Agricoltura biodinamica: forze di opposizione, oltre che cosmiche?

«Nel corso dell’era materialistica è stato completamente dimenticato quel che è necessario sapere per prendersi cura della natura.»

Questo più  che un articolo è una serie di riflessioni, da cui spero ne scaturiscano delle altre.

 

Che cos’è l’agricoltura biodinamica?

E’ un campo interessante di spunti, per una nuova idea di natura e di umanità direi.

Ma forse sarebbe utile spiegare per prima cosa sia il concetto di attività agricola, intesa come trasformazione antropica di un ecosistema naturale in un agrosistema, che garantisce la produzione di beni alimentari diversi da quelli ottenibili dalla raccolta di frutti spontanei.

Questa scelta produttiva del cibo è strettamente correlata a delle forme di aggregazione sociale, che si declinano a seconda del contesto.

L’agricoltura biodinamica con la sua ideologia sarà la protagonista del mio articolo, scortata, per così dire, da due personaggi secondari, ma a mio parere importanti per capire lo stato di cose attuali: l’ambientalismo (o ecologismo politico) e l’ industria produttiva (con la sua ideologia predatoria nei confronti del pianeta). Naturalmente le mie sono solo categorie  ideali, e mi servirò solo di alcuni aspetti di esse.

L’agricoltura biodinamica nasce circa negli anni venti, quando due giovani naturalisti dalla cultura eclettica si lasciano affascinare dalle teorie pionieristiche di un personaggio singolare e complesso, Rudolf Steiner.

Steiner è considerato il padre dell’ antroposofia, fu chiamato mistico, anche se la sua fu una personalità decisamente troppo sfaccettata e multiforme per essere conchiusa in poche parole. Il suo contributo tuttavia è apprezzato in vari campi, da quello pedagogico a quello medico, artistico ed infine agricolo. Una scienza dello spirito, e quindi di presenze spirituali di regioni sovrasensibili e dunque sfuggenti ai miopi strumenti scientifici (che osserverebbero soltanto il lato “morto” della materia) è la base delle riflessioni di Steiner.

 

 

agricoltura
Seppellimento di corni denominati preparato 500 o corno-letame

 

 

I giovani naturalisti sono ansiosi di sapere se questi principi spirituali siano applicabili alla produzione agricola. Come i processi e i ritmi della vita intesa come sistema permeabile, percettivo e comunicativo nel suo tutto ambientale possono essere usati con coscienza dall’uomo?

Il celebre Corso di agricoltura tenuto da Steiner negli anni venti, in otto avanguardistiche conferenze sono considerate il principio del diffondersi delle pratiche e delle idee riguardo ad una nuova esperienza di agricoltura, e dunque di rapporto con la terra e le sue creature : nasceva l agricoltura biologico/biodinamica.

“Biodinamica” sta ad intendere grosso modo il concetto di energie vitali, mobili, denominate forze formatrici eteriche, classificabili in terrestri e cosmiche.

Alla base del miracolo della vita, come anche la scienza afferma, ci sarebbe un principio di cooperazione tra suolo, acqua, irradiazione solare, fasi lunari, vita animale e vegetale. L’uomo, il fattore, il contadino, è un essere creativo, e può entrare nelle fila di questo sistema vivo e dal suo piccolo influenzarlo, facendone parte dunque rispettando le sue leggi. E dunque un linguaggio magico/mimetico quello che Steiner ipotizza, e che con gli anni si formalizza.

Il lato conosciuto come esoterico della biodinamica prevede delle pratiche rituali di attivo intervento sul suolo, come il seppellimento rituale di corni riempiti con sterco di vacca, composizione di preparati e composti magici che risveglierebbero forze di germinazione legate ai movimenti cosmici.

Attingendo dal bagaglio culturale preindustruiale della rotazione delle colture , i campi vengono valorizzati cambiando il tipo di pianta messa coltura. I fertilizzanti chimici sono banditi e demonizzati come estranei ai principi della vita, perché da essa non provengono e ad essa non portano.

 

Agricoltura biodinamica: dalla culla alla culla

Goleman parlerà di questo approccio come un ciclo “dalla culla alla culla”, o più prosaicamente, l’idea che dal suolo proveniamo e al suolo dovremmo tornare puliti, ma il problema è che vi ritorniamo intossicandolo.

La cosmologia del mondo della biodinamica prevede che la fattoria sia un crocevia di potenze terrestri e cosmiche , un nodo energetico, che dovrebbe mirare all’autosufficenza e alla convivenza armonica di tutte le sue parti.

Ogni essere vivente ha un suo ruolo, uomo compreso. Questo senso di affiliazione porta inevitabilmente ad un senso di rispetto, e non credo di esagerare parlando addirittura di affetto.

