Una mucca sta a un uomo come un uomo sta a un abete

«Ci piaccia o no, siamo membri di una famiglia vasta e particolarmente rumorosa, quella delle grandi scimmie. I nostri parenti prossimi comprendono gli scimpanzé, i gorilla e gli orangutan. I più vicini sono gli scimpanzé. Appena 6 milioni di anni fa, un’unica scimmia femmina ebbe due figlie. Una fu la progenitrice di tutti gli scimpanzé, l’altra la nostra nonna.»[1]

Dolce, cara università. Guarda cosa mi hai fatto. Mi hai dato tra le mani un’arma potente perché io imparassi a distruggere i luoghi comuni che gli uomini costruiscono per nobilitare il proprio mondo; per puntare il dito verso quello altrui, per non avere più paura.
Ma quell’arma era più efficace di quanto pensassi, e ora non c’è più distinzione. Ora non so vedere altro che una Anthropology Beyond the Human. [2]

Non posso scrivere di quante realtà culturali l’uomo occidentale ignori, di relativismo culturale ed etnocentrismo, senza avere in mente che la cultura in cui lui stesso è immerso gli impedisce di aprirsi a schemi mentali più ampi. È arrivato il momento di estendere il cerchio, e smettere di vederci come divinità che tutto possono e a cui tutto è dovuto.

«I share the fundamental belief that social science’s greatest contribution – the recognition and delimitation of a separate domain of socially constructed reality – is also its greatest curse.» [3]

[«Condivido la convinzione fondamentale che il più grande contributo delle scienze sociali – il riconoscimento e la delimitazione di un dominio separato per una realtà socialmente costruita – sia anche la sua più grande maledizione»]

Così scrive l’antropologo Eduardo Kohn della McGill University, il quale, dopo un percorso etnografico della durata di quattro anni pubblica il libro How Forests Think: Toward an Anthropology Beyond the Human, poi descritto da Marilyn Strathern come «pensiero estroso nel più creativo senso possibile». [4]

Nel libro, Kohn propone di rivalutare l’Antropologia, non più limitandola all’osservazione degli sviluppi umani delle diverse società, ma estendendola al riconoscimento delle capacità simboliche delle altre specie.

Vedere, rappresentare, conoscere e pensare non sono soltanto prerogativa umana. Essendo l’appartenente ad un’altra specie capace di reinterpretarci secondo modalità simboliche e interpretative, suggerisce, l’uomo deve sapere avviare con la sua analisi antropologica un processo di sensibilizzazione che permetta una rivalutazione dell’antropos, cosiccome delle sue priorità.

«Anche Homo sapiens appartiene a una famiglia. Questo fatto banale è stato uno dei segreti più strettamente custoditi della storia. Homo sapiens ha preferito a lungo considerarsi un essere a parte rispetto agli animali: un orfano privo di una famiglia, senza fratelli o cugini e, cosa più importante di tutte, senza genitori.» [5]

Vi sono diverse questioni che si risollevano toccando questa tematica. Non si tratta solo di imparare a conoscere l’uomo per come è visibile dall’esterno, dunque prestando attenzione alle prospettive di osservazione che provengono da altre specie, ma anche di rimodellare il nostro dominio secondo quel che scopriamo una volta aperta la porta alle rappresentazioni animali in generale.

Ciò che ci si presenta non per forza appare come la miglior faccia della medaglia, ma questo non significa che vada evitata. Trovo assolutamente necessario decantare la valenza della portata culturale umana, nelle sue caleidoscopiche forme. Acquisire una visione critica e al contempo curiosa dell’altro non è mai stato così necessario come lo è ora, oggi. Ma non possiamo chiuderci nel nostro cerchio felice per sempre, soprattutto perché questo ha una data di scadenza.

Spero che il lettore a questo punto non stia pensando «Oh, di nuovo con questa storia dell’allarmismo ambientalista», e lo scrivo per due ragioni.
La prima: il semplice fatto che esista oggi un tabù così radicato da portarti a distogliere lo sguardo senza porti tante domande è la dimostrazione che qualcosa non va. È dove sei abituato a non guardare che troverai la risposta ai problemi che ti si affacciano laddove guardi.
La seconda: ad ogni azione corrisponde una reazione. Non lanciare un sasso così lontano che tu non possa andare a recuperarlo.

Ma sono certa che nessuno si servirà di questa parentesi. In fondo siamo “zoon logon echon” (animale dotato di parola, ragione), come avrebbe il piacere di ricordarci Aristotele. C’è un distacco creato dal logos che ci ricorda la nostra elevazione rispetto a tutto il resto. O forse siamo noi a creare il logos, che crea il distacco e l’elevazione? 

«Tale ossessione ha una lunga storia, continua Chance, che comincia con i greci, i quali sostenevano che fosse la ragione a distinguerci dalle bestie. Poi, circa un centinaio di anni fa, gli psicologi hanno scoperto che alcuni animali, specialmente gli scimