Adattabilità ambientale, prerogativa umana?

Riflessioni sul ruolo dell’antropologia in un processo di de-antropocentrizzazione.

Ad oggi la popolazione umana mondiale è di circa 7,5 miliardi [1] e, sebbene abiti una porzione ancora limitata della superficie terrestre, gli ambienti che ha colonizzato presentano una notevole differenziazione e il territorio su cui esercita la propria influenza risulta molto vasto.

Popolazione umana, distribuzione nel mondo (da Wikipedia)

Uno studio, che all’epoca portò alla prima realizzazione di una mappa delle tracce dell’uomo sulla superficie terrestre, presenta numeri molto elevati,  si parla infatti dell’83% di superficie terrestre interessata dalle attività dell’uomo. [2]

Mappa dell’influenza umana, aggiornata al 2008
(da researchgate.net)

Nel corso della sua storia l’uomo si è dimostrato capace di adattarsi ad ambienti molto diversi, secondo modalità differenti. In base alle caratteristiche morfologiche e climatiche dell’ambiente gli esseri umani possono, ad esempio, adottare uno stile di vita nomade o sedentario – o anche una via di mezzo.

Il grado di adattabilità e le modalità della stessa dipendono non solo dalle caratteristiche dell’ambiente in cui l’essere umano si ritrova a vivere, ma anche dal modo in cui esso risponde agli stimoli che la natura gli fornisce.
Queste risposte sono culturali: dipendono dal contesto in cui l’uomo vive, dalla società in cui è inserito, dalla Weltanschauung [3] che condivide.

“Noi tutti veniamo al mondo con l’equipaggiamento naturale adatto per vivere mille tipi di vita, ma finiamo con l’averne vissuta una sola.” [4]

La capacità di fornire risposte culturali agli stimoli dell’ambiente circostante è ciò che, dopotutto, ha permesso al genere Homo Sapiens di emergere tra le altre specie di ominidi e di imporsi nel processo evolutivo, compiendo, per così dire, un passo lungo milioni di anni dal modo di vita genetico verso il modo di vita culturale.

Grazie a questo passo, la gamma di risposte adattative è aumentata esponenzialmente, permettendo all’uomo in tempi relativamente brevi di raggiungere una presenza sempre più diffusa – e in alcune zone massiccia – sul pianeta.

Dunque si può dire che oltre alle classiche definizioni di animale sociale e animale politico, l’essere umano si possa fregiare anche del titolo di animale adattabile; per quanto, infatti, sia meno specializzato dal punto di vista genetico rispetto ad altre specie, l’uomo ha una grande capacità di apprendere e una particolare duttilità.

“I castori costruiscono dighe, gli uccelli nidi, le api localizzano il cibo, i babbuini organizzano gruppi sociali e i topi si accoppiano sulla base di forme di apprendimento che poggiano prevalentemente sulle istruzioni racchiuse in codice nei loro geni […] gli uomini costruiscono dighe o rifugi, localizzano il cibo, organizzano i loro gruppi sociali o trovano partner sociali sotto la guida di […] strutture concettuali che modellano talenti informi.” [5]

L’animale più incompleto di tutti, dunque, eppure quello che è riuscito a imporsi come specie più popolosa e diffusa sul pianeta; l’unico, del resto, capace di produrre e riprodurre cultura e quindi in grado di lasciare segni visibili a testimonianza della propria presenza sulla Terra.

Foto dallo spazio (di Paolo Nespoli, da Wired)

Di qui tutta la narrazione che si sviluppa attorno all’essere umano come figura dominante, come possessore – o meno – del pianeta, e il rischio di concepire passato e futuro in connessione con la presenza umana, comprimendo l’immenso tempo geologico alla breve vicenda dell’uomo sulla Terra.

Il rischio che si corre, dunque, è quello di appiattire la vita sul pianeta alla vita umana su di esso. Scomparso l’uomo cosa ci sarà? Prima che comparisse l’uomo cosa c’era? La vita esisterà ancora? La vita è stata mai prima d’ora a rischio?

Questo atteggiamento è figlio di una lunga storia di antropomorfizzazione non solo dell’ambiente che ci circonda, ma anche della visione dello stesso. Visione che d’altronde spesso ha spinto l’uomo a percepirsi come centro. Tuttavia sembra impossibile pensare in maniera non-umana, dal momento che siamo irrimediabilmente esseri umani.

Eppure è utile cercare di allargare i nostri orizzonti, come antropologi in primis, e come esseri umani in generale. E allargare le nostre vedute non solamente nei confronti di altre culture, come secoli di viaggi e decenni di antropologia ci hanno insegnato, ma anche nei confronti di ciò che sconfina dall’umano. Muovere i primi passi verso un nuovo tipo di pensiero dai tratti de-antropocentrizzati, post-umanistici. [6]

L’operazione che si potrebbe compiere consiste nell’analizzare ciò che consideriamo prerogativa dell’essere umano e aprirci al confronto con ciò che umano non è, per verificare se veramente è qualcosa che contraddistingue esclusivamente la nostra specie. Qualcosa di ardito. Un tentativo di problematizzare l’antropocentrismo, come nel corso del Novecento l’antropologia ha problematizzato l’eurocentrismo.