Questa affiliazione al tutto è impersonale, trascendente e materiale al tempo stesso, è un esperienza. La natura stessa è un campo di esperienze estetiche, percettive, comunicative. E unita a tutto questo la produzione, frutto del lavoro dell uomo.

«Lavorare per la natura e non contro significa anche lasciare spazio a gesti agricoli che facciano esprimere appieno l’organismo agricolo nella sua interezza e significa soprattutto mettersi in ascolto con umiltà.»

questo afferma Steiner nelle sue lezioni.

 

 

agricoltura

 

 

Per non essere fraintesi spiegherò che quella della produzione biodinamica è una realtà che non ha potuto fare a meno di esser inglobata nel mercato, dove anzi ha conquistato una sua nicchia non priva di esclusività. Per le mie riflessioni mi appoggio unicamente alla base ideologica, in cui non escludo contraddizioni e atteggiamenti che a prima vista potrebbero sembrare poco coerenti. Ma si deve tenere presente lo sfondo economico dietro la produttività umana.

Sempre Goleman ci parlerà di intelligenza ecologica, alla base della quale è sottesa una empatia per la vita nella sua totalità.

Mio scopo è dunque parlare dei diversi approcci comportamentali e diverse visioni del mondo e di umanità che possono scaturire dalla percezione di una situazione critica a livello ambientale. Qui introduco il concetto di pericolo. E dubitabile pensare che negli anni venti il discorso sulla questione ambientale fosse chissà quanto percepito.

Ma ora potrebbe essere un nuovo incentivo ed anzi un big bang di idee nuove, inedite, irriducibili allo stato delle cose attuali. Qualcuno nel mare magnum dei gruppi che si riconoscono come verdi, ecologisti, alternativi, usa davvero linguaggi potenzialmente antagonistici nei confronti dell ideologia dominante di mercato?

Il tipo di approccio alla vita, alla natura intesa come termine ampio, che racchiude esperienze molteplici  di connessione e affiliazione, implica linguaggi e pratiche materiali che hanno in se del potenziale più o meno rivoluzionario. Rivoluzionario nel senso di potenzialmente e radicalmente alternativo al modello di pensiero dominante (ma lo è davvero?) quello che vede la natura come un serbatoio di beni da sfruttare fino ad esaurimento scorte (…e poi?)

 

 

Agricoltura e ambientalismo

Introduco ora il secondo personaggio, o modello, quello del fenomeno dell’ambientalismo, e per farlo approfitterò della storia italiana percorsa a grandi linee. Guardare con approccio storiografico ci fa capire che nella storia moderna nessuna società umana è definibile come ecologicamente innocente.

Per dare un immagine fatta con l’accetta, si può dire che l’ambientalismo può essere considerato un atteggiamento che sottende l’impegno politico per la difesa dell’ambiente inteso come area in cui si svolge la vita in tutte le sue declinazioni, percepito come fondamentale nella formazione e nello sviluppo della personalità e nel comportamento.

In genere si prefigge la salvaguardia dell’equilibrio naturale, e in ciò è implicito, imperante e fondamentale, il concetto di percezione del rischio, del pericolo e dell’urgenza.

Affonda le sue radici nel fermento della sinistra libertaria degli anni Settanta, dove le questioni dell’inquinamento, del degrado ambientale e dello sfruttamento delle risorse emergono, anche legate ad una nuova concezione di individuo. Esso vive, dal punto di vista delle pratiche, della prassi della militanza politica, della propaganda e della alfabetizzazione ad un’idea del mondo inteso come casa, e ora più che mai come unica casa che ci rimane per il futuro.

Quello dell’ambientalismo è un fenomeno multisfaccettato, e ogni gruppo ambientalista o che radica la propria identità cementandola con etica ambientale, o con enviromental justice, usa una dialettica più o meno particolare.

In italia il miracolo economico postbellico provocò una eccezionale pressione sulle risorse ambientali. Si verificò un importante consumo di suolo, e la carrying capacity dei sistemi agricoli aumentò. Fu possibile produrre quantità di alimenti in quantità fino ad allora inimmaginabili, e la desiderabilità di un modello socioeconomico che presentava se stesso come il messia dell’abbondanza fu calorosamente accettato. C’era più cibo, più bello, più economico, per più gente. La maggior parte delle fattorie fu installata al Nord, dove c’è anche un buon numero di fattorie biodinamiche a gestione familiare.

 

Agricoltura e consumismo

L’ambientalismo italiano, o meglio l’ecologismo politico, vede negli anni Ottanta un fecondo periodo di mobilitazione, tuttavia non spicca per una predisposizione particolare nel praticare stili di vita alternativi a quello consumistico.

