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Ama: l’incanto delle donne del mare di Fosco Maraini

Fosco Maraini e il Giappone

L’amore di Fosco Maraini per le culture orientali è di lunga data. Dopo il suo matrimonio con la pittrice Topazia continua gli studi all’Università di Firenze in Scienze Naturali e Antropologiche. In seguito alla laurea nel 1937, assieme all’orientalista Giuseppe Tucci intraprende un viaggio in Tibet, occasione in cui si interessa profondamente alle culture orientali. Nel 1948 ripeterà il viaggio, e in seguito riesce a dedicarsi alla ricerca grazie ad una borsa di studio offerta dalla Kokusai Gayoku Kai, un’agenzia del governo Giapponese.

 

 

Maraini

 

 

Si trasferisce dunque nel paese del sol levante con tutta la famiglia, moglie e tre figlie, una delle quali è la famosa scrittrice contemporanea Dacia Maraini. Riesce a distinguersi e ad ottenere la cattedra come insegnante di lingua italiana all’Università di Tokyo. E’ ancora lì che tutti loro si trovano dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò vengono deportati, come molti altri italiani, nel campo profughi di Nagoya, dove rimarranno fino all’agosto 1945.

Apparentemente Maraini ottenne condizioni di vita più accettabili per i prigionieri italiani sottoponendosi volontariamente al rituale dello Yubitsume, che prevedeva per l’espiazione di gravi colpe il taglio della prima falange del mignolo sinistro. Già allora le sue conoscenze sul piano etnologico gli valsero dunque rispetto e facilitazioni, ma la sua parabola come ricercatore non finisce certo qui.

Dopo la guerra continuò le sue ricerche tra Giappone, Corea, Tibet e Gerusalemme. Il suo studio sulla popolazione degli Ama risale proprio a questo periodo, e i risultati delle sue ricerche sono rintracciabili in parte nell’opera “Ore Giapponesi” del 1957, e invece molto più nel dettaglio in “L’isola delle pescatrici” del 1960.

 

Chi sono gli Ama

Maraini riporta che gli Ama sono una popolazione non originaria del Giappone, probabilmente proveniente da un’area dell’Oceano Pacifico Meridionale. Se ne trovano insediamenti anche presso Tokyo nell’Onjuku e nell’isola di Hekura. Sembrano molto simili agli autoctoni, anch’essi pescatori, eppure parlano un’altra lingua e vivono isolati negli “ama-buraku”, sposandosi solo tra loro. Hanno anche usi piuttosto diversi, le case sembrano suggerire l’idea di un accampamento provvisorio e uomini e donne indossano indumenti tipici del Pacifico del Sud: perizoma per gli uomini, in giapponese fundoshi, e pareo per le donne, detto “koshi-maki”.

 

 

Maraini
Svestirsi per il tuffo
Fosco Maraini
©2014 MCL – Vieusseux – Alinari

 

 

Facendo un confronto tra Onjuku e Hekura, Maraini afferma che vicino Tokyo ormai la tradizione degli Ama è divenuta un’attrazione turistica, che conserva ben poco della purezza originaria. Ad Hekura invece si è rimasti molto più fedeli alle pratiche. Lo si capisce anche dalla diffidenza che riservano a Maraini, e che questi si ritrova ad arginare in vari modi.

 

 

Maraini

 

 

Cosa rende la popolazione Ama così particolare? Soprattutto le peculiari tecniche di pesca messe in atto esclusivamente dalle donne, che per recuperare i contenitori di legno posti sui fondali per gli “awabi”, molluschi particolarmente prelibati, scendono in picchiata verso i fondali con mosse agili e aggraziate. Indossano solo un sottile perizoma durante l’operazione, e i loro movimenti le fanno somigliare moltissimo ad animali acquatici. Questa è la descrizione che ne fa Maraini stesso:

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«Le giovani sono bellissime, agili e aggraziate, forti e sicure nell’acqua, con la naturalezza di esseri che si trovano nel proprio elemento. Chi però ha già pescato sott’acqua con un arpione saprà ammirare ancora di più le donne anziane. Le giovani subacquee talvolta sono ancora irruenti e ogni tanto durante il lavoro giocano fra loro compiendo movimenti bruschi; quelle più anziane e dotate di maggiore esperienza, al contrario, sono in grado con il minor dispendio di energie di immergersi nell’acqua con un’unico impercettibile balzo e di raccogliere il loro bottino nel modo più sicuro. Così una alla volta le donne si immergono circa 20 volte per 40 minuti, impiegando in tutto circa un’ora.»

 

Le Ama nel passato

Maraini, prima di dedicarsi pienamente al lavoro etnografico, si confronta con le concezioni passate delle Ama, le quali compaiono nel genere iconografico dell’Ukiyo-e.

In epoca Tokugawa vennero inizialmente raffigurate come il corrispettivo marino delle cortigiane dell’epoca, momento in cui la classe “borghese” chonin aveva in mente un’ideale di bellezza legato alla fruizione epicurea del presente. Le Ama rivestivano in questo caso un ruolo etnografico, ma erano rappresentato sempre come graziose fanciulle circondate dal mare.

