A Natale Puoi: Tregue e Regali tra Soldati nell’Inverno 1914

Partiamo da alcuni fatti, non molto conosciuti, di quel 1914 in cui l’Europa si è prostrata dinanzi ad un bagno di sangue senza precedenti. L’invenzione di nuove armi e l’utilizzo delle trincee hanno portato, durante la Prima Guerra Mondiale, a stragi tra soldati senza fine, nonché ad un posizionamento lungo i confini che ha visto fronteggiarsi eserciti nemici a solo pochi metri di distanza. Quello che non viene raccontato, se non raramente, è di come la rivalità tra i due eserciti, in particolar modo tra soldati tedeschi e britannici/francesi sul fronte occidentale, si sia dissipata spontaneamente in occasione di alcune festività.

Parliamo in questo senso delle tregue di Natale, al plurale perché ne sono occorse varie lungo il fronte e in due anni consecutivi, 1914 e 1915. Se ne ha testimonianza in particolar modo da alcuni soldati inglesi, uno dei quali è divenuto scrittore. Henry Williamson porta la propria testimonianza su quanto accadde nel Natale 1914 più volte nel corso della sua carriera, in primo luogo con un racconto diretto della propria esperienza all’interno del volume History of the First World War  di Purnell, poi attraverso gli occhi del suo giovane protagonista, Philip Maddison, all’interno di A Chronicle of Ancient Sunlight e A Fox Under My Cloack.

 

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Lo scrittore Henry Williamson

 

And then about 11 o’clock I saw a Christmas tree going up on the German trenches. And there was a light. And we stood still and we watched this and we talked, and then a German voice began to sing a song – Heilige Nacht.1(from the German carol Stille Nacht, Heilige Nacht, or, in English, Silent Night).

 

 

And after that, somebody, ‘come over, Tommy, come over’. And we still thought it was a trap, but some of us went over at once, and they came to this barbed wire fence between us which was five strands wire … hung with empty bully beef tins to make a rattle if they came. And very soon we were exchanging gifts.2(Purnell, History of the First World War, 1966)

 

In sostanza la notte della Vigilia da una trincea all’altra, con quel poco che avevano, i soldati celebravano entrambi la festività cristiana, e hanno finito, trascinati dall’emozione, per attraversare quei pochi metri e scambiarsi regali coi nemici. Si ha traccia in questo senso anche di scambi di armi, canti e addirittura giochi condivisi tra i due schieramenti.

Un’ulteriore testimonianza da citare è quella dell’ultimo veterano inglese in vita che ricordasse l’episodio, tale Bertie Felstead, che invece assistette alla tregua dell’anno seguente, il 1915. E’ lui a riportare come il canto nella trincea nemica di “Silent Night” abbia spinto gli inglesi a rispondere con “Good King Wenceslas” e come il tutto si sia spinto fino alla disputa di una vera e propria partita di calcio, proprio lì, nel bel mezzo della terra di nessuno. Purtroppo il gioco ebbe durata breve, interrotto dopo mezz’ora da un ufficiale inglese, il quale fece notare brutalmente che erano lì per uccidere i tedeschi e non per fare amicizia.

 

 

In effetti ricordiamo che l‘anno seguente, nella battaglia a campo aperto sulla Senna, morirono circa 60,000 soldati inglesi sotto il fuoco nemico. Lo stesso Felstead venne ferito seriamente e riportato in patria in quell’occasione. Il ricordo della tregua era ormai sfumato in cenere, mentre la guerra si avviava verso la propria conclusione.

Ciò che ancora colpisce di questo episodio, come testimonia efficacemente soprattutto Williamson, è lo sconcerto dei soldati nel capire che il proprio nemico condivideva gli stessi valori per cui questi stavano combattendo, e che entrambi i fronti avevano fiducia nel fatto che Dio sarebbe stato dalla loro parte.

 

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Brano tratto da un quotidiano britannico del 1915

 

Questo ci porta a riflettere sulle implicazioni che la violenza porta con sé, e su come gli effetti di una rinnovata consapevolezza possano cambiare le carte in tavola, anche se per poco, anche soltanto per Natale. Ci porta a riflettere però anche sulla natura della violenza stessa, in particolar modo in relazione alle varie società e culture esistenti.

