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Airpod e Stalinismo di mercato, cosa può dirci M. Fisher

Come le Public Relations sciolgono dinnanzi a noi tutto quello che è solido 
Premessa 

Per un antropologo contemporaneo, immerso costantemente nelle moltitudini e nei flussi di una globalizzazione sempre più dirompente, è cruciale capire cosa sia Reale e cosa non lo sia. Ma ancora più fondamentale è captare e analizzare gli effetti di quello che Mark Fisher chiama «Realismo Capitalista» (Fisher, 2008), per poter avere chiaro il quadro di dinamiche economico-sociali che possono interessarci anche in maniera diretta.

Il periodo festivo natalizio sotto questo punto di vista può rivelarsi, ad un occhio esperto come quello di uno studioso di scienze sociali, una vera e propria fucina culturale. Un evento religioso di grande importanza presente in più culture che a prescindere dalla propria collocazione geografica si lega alla sfera economica (e di conseguenza macroeconomica) ha prodotto dei veri e propri “appuntamenti universali” con la cultura del consumo; ed è in questa sovrapposizione di sfere che viene sancita la nascita del “Black Friday” o del “Cyber Monday”: due giornate in cui i prezzi di beni a largo consumo e non, vengono letteralmente abbattuti.

È importante ribadire che queste due giornate si manifestano tanto in spazi virtuali come Amazon, Asos, etc … tanto quanto in spazi reali, come ad esempio le grosse catene di distribuzione, i famosi «non-luoghi», giusto per citare un peso massimo quale Marc Augé (Augé 1992). Chiaramente l’effetto principale di questa trovata di marketing universale è la frenesia di consumo, di acquisto, ormai visibile a chiunque.  Ma qual è il vero motore di questi appuntamenti di consumo globale? La risposta è molto semplice quanto complessi sono i suoi effetti: le Public Relations, inteso come l’intero pacchetto di “sforzi” pubblicitari o propagandistici che un’azienda o un’istituzione è ormai costretta a sostenere. 

 

Il caso di AirPod 

A chi non è capitato di notare, provare e/o talvolta comprare il capolavoro del progresso tecnologico chiamato AirPod? Una delle ultime “techno-trovate” targata Apple inc. L’oggetto in , due cuffie wireless dotate di connessione bluetooth, si presentano come l’aprifila di un futuro wireless, un’epoca in qui i vecchi e ingombranti fili e prese saranno solo un nostalgico ricordo vintage, un po’ come quando ci ritroviamo davanti ad una segreteria telefonica oppure un cerca persone. Ma questo prodotto, più che palesarsi come l’ancella di un futuro tanto semplice quanto iperconnesso, non è altro che un mero presagio.

 

 

Prendiamo ad esempio gli elementi di fabbricazione di AirPod: carbonio, cloro, zolfo, tungsteno, tantalio, litio e cobalto. Materiali che danno vita ad una complessa opera di ingegneria elettronica alimentata a batteria agli ioni di litio, caratteristica che impedisce ad AirPod di poter essere smaltite (la batteria potrebbe incendiarsi se utilizzato un pressa rifiuto, oltre al fatto che non esiste un modo sicuro per separare le batterie dall’involucro), ma soprattutto esse smettono di mantenere la carica dopo soli diciotto mesi, svanendo così in un’obsolescenza programmata precoce ma soprattutto -assolutamente- non eco sostenibile. 

 

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Fisher

 

 

Ma allora perché, essendo di dominio pubblico, queste informazioni non desistono il consumatore medio a non ingrossare le tasche della prima multinazionale ad aver raggiunto il traguardo di mille miliardi come valore azionario? Ancora una volta ci troviamo di fronte alla risposta sopracitata: Public Relations. Ma questa volta riusciamo a individuarci un fenomeno quantomai fondamentale e onnipresente nella società postfordista, ciò che Fisher battezza con il nome di «Stalinismo di Mercato» (Fisher, 2008). L’etimologia di questo ossimoro va ricercata in un evento/esempio storico, proprio nell’Unione Sovietica sotto il controllo di Stalin, raccontato da Bernam. Quando nel 1931 venne pianificato la costruzione di un imponente canale commerciale che unisse il Mar Bianco con il Mar Baltico, la stragrande maggioranza degli sforzi venne dirottata verso le varie campagne di propaganda, finendo per minare la qualità del suddetto canale.

Quando poi nel 1933 fu ultimata l’opera, il canale non fu in grado di trasportare le pesanti navi commerciali, ma bastò per un’imbarcazione piena di giornalisti e cronisti, che decantarono all’unisono la grandezza dell’opera. Fu un vero e proprio trionfo pubblicitario, ma l’altra faccia della medaglia mostra (o nasconde) una tragedia sociale ed economica. È chiaro che «uno dei tratti distintivi dello Stalinismo di Mercato» continua Fisher, è che «viene messo più impegno nell’assicurarsi che i servizi/prodotti vengano rappresentati correttamente che nell’effettivo miglioramento dei servizi/prodotti stessi» (Fisher, 2019: pp 92).