Per compiere un primo passo in tale direzione si può famigliarizzare con il tardigrada, un animale microscopico in grado di sorprenderci non poco. Esso infatti dimostra di avere delle capacità di adattamento molto superiori a quelle umane – e senza l’ausilio della cultura – essendo capace di vivere in ambienti per noi proibitivi e in situazioni estreme. [7]

Il tardigrada non solo eguaglia – anzi supera – l’essere umano in quanto a distribuzione – è presente in tutti e sei i continenti – ma dimostra possibilità adattative e una longevità di molto superiori. Esso infatti è presente da molto più tempo dell’uomo sulla Terra – si conoscono fossili risalenti al Cambriano e al Cretaceo – e per di più dimostra di avere tutte le carte in regola per sopravvivere all’uomo. Un esempio: un tardigrada è in grado di sopravvivere decine di anni in condizioni di totale disidratazione. [8]

Tutto questo potrebbe essere un buono stimolo per riflettere sul fatto che l’essere umano per quanto possa essere misura di tutte le cose, non è l’unico a presentare determinate caratteristiche e non è l’unico centro e l’unico punto di vista possibile, per quanto – come ho già detto – sia ad oggi impossibile assumere appieno il punto di vista di qualcosa che non sia umano.

Tuttavia possiamo scendere a patti con questa limitazione e trovare negli spunti che il mondo ci offre, anche al di fuori della nostra specie, un modo per arricchire la nostra esperienza di esso e di noi stessi.

In tal modo potremmo arrivare a considerarci parte della suddetta, ipotizzata post-umanità, qualcosa che scardini alla base una visione prettamente antropocentrica e ci permetta, inoltre, di concepirci come uno dei tanti episodi che scandiscono le successioni geologiche, su cui non abbiamo, in ultima analisi, alcun potere.

Certo, siamo in grado di accelerarne alcuni processi – esempio lampante è il surriscaldamento globale – rompendo equilibri millenari, ma le trasformazioni geologiche continueranno a succedersi dopo di noi, così come accadeva prima di noi.

Tuttavia, seppure il tardigrada ci scalzi dal nostro primato di adattabilità, non ci svincola dai nostri doveri rispetto al frammento del tempo geologico in cui ci troviamo. Proprio come membri di una post-umanità dovremmo prenderci cura dei nostri simili, che con noi condividono il tempo e il luogo, ma non le modalità.

Il filosofo Hans Jonas a suo tempo elaborò un’etica della responsabilità. Una responsabilità verso i propri simili, verso le generazioni future. Se ci concepissimo membri di una comunità post-umana, non sarebbe errato estendere questo senso di responsabilità verso i nostri simili non-umani, post-umani.

Una diversa, nuova consapevolezza che ci permetta di rimediare per tempo ad interventi antropici che, se su scala geologica risultano poco rilevanti, potrebbero condurre alla sesta estinzione di massa della storia. [9]

L’uomo, dal punto di vista geologico, corre il rischio di diventare il meteorite della propria era. Il suo vantaggio è che ne è consapevole e ha una possibilità di azione che nessun altro possiede, proprio in virtù del fatto che è in grado di replicare alle condizioni di crisi ecologica con nuove scoperte e forme di adattamento.

Detto tutto ciò, la domanda impellente è questa: l’antropologia può ritagliarsi uno spazio in queste riflessioni?
Essendo la scienza che studia l’uomo per antonomasia, la risposta potrebbe essere affermativa. Secondo me è necessario che lo sia. Non solo perché l’antropologia è per natura una disciplina aperta all’altro, ma anche perché indaga l’essere umano in rapporto alla realtà circostante, e quindi, oltre che ad altri esseri umani, anche all’environment e al non-umano.

Attraverso i suoi strumenti metodologici – in primis il relativismo culturalel’antropologia può aiutarci ad adottare uno sguardo efficace su problematiche di importanza primaria come la ecosostenibilità e il rapporto uomo-ambiente, che a prima vista, invece, possono sembrare dominio di tutt’altre discipline.

Note

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/World_population
[2] https://news.nationalgeographic.com/news/2002/10/1025_021025_HumanFootprint.html
[3] Per la definizione di Weltanschauung: http://www.treccani.it/enciclopedia/weltanschauung_%28Dizionario-di-filosofia%29/
[4] C. Geertz, Interpretazione di culture, p. 59
[5] Ibidem, pp 64,65
[6] L’utilizzo del termine post-umanità è qui nel senso di un’estensione dell’idea di similarità agli esseri viventi non-umani.
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Tardigrada#Distribuzione,_habitat_ed_ecologia
[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Tardigrada#Resistenza_in_condizioni_estreme
[9] http://www.nationalgeographic.it/ambiente/2015/06/24/news/sopravviveremo_alla_sesta_estinzione_di_massa_-2667892/

Fonti

Datson, L., Mitman, G., «Introduction: The How and Why of Thinking with Animals», in Datson, L., Mitman, G., Thinking with Animals. New Perspectives on Anthropomorphism, New York, Columbia UP, 2005.
Geertz, C., Interpretazione di culture [ed. or. 1973], Bologna, Società editrice il Mulino, 1998.

Jonas, H., Il principio responsabilità, un’etica per la civiltà tecnologica [ed. or. 1979], Torino, Einaudi, 2002.
Platone, «Protagora», in Tutti gli scritti, a cura di Reale, G., Milano, Bompiani, 2001.
Turri, E., Antropologia del paesaggio [ed. or. 1974], Venezia, Marsilio Editori, 2008.

Facebook Comments

Alvise De Fraja

Sono Alvise e vengo da Mestre (chi la conosce la conosce perché c'è la stazione) e mi piacciono le parentesi. Studio Antropologia religioni e civiltà orientali a Bologna, ma non solo. Faccio tante altre cose. Sono un cultore dei viaggi a piedi e del risotto. Bastian contrario per eccellenza. Mi piace leggere i romanzi francesi di oggi e quelli russi di ieri. In ogni caso 42.

Translate »