Visual Anthropology: fotografie per la ricerca

Nel 1967 esce il volume Visual Anthropology. Photography as a research method, in cui gli autori John e Malcolm Collier, ricercatori con una vasta esperienza e che nel corso delle loro carriere hanno fatto largo uso delle immagini come strumento di indagine, spiegano perché la fotografia e le riprese video siano un valido modo per approcciarsi al campo e forniscono molti consigli su come sfruttarle al meglio. In realtà l’avventura nel mondo delle immagini comincia per John Collier, padre di Malcolm, quando aveva appena 7 anni.

Non perché fosse un piccolo prodigio e utilizzasse già da tempo una macchina fotografica per esplorare il mondo, ma per un tragico incidente. Preso in pieno da un’automobile, John accusa una frattura cranica che lascia il suo emisfero sinistro fortemente danneggiato. Questo non solo influisce sulla sua capacità di sillabare e fare i calcoli, ma in generale sulla totalità del suo apparato uditivo. Questo handicap che lo caratterizza fin da bambino lo condurrà poi nella sua carriera alla scoperta del mondo delle immagini, che a qualcuno che ha perso la possibilità di comprendere efficacemente il mondo attraverso i suoni risulteranno in particolar modo un’incredibile fonte di informazioni.

Quello che in seguito avrebbe teorizzato nel libro è dunque l’incisività della produzione visiva dell’antropologo, che attraverso fotografie e filmati che cura egli stesso può arrivare a comprendere le situazioni in cui si trova meglio che col mero ausilio di carta e penna.

Le immagini, a differenza del linguaggio, non necessitano infatti di un dizionario, ed hanno un alto livello di indessicalità, ossia sono facilmente associabili ad un contesto conosciuto e rendono più facile la comprensione.

In una ricerca, il primo passo è sempre poco sicuro: raramente, appena giunti in un nuovo contesto, in preda allo spaesamento che secondo la Mead sarebbe il vero motore di una ricerca, si sa esattamente da dove cominciare. E nel frattempo le impressioni più vivide, le prime in assoluto che il ricercatore intuisce, rischiano di scivolare via e non risultare di alcuna utilità. Questo è il primo apporto della fotografia: cogliere le prime vere intuizioni dell’antropologo e immagazzinarle affinché, in un secondo momento, quando la ricerca sarà maggiormente definita, vi siano documenti essenziali da collegarvi e da cui partire.

Tuttavia le immagini non sono solo dati, anche se questa era la posizione ufficiale del mondo accademico nel periodo storico in cui uscì questo libro. Le prime vere riflessioni in merito le muoverà Bateson attraverso Naven, parlando della necessità di cogliere l’ethos, l’entroterra emotivo che ci nasconde dietro la quotidianità. Tuttavia anche nei successivi lavoro con la Mead manca il punto in cui si riflette attivamente sul ruolo dell’immagine nella ricerca. In quest’opera ritroviamo un primo accenno a come utilizzare la foto per selezionare e isolare gli argomenti degni di attenzione.

Si parte dalle raffigurazioni del paesaggio e delle conformazioni urbane, per isolarne le specificità e fornire una base di partenza organizzativa per condurre la ricerca. Dall’ambiente, dalla prossemica e da altri particolari è inoltre possibile dedurre alcune dinamiche socio-economiche e culturali che non sarebbero emerse altresì da un’intervista o da un colloquio. In seguito possono essere messi insieme veri e propri inventari culturali, raccogliendo ad esempio le immagini dell’arredamento di una casa.

Questi servono come materiale comparativo e caratterizzante, e soprattutto portano ad un altro aspetto molto importante dell’uso delle immagini. I Collier sostengono che una foto possa fungere da “apri-scatole”: intanto permette al ricercatore di assumere un ruolo e di vincere almeno in parte la diffidenza degli indigeni, poi permette anche di aprire un dialogo attraverso lo studio delle immagini, in cui i fotografati vengono attivamente coinvolti e possono apportare i propri feedback all’intero processo. Ecco che il ricercatore ha innumerevoli contatti e informatori, deve soltanto decidere bene come dirigere la ricerca.

In questo senso le fotografie possono aiutare, è più intuitivo individuare dei particolari dalle immagini che possono portare ad una teorizzazione o semplicemente sottolineare certi aspetti invece che altri. D’altra parte le selezioni nel processo di ricerca devono essere continue, soprattutto coi dati visivi, poiché l’ammontare è senz’altro maggiore di quello dei dati scritti, e si rischia di non approdare a niente. Quindi si consiglia sempre di procedere secondo un modello prestabilito. Uno particolarmente operativo è il seguente:

  • raccogliere molte foto e individuare possibili argomenti da approfondire;
  • procedere ad una selezione in base a più sezioni e suddividere il materiale;
  • operare un’ulteriore micro-analisi per essere certi di non aver omesso o malinterpretato un qualche particolare;
  • arrivare ad una sintesi e stilare delle conclusioni rileggendo il materiale nella sua totalità.

In questo modo le foto, o il filmato, si rivelano molto più utili di quanto non fossero in precedenza, come meri documenti da aggiungere alla pila analitica dell’etnografo.

Come dobbiamo porci dunque verso l’utilizzo della fotografia e dei filmati nella ricerca?

André Leroi-Gouhran ha affermato che, in un prossimo futuro, i documenti visivi sostituiranno quelli scritti, ma non sembra tuttavia turbato dalle implicazioni di quest’affermazione.

Le tecniche di ricerca evolvono, e del resto ormai in un mondo globalizzato e invaso dai media ha molta più risonanza un documentario o una mostra fotografica di quanto non ne abbia una monografia sui !kung del Kalahari. Non credo in verità che la validità del documento scritto decadrà mai, ma senz’altro le discipline visive non potranno non imporsi in questo nuovo panorama, e sta al singolo antropologo cogliere la sfida e accettare la possibilità di dover divenire nuovamente un tuttologo: scrittore e fotografo, ricercatore e documentarista. Infondo la sfida dell’eclettismo non dovrebbe spaventare, in passato le sfide ci sono piaciute molto, e questo è solo un passo avanti.

Possiamo solo augurarci, invece, di operare le nostre scelte con criterio, e di riuscire a leggere i documenti raccolti con la giusta lucidità e con uno spettro che possa illuminare l’incontro tra il “noi” e il “loro” inclusivi che ci immaginiamo. Come scrive in conclusione Cecilia Pennacini in “Filmare le culture”:

«In futuro potrebbe dunque non esistere la separazione tra un’antropologia scritta e un’antropologia visiva, ma soltanto un’antropologia che integri in maniera complessa e consapevole ciò che si può cogliere e approfondire con la scrittura e ciò che si può cogliere e approfondire con le immagini.»

Bibliografia:

Collier J., M., 1967, Visual Anthropology. Photography as a research method. Mexico, University of New Mexico Press
Pennacini C., 2005, Filmare le culture. Roma, Carrocci editore

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