 

 

 

 

In seguito invece le pescatrici entrarono a far parte delle correnti erotiche e pornografiche che dal XVIII secolo utilizzano la peculiare ambientazione per dare adito a fantasie che dovrebbero rappresentare i fantasmi dell’inconscio delle donne stesse.

 

 

 

 

Con la modernizzazione seguita all’inizio dell’Epoca Meiji anche l’immagine delle Ama si è evoluta. Ormai vengono considerate un interessante oggetto di ricerca etnografica come pure perfetti soggetti fotografici, grazie al rimando ad un immaginario erotico/esotico molto popolare nel corso del ‘900.

L’elaborazione di Maraini tende poi invece ad unire il continuo rimando passato ad un universo interiore con il contatto concreto con la popolazione che, grazie anche alla distanza tra osservatore e osservato, riesce a delineare i caratteri tipici della vita quotidiana degli Ama.

 

Adattamenti tecnici: come avvicinarsi agli Ama

Nella sua indagine Maraini deve adottare alcuni importanti accorgimenti tecnici. Ovviamente la prima sfida che si pone è come farsi accettare dalla popolazione, che alla maniera orientale rifiuta inizialmente di collaborare accampando scuse: non ci sono barche, non c’è il proprietario ecc..

Sorprendentemente è l’abilità nella pesca del ricercatore a fornirgli uno spiraglio per sbirciare nella vita degli Ama. Immergendosi infatti con maschera e pinne e utilizzando un arpione, Maraini torna in superficie con un grosso mantice che lascia gli indigeni a bocca aperta. E’ l’inizio di una fiorente collaborazione.

In secondo luogo il maggior problema resta riuscire a fare riprese e foto subacquee, ragion per cui Maraini si farà realizzare degli appositi “scafandri” per macchina fotografica e cinepresa. Questo gli permette di seguire i tuffi e le acrobazie subacquee delle pescatrici, la parte forse più incantevole del suo lavoro etnografico.

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Ama ieri, Ama oggi

Nel lavoro di Maraini dall’analisi delle pratiche di pesca si muove verso un’immagine variegata della società in questione. La piccola “repubblica marinara” degli Ama è un piccolo mondo a parte fatto di tuffi, cura dei bambini, scherzi tra compagne, matrimoni e funerali e un rapporto di vicinanza estremo con la natura e pertanto con le divinità.

In parte sarebbe affascinante se potessimo sostenere che quel piccolo microcosmo intervallato dal ciclo delle stagioni, dalle ritualità del posto e da un tipo di pesca tradizionale esiste ancora nei termini in cui venne descritto da Maraini, ma ahimé tutto cambia.

 

 

 

 

Un articolo del 2016 pubblicato su la Repubblica da Serena Guidobaldi cerca di mostrare cosa sia rimasto delle vecchie tradizioni di pesca. Afferma che attualmente le pescatrici attive sono circa duemila, tra i 20 e i 70 anni, perlopiù a Iseshima, Toba, Sugashima e Kamishima. Molte scelgono questa professione per stare più vicine ai figli e alla famiglia, e siccome sono una peculiarità della zona la prefettura di Mie le ha candidate come Patrimonio Culturale Immateriale presso l’UNESCO.

Le Ama sono ancora capaci di immergersi per oltre due minuti per circa mezz’ora, e tornate in superficie emettono l'”ama isobue”, il cosiddetto “richiamo delle sirene” che nient’altro è che un fischio dovuto all’iperventilazione.

 

 

 

 

Sebbene l’attività sia in declino perché le nuove generazioni per lo più se ne disinteressano e ormai l’attività sia divenuta molto commerciale, attraendo sempre molti spettatori all’anno, le Ama sono ancora utilizzate come immagine rappresentativa e caratteristica a Toba. Qui è stata lanciata una campagna per sponsorizzare l’area con l’avvicinamento del G7, attraverso la creazione di Aoshima Megu, una ama ammiccante stile manga presentata come mascotte guida. In verità molte ama si sono trovate a protestare, non riconoscendosi in questa immagine iper-sessualizzata. Stiamo tornando forse agli Ukiyo-e erotici?

 

Conclusione

Il lavoro di Maraini è riuscito a riprodurre e analizzare correttamente uno spaccato del tutto peculiare come la vita degli Ama a Hekura. Possiamo solo ringraziarlo per aver documentato con un buon equilibrio tra distanza e coinvolgimento un mondo che con la crescente modernizzazione e commercializzazione delle figure tradizionali rischiava di rimanere nascosto ai margini del Giappone moderno.

Quello che credo tutti noi, amanti degli anime e non, possiamo augurarci per il futuro è che le reali “sirene” delle leggende non soccombano mai del tutto alla realtà pop del Giappone di oggi e anzi trovino un proprio posto in questo variegato ecosistema.

 

 

Bibliografia:

  • Maraini F., 2012, L’incanto delle donne del mare, Giunti, Lugano
  • Maraini F., 1964, L’isola delle pescatrici, Leonardo da Vinci editore, Roma
  • Maraini F., 2008, Ore Giapponesi, Corbaccio, Milano

Sitografia:

  • https://d.repubblica.it/attualita/2016/05/26/news/giappone_donne_pescatrici_antica_tradizione_ama_fondo_del_mare-3101690/?refresh_ce