Il discorso ambientalista più radicale era stato concepito come in grado di proporre una “nuova cosmologia”, con una dialettica propria e oppositiva. C’è chi parlò di professionalizzazione della protesta. Il fatto fu però che dal punto di vista politico tutti i cosiddetti partiti verdi non crearono le condizioni per una rivoluzione societaria che vedesse la questione ambientale come parte dell’esecutivo.

Quello che secondo alcuni avvenne fu una istituzionalizzazione del movimento ambientalista, ovvero l’assorbimento della sua dialettica, della sua visione del mondo in quella del sistema socio-economico dominante.

Le forze di pressione e di protesta vengono depotenziate, e la parte più militante viene sostituita con forme di pressione non conflittuali, come ad esempio la pratica del volontariato, della mobilitazione dell’opinione pubblica…Non è mia intenzione mettere sullo stesso piano la sfera produttivo/ideologica con quella politico/ideologica di ciò che io identifico come un sentimento che guarda al mondo e alla terra con empatia, se non per suggerire un diverso approccio al problema di un ecosistema sofferente.

Il terzo soggetto che tirerò in questione sarà naturalmente la società consumistica ed energivora, il cui progresso è legato a filo doppio a quella che Goleman chiamerebbe una ecomiopia che potrebbe costarci cara.

Non essendo più l’epoca in cui si facevano orecchie da mercante a questioni come l’impronta ecologica delle industrie, molte aziende di prodotti alimentari e non, tentano di aggirare il problema. Non tutti sono disposti a virare verso il verde… e il termine ecocompatibile non dovrebbe mai essere utilizzato perché nessun oggetto della produzione meccanizzata è in grado di rispettare il principio ciclico ” dalla culla alla culla”.

Tra i tristemente noti fenomeni di linguaggio industriale (la cui capacità manipolativa è quasi ammirevole) c’è la pratica del greenwashing, che prevede un marketing ecologico di facciata. In termini semplici, prevalentemente attraverso attività di comunicazione pubblicitaria, si modifica la reputazione di un prodotto che ci viene presentato come verde, bio, eco…senza incidere realmente sulla sostenibilità ambientale dei processi produttivi.

All’etichetta bio ed ad un packaging che ispira un’ambientazione bucolica noi associamo decisioni che ci fanno sentire eticamente corretti. Si sposa perfettamente (ma in totale malafede) il lato individualistico auspicato dall’ecologismo stesso: fai anche tu la tua parte, anche i piccoli gesti contano…

 

 

Per tornare all’inizio della questione dunque: tre ambiti, tre linguaggi differenti.

E’ possibile concepire la natura – e quindi l’uomo – in maniera alternativa a quella proposta (e imposta) dal mercato? L’agricoltura biodinamica, anche se integrata economicamente nei mercati mondiali, può fare almeno teoricamente opposizione?

Goleman ci dice che il verde è un processo, non uno status: dobbiamo imparare a pensare verde come ad un verbo, un azione, non come ad un aggettivo contrabbandato sugli scaffali dei supermercati.

E questa la scaturigine dell’intelligenza ecologica, un sistema di pensiero e valori che sarebbe ora facessimo nostro, sia dal punto di vista individuale (il discorso di fare ognuno la propria parte è davvero vitale), sia e soprattutto istituzionale. Il discorso antroposofico riguardo al posto dell’uomo in quanto specie sulla Terra  dovrebbe essere qualcosa che taglia trasversalmente lo spettro politico, trascenda le fratture di partiti, di destra e sinistra di orgogliose miopie nazionali.

Non rispondo in maniera assertiva riguardo al ruolo che il sistema di pensiero magico/mimetico/produttivo dell’agricoltura biodinamica possa avere, quindi temo che questo articolo nato da una domanda termini con un groviglio di domande.

Goleman, più pragmaticamente di me ci lascia un utile e fruibile spunto:

1-  Conosci i tuoi impatti

2- Favorisci i miglioramenti

3- Condividi ciò che hai appreso

Per concludere citando un accanito difensore del cambiamento:

«La vita intesa come fine è qualitativamente diversa della vita intesa come mezzo.»

 

 

Bibliografia:

  • Corona, Malanima 2012, Economia e ambiente in Italia dall’Unità ad oggi. Milano, Mondadori
  • Diani, Della Porta, 2004, Movimenti senza protesta? Ambientalismo in Italia. Bologna, Il Mulino
  • Goleman D. 2009, Intelligenza ecologica. Bologna, Rizzoli

 

Sitografia:

  • https:// www.glossariomarketing.it
  • https://aggiornamentisociali.it
  • https://it.wikipedia.org

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