 

Fisher

 

L’elemento complementare: il “Grande Altro” 

Se si interiorizza questa nozione in maniera assiomatica, è naturale accorgersi di come, nel tardo capitalismo, l’elemento dotato di forza autonoma sono le immagini e la loro comunicazione. Quindi nel mercato azionario è ovvio che non è il prodotto/servizio in sé a generare valore, ma la fiducia o sensazioni che riguardano le performance future del suddetto. Ed è questo il mirabolante effetto delle Public Relations: quello di corrodere costantemente e ripetutamente ciò che è reale, ciò che è solido.

Arrivati fin qui viene spontaneo domandarci: quale meccanismo intrinseco permetterebbe tutto ciò? La risposta ci viene data da un’altra figura monumentale del calibro di Žižek, con la sua rielaborazione del concetto lacaniano di “Grande Altro“. Possiamo descriverlo brevemente come «la finzione collettiva assieme alla struttura simbolica presupposta di ogni campo sociale» (Žižek 1995), della quale possiamo analizzare solo le sue controfigure, perché nel momento in cui cominciamo a ricercare il “Grande Altro” esso sparisce. Altra grande peculiarità del “Grande Altro” è che non conosce tutto, permettendo così alle Public Relations di operare, essendo assopito in un’ignoranza costitutiva. Per essere concisi possiamo paragonare il “Grande Altro” con «il consumatore che usufruisce delle P.R. e della propaganda, una figura virtuale alla quale viene chiesto di credere anche quando nessun individuo potrebbe credere davvero» (Fisher, 2008).

Ed ecco così spiegato il motivo della funzionalità dello “Stalinismo di Mercato”, esso comporta (tramite le Public Relations) l’entrata in campo del “Grande Altro”, un meccanismo complesso,certo, ma una volta appreso in tutti i suoi aspetti si riesce a scorgere una certa infallibilità.

 

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Oltre l’economico 

È chiaro dunque come Apple inc. possa permettersi di creare prodotti simili, composti da materiali discutibili e programmati all’obsolescenza precoce: attraverso i milioni di dollari che ogni anno vengono spesi per trovate pubblicitarie e strategie di marketing da parte del colosso della tecnologia.

Ma cosa succede se spostiamo il metodo di analisi da aree economiche a aree istituzionali come la sanità o l’istruzione? Sfortunatamente la risposta non cambia, lo “Stalinismo di mercato” si insinua e infetta ormai qualsiasi contesto sociale, producendo effetti sempre sgradevoli. Prendiamo il caso dell’ istruzione (sia pubblica che privata) e poniamoci la seguente domanda: gli studenti sono un prodotto di un servizio o ne sono i consumatori? Verrebbe da dire (ingenuamente) che ne sono il prodotto, ma quando ci si accorge di tutta l’enfasi posta nel valutare la prestazione del lavoro (degli insegnanti) che ricade inesorabilmente sullo studio (degli studenti) e sulla qualità di quest’ultimo, le carte in tavola cambiano. «… Si produce un cortocircuito: il lavoro viene predisposto alla produzione e alla manipolazione proprio di quelle rappresentazioni, anziché attrezzato per gli obbiettivi ufficiali del lavoro vero e proprio» (Fisher 2008), nient’altro che un attaccamento morboso ai simboli dei traguardi raggiunti. Una situazione esemplificata può essere dare un premio (da parte dell’organizzazione scolastica) allo studente con la media de voti più alta, invece di soffermarsi sul divario che esiste con gli studenti con la media più bassa (e di conseguenza intervenire).

 

Fisher

 

 

È dunque possibile sfuggire a questi meccanismi? Esiste un’uscita di emergenza? Esiste un’alternativa a questo sistema economico così standardizzato nella sua più sfrenata libertà? Le risposte a questi quesiti sono tutte affermative; si, è possibile, ma l’Alternativa non cadrà dall’alto, non verrà servita su un piatto d’argento. È la sfida del terzo millennio, in cui tutti (eccezion fatta per nessuno) sono chiamati a parteciparvici affinché non vengano più costruiti canali fluviali pressoché scadenti per mera propaganda di noi stessi.

 

 

Bibliografia: 

  • Fisher M., 2019, Realismo Capitalista, Roma, NERO (ed. or. 2009, Capitalism Realism: Is There No Alternatives?, Zero Books) 
  • Žižek S., 1999, Il Grande Altro, Feltrinelli (ed. or. 1995, The Big Other doesn’t exist)
  • Augé M., 1996, Nonluoghi. Introduzione a una antropologia della surmodernità (ed. or. 1992 Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité)

Sitografia:

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