vantaggio trae una società statuale dall’abolizione del cannibalismo? Per quale motivo siamo così convinti che il consumo di carne umana sia profondamente sbagliato, mentre esso è stato a lungo parte integrante del sistema simbolico di altre società?

Un’affascinante risposta a questa domanda è stata fornita da Marvin Harris. In Cannibali e re, dopo aver trattato del già citato sacrificio rituale presso gli Aztechi, e del loro uso politico del cannibalismo in determinati periodi cruciali, Harris fa la seguente considerazione:

«Se quest’analisi è corretta, allora dobbiamo considerare le sue implicazioni inverse. E precisamente che la disponibilità di specie animali domestiche svolse un ruolo importante nella proibizione del cannibalismo e nello sviluppo di religioni dell’amore e della misericordia negli Stati e negli imperi del Vecchio Mondo. Potrebbe allora darsi che il cristianesimo sia stato più il dono dell’agnello che del bambino nato nella stalla.» 

 

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Harris ritiene che il tabù dell’antropofagia nasce nelle società statuali, dal momento in cui divengono disponibili, tramite l’allevamento degli erbivori, fonti di cibo animale più redditizio, mentre l’impiego di prigionieri di guerra come schiavi diviene molto più conveniente del loro impiego come fonte di proteine. Al fine di rafforzare il tabù, esso viene esteso anche ai cadaveri dei nemici uccisi in guerra e a quelli dei cari defunti: il divieto risulta infatti corroborato se viene applicato senza alcuna eccezione

In conclusione, l’abolizione del cannibalismo non è motivata da una fantomatica “superiorità morale” di una civiltà su di un’altra, ma piuttosto da fattori strettamente pratici, in quanto in una società statuale non diverrebbe più vantaggioso, in termini di costi e benefici, il consumo di carne umana. In questo senso, le letture etnocentriche dell’antropofagia perdono valore.

Gli occidentali sono sempre stati pronti a condannare l’antropofagia, mentre loro stessi hanno portato avanti guerre e genocidi su vasta scala con inaudibile ferocia. Scrive a riguardo il filosofo Michel de Montaigne (1533-1592):

«Non mi rammarico che noi rileviamo il barbarico orrore che c’è in tale modo di fare, ma piuttosto che, pur giudicando le loro colpe, siamo tanto ciechi riguardo alle nostre. Penso che ci sia più barbarie nel mangiare un uomo vivo che nel mangiarlo morto, nel lacerare con supplizi e martiri un corpo ancora sensibile, farlo arrostire a poco a poco, farlo mordere e dilaniare dai cani e dai porci (come abbiamo non solo letto, ma visto recentemente, non fra antichi nemici, ma fra vicini e concittadini e, quel che è peggio, sotto il pretesto della pietà religiosa), che nell’arrostirlo e mangiarlo dopo che è morto. […] Possiamo dunque ben chiamarli barbari, se giudichiamo secondo le regole della ragione, ma non confrontandoli con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie.»

 

 

Bibliografia:

  • http://www.treccani.it/enciclopedia/antropofagia_%28Enciclopedia-Italiana%29/ consultazione del 17/01/2018
  • Ugo Fabietti, Francesco Remotti, Dizionario di antropologia. Etnologia, antropologia culturale, antropologia sociale, Zanichelli, 1997
  • Marvin Harris, Cannibali e Re, le origini delle culture, Mondadori, 1980
  • Marvin Harris, Buono da mangiare,Einaudi, 2006
  • Michel de Montaigne, Saggi, Testo francese a fronte, a cura di Fausta Garavini, Milano, Bompiani, 2012