Anzitutto, ed è particolarmente evidente nella nostra epoca, la violenza ha un carattere strutturale. Paul Farmer la prende in esame e utilizza il termine tentando di spiegare come, indirettamente, senza alcun esecutore individuabile, all’interno di una società imperfetta e costruita sulle disuguaglianze la violenza sia un fattore che interviene automaticamente. E’ insieme una conseguenza e un attore, si colloca all’interno di una struttura che nasce per evitarla ma finisce per produrla. Ricordiamo infatti che lo Stato-nazione nasce a suo tempo per esercitare un monopolio della violenza, che è necessario per stabilire l’ordine.

 

Triangolo sui tipi di violenza di Galtung

 

 

Successivamente invece la violenza è stata analizzata in relazione al suo carattere prettamente culturale. Nel suo lavoro Johan Galtung muove dalla precedente definizione di Farmer, sostiene che più che un meccanismo a sua volta imbrigliato in una struttura la violenza ha un carattere strettamente legato ad altri fattori:

By cultural violence we mean those aspects of culture, the symbolic sphere of our existance – exemplified by religion and ideology, language and art, empirical science and formal science (logic, mathemathics)- that can be use to justify or legitimize direct or structural violence.3(Galtung,1990:291)

Ci sarebbe dunque una sovrastruttura di riferimento che influisce sulla vera e propria struttura della società, e che ha una propria codificazione della violenza. Questa finisce per imporsi e influire sulle variabili che daranno poi vita alla società. Ora, partendo da queste due definizioni, e usando l’eccezione alla regola da noi esaminata come stimolo, potremmo anche tentare di analizzare la questione e dare un nome e un volto al tipo di violenza che è stato interrotto.

Anzitutto, è facile riscontrare come l’episodio si inserisca di fatto in una sorta di struttura, che lo incornicia e lo legittima. Si tratta in particolare del rapporto tra Stati, in quel periodo storico in cui l’Europa si stava sollevando e crescendo e in cui ancora si accarezzava la possibilità di una supremazia continentale, raggiunta che fosse da una potenza piuttosto che le altre. Inevitabilmente vi è in questa contrapposizione tra strutture una comunanza di intenti, che vede la violenza come unica risolutrice. Per questioni di tradizione? Di semplicità? Di mezzi? Perché sconfitta e morte sono state associate troppo a lungo per separarle proprio ora? Ancora a queste domande non vi è risposta.

Si può anche parlare però di violenza culturale, dato che il soldato ha dietro di se un vero e proprio iperuranio pensato e creato specialmente per lui, per motivarlo e farlo sentire parte di un tutto. L’ideologia in questo senso si fonde spesso con la religione, assieme ai sentimenti di appartenenza nazionale e ad altre credenze che sono alla base del pensiero etnocentrico. Il punto di vista è solo uno e non sono ammesse alternative. Vediamo che altrimenti il quadro si spezza, come riporta lo stesso Williamson nei suoi scritti: capire che due nemici hanno le stesse ragioni per combattere finisce per creare un’enorme vuoto di significato.

 

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Ricostruzione da Illustrated London News

 

Passando ad altri autori, vorrei far notare come dall’articolo di Bacco e Austin, Becoming a Torturer, si possano tirare fuori interessanti riflessioni su come invece si diventa un soldato. Verso la conclusione dell’articolo viene stabilito che alla base delle azioni di tortura stanno principalmente tre fattori: (1) situazioni favorevoli, (2) disponibilità di materiali e (3) conoscenze. In guerra a tutto questo provvede lo Stato, e allora non solo è facile divenire soldati, ma anche la tortura diviene un’opzione accettabile. E perché mai la tortura dovrebbe sconvolgerci più dell’omicidio ufficializzato? Lo scopo si lega poi così strettamente con il mezzo attraverso cui viene attuato?

