fbpx

Affrontare L’Abisso: Made in Abyss e la narrativa dell’Infinito

È possibile parlare dell’Orrore attraverso gli occhi di due bambini? È possibile affrontare la crudeltà della vita partendo dalla curiosità e dall’avventura? Made in Abyss non solo risponde con un chiaro “Certo!” a queste domande ma sembra anche voglia aggiungere: “Vi è forse un altro modo?”.

Il manga di Akihito Tsukushi, adattato successivamente in anime con la regia di Masayuki Kojima, è un seinen1Termine giapponese che indica gli adulti, o per quanto riguarda i manga, un pubblico di ragazzi che va da i venti ai trent’anni. in cui fantasy, avventura e horror si mischiano con una lentezza ammaliante nella quale ci si ritrova appassionati e desiderosi di continuarne la storia.

Oltre essere una delle migliori storie che ho avuto il piacere di incontrare negli ultimi anni, Made in Abyss ha una narrativa estremamente particolare per quanto riguarda la figura dell’Abisso. Che cosa può dirci quindi, un fumetto giapponese rispetto a tematiche come la costante ricerca dell’essere umano in qualcosa, le sue debolezze, nonché, e soprattutto, paure?

La trama

Nella città di Orth, Riko, una bambina orfana di entrambi i genitori, si dedica con curiosità e passione per poter diventare un “fischietto bianco”, la categoria di esploratori più leggendaria che esista, ai quali è possibile discendere nei livelli più profondi dell’Abisso.

L’interà cittadina infatti sorge su un isolotto nel cui centro si apre un’immensa voragine: l’Abisso appunto. Si tratta di un luogo misterioso che nasconde artefatti sempre più preziosi mano a mano in cui si scende in profondità. L’intera economia di Orth si basa infatti sul recupero e la vendita di questi oggetti.

La cittadina di Orth e l’Abisso

Ma l’Abisso è pericoloso quanto affascinante: con l’aumentare della profondità, aumentano anche i pericoli. Come se non bastasse, non solo il discendere comporta immensi rischi ma anche il tornare in superficie a causa della “maledizione dell’Abisso”: un malessere che compare nel momento della risalita e presenta sintomi in base alla profondità discesa, tra cui anche la morte dell’avventuriero.

Un luogo, insomma, dove una bambina non dovrebbe neanche muovere la propria fantasia. Ma Riko ha una curiosità genuina, al limite dell’ingenuità, come spesso possono sembrare i bambini.

La quotidianità all’orfanotrofio viene scossa da due avvenimenti principali: Riko trova uno strano ragazzino, che si scoprirà subito essere un robot, a cui darà il nome di Reg, affetto da una perdita della memoria per quanto riguarda il suo passato. Riko, estasiata, capirà come Reg provenga dall’Abisso, dai suoi livelli più profondi, e inizia a crescere in lei la voglia di affrontare la voragine.

A determinare la fuga dall’orfanotrofio e l’inizio della discesa in un viaggio senza ritorno è il secondo avvenimento: giunge in superficie una lettera da una dei fischietti bianchi più famosi e leggendari di sempre: Lysa, nonché madre di Riko, pensata ormai dispersa nell’oscure profondità. Nella lettera vi è un messaggio nel quale si legge di come stia aspettando sua figlia sul fondo dell’Abisso.

Leggi anche:  Antropologia del gioco d'azzardo: tra funzioni sociali e dipendenza.

Per Riko è tutto chiaro: deve iniziare la discesa per poter avere finalmente delle risposte su di lei e sul mondo che la circonda. Aiutata così da Reg, il quale la proteggerà dai molteplici pericoli di questa catabasi fumettistica, itraprenderà un viaggio verticale verso una destinazione ignota.

abisso
Mappa dell’Abisso conosciuto

Abisso: il discorso dell’infinito orrore

Fino a questo punto, non mi sono discostato troppo dalla storia in sé per sé, che consiglio vivamente di vivere agli appassionati e non. Vi sono però dei temi ricorrenti nella narrativa pop che ritornano ritmicamente anche in Made in Abyss. L’Ignoto fa da padrone in molti dei titoli e dinamiche proposte oggigiorno da scrittori, registi e fumettisti.

È interessante affrontare la tematica prendendo in considerazione da due capisaldi della letteratura del ‘900: Howard Phillips Lovecraft e Jorge Luis Borges.  A un primo sguardo, potrebbero sembrare elementi completamente slegati gli uni dagli altri, ma credo fermamente che vi sia un profondo filo rosso che li collega ad opere moderne insieme ad altri grandi scrittori (E. A. Poe e S. King primi tra tutti).

Partendo dal “solitario di Providence”2Appellativo con cui spesso viene ricordato Lovecraft, Lovecraft ha visto un’ondata di popolarità investire i suoi scritti e la sua cosmologia letteraria solo in epoche recenti, cosa che avrebbe fatto sicuramente comodo all’autore prima della sua dipartita.3Lovecraft visse infatti l’ultima parte della sua vita in povertà, cercando di vendere i propri racconti a riviste per racimolare qualche soldo. La sua eredità ha divampato nel cuore di molti lettori e non, tanto che oggi le sue idee sono anche trasposte in film e videogiochi.

Il tema fondamentale tuttavia rimane immutato: il sinolo tra paura e conoscenza e di come questi due elementi siano estremamente interrelati. In un universo nato dal sogno di un dio comatoso, i Grandi Antichi si aggirano con fare disinteressato tra le stelle, vedendo gli esseri umani come formiche fastidiose. Questi ultimi tuttavia, mossi da una curiosità insaziabile entrano in contatto con tali entità acquisendo delle conoscenze inimaggianbili e proprio questo sapere, li porta alla follia.

Potremmo quindi parafrasare l’abusatissima frase del poeta W. Blake:

Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito.

Nell’infinito Abisso della conoscenza Lovecraft pone l’orrore più genuino e semplice che possa esistere. Da questa semplicità alienante prende forma una paura paralizzante, come il “biancore” di Moby Dick nel celeberrimo libro di Melville.

Nel caso del secondo autore, invece, la situazione è leggermente diversa. Borges infatti, non si può collocare tra gli scaffali di libri horror o di avventura con semplicità. Lo scrittore di origini argentine infatti, si diverte spesso a giocare con la stessa concezione di “infinito”, tanto che il lettore è destinato a stare alle sue regole e cercare di decifrare il codice metanarrativo dettato da una tale scelta stilistica.

Leggi anche:  Domande a cavallo di Manifesta12: tra élites e gentrificazione

Prendere a esempio un racconto ci aiuterebbe senz’altro ad analizzare meglio quanto affermato. Ne La biblioteca di Babele, Borges descrive una strana struttura verticale costruita su più piani (infiniti piani), nei quali sono posizionati diversi scaffali riempiti di libri (infiniti libri). In ogni libro si ripetono una serie di venticinque caratteri con conbinazioni infinite.

Gli uomini che percorrono la biblioteca sono alla ricerca del proprio libro, senza però avere davvero la certezza di riuscire a trovarlo. Vi si può leggere quindi una metafora della condizione umana.

Da questo racconto si può anche cogliere una certa ansia esistenziale dettata da una ricerca impossibile, ansia che si impone sul lettore come inevitabile e incrollabile tanto che sembra più un costante rumore di sottofondo.

La discesa finale

Per concludere, vorrei proporre un’ultima storia breve che si colloca perfettamente come perno tra gli autori citati e Made  in Abyss. The enigma of Amigara Fault è un brevissimo racconto a fumetti del maestro dell’orrore giapponese Junji Ito.

A seguito di un terremoto in una regione non specificata del Giappone, si apre una voragine su un lato di una montagna. Qualche  tempo dopo all’interno di questa voragine vengono scoperti dei buchi dalla silhouette umana; sulle prime sembra solo un fenomeno curioso ma la storia prende una svolta inquietante quando ci si accorge che le persone riconoscono il “proprio buco”, sentendone l’irrefrenabile impulso di dovervi entrare. Si tratta di una pulsione ossessiva che non può essere vinta e che spinge gli esseri umani verso un destino orribile.

abisso

Akihito Tsukushi raccoglie anche questa tradizione narrativa e la mescola ad immagini spettacolari e piene di coliri luminosi, in contrapposizione con gli avvenimenti o gli ambineti. Con un tale contrasto, viene messa in luce una delle grandi tematiche che muove l’essere umano: la curiosità verso l’ignoto. Egli ha sempre cercato di starne sui margini, cercando di non esservi risucchiato ma sentendo la costante chiamata dell’Abisso nel contempo. 

Questa pulsione, questo richiamo, è presente dentro ognuno di noi, costante e inarrestabile. Il termine freudiano di angst, che indica un’insicurezza per quel che riguarda il proprio universo interiore, potrebbe essere uno strumento utile per chiudere questa breve analisi narrativa.

L’uomo ha sempre avuto bisogno di sfogare questa paura interiore e continuerà a farlo fino a quando questa danza tra il finito e l’infinito continuerà.

Avremo tuttavia il coraggio per spingere il nostro sguardo verso le profondità più recondite della mente umana?