L’esperienza dei giovani soldati sul campo di battaglia di oltre cento anni fa ci dice il contrario, ma dobbiamo anche ricordarci che è stato un avvenimento isolato, strettamente legato ad una tradizione condivisa da entrambi gli eserciti, e che in conclusione il giorno successivo gli scontri sono ripresi. Questo ci fa riflettere ancora più da vicino su quelli che sono le implicazioni prettamente culturali, anche se mi sentirei di dire che queste stesse vengono portate in auge soprattutto perché motivate e accettate in una certa cornice, che è quella della struttura delle società. Comunque bisogna che un imperativo culturale venga condiviso per divenire tale, e questo porterebbe violenza strutturale e culturale quasi sullo stesso piano, dipendenti e derivanti l’una dall’altra. Del resto, come Remotti ci ricorda, così si produce la cultura: con l’accettazione dell’azione o di un pensiero da parte della collettività, che poi diviene quasi automatico e si auto-sostenta.

Ciò che i giovani, tedeschi, francesi e inglesi, condividevano sul campo di battaglia, era la fede, ma soprattutto la tradizione. Le festività del resto hanno la funzione di dividere l’anno in parti, di scandire un ritmo, e l’eternità trascorsa nelle trincee avrà senz’altro risvegliato il bisogno di far riferimento ad un orizzonte comune, cosa che poteva eventualmente costare l’interruzione della guerra, se assecondata nel modo giusto. La comunanza infatti sembra un fattore di pace, come la violenza sembra avere origine da interessi opposti che si fronteggiano.

 

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Soldati di schieramenti opposti si offrono sigarette e socializzano

 

Appadurai tenta di spiegare l’occorrenza degli etnocidi in anni recenti facendo riferimento a come la globalizzazione esasperi fattori di incertezza su larga scala, facendo incontrare le fragilità sociali con il senso di incompletezza. Si richiama in questo senso alle uccisioni di massa all’interno di Stati sovrani, dovuto principalmente al contrasto tra una chiamata all’uguaglianza nazionale in termini di ideali e credenze e la persistenza di minoranze che invece escono dal tracciato, minacciando l’integrità di un tutto che si suppone dia senso agli orizzonti del singolo.

 

 

In sostanza, la violenza emerge in questo senso come un fattore che ha il compito di ristabilire un ordine, o perlomeno di imporlo. E’ un controsenso, considerando che l’unità nazionale è nata per evitare proprio il diffondersi di violenza indiscriminata. Quello però che lo Stato ha reso possibile è stata solo un criterio attraverso il quale esercitare la violenza. Questo finisce per rendere pressoché impossibile l’eliminazione di questa dall’orizzonte di un cittadino qualsiasi. Ormai cultura e struttura cospirano contro la pace esattamente come la mantengono.

In conclusione ci possiamo però ricordare che, soprattutto in questo periodo storico in cui la globalizzazione diffonde idee e punti di vista nuovi, è possibile non essere etnocentrici al punto da distruggere il bello che abbiamo. Quello che possiamo fare, a differenza di quei soldati, è estendere la tregua oltre il giorno di Natale, ammettendo che se esistono mille mondi diversi che possono essere pensati e messi in pratica, almeno quante culture esistono al mondo, allora forse è possibile anche immaginare un mondo senza guerra.

L’anno nuovo è già iniziato, ma spero continui nel migliore dei modi, portando ciascuno di noi a disobbedire civilmente, a sostenere ideali che non ricadano nell’uso della violenza e ad agire ogni giorno per far si che il nostro punto di vista non si risolva in un cieco obbedire a cultura e struttura, sebbene facciano parte del nostro panorama quotidiano.

 

 

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Bibliografia:

  • Austin J. L., Bocco R., 2016, Becoming a Torturer: Towards a global economics of care, Cambridge, «International Review of the Red Cross», 2016, vol. 98, no. 3, pag. 859-888;
  • Appadurai A., 2005, Sicuri da morire: la violenza nell’epoca della globalizzazione, Roma, Meltemi;
  • Farmer P.,2006, Un’antropologia della violenza strutturale, «Antropologia», n. 8;
  • Galtung J., 1990, Cultural Violence, «Journal of Peace Reaserch», vol. 27, no. 3, pag. 291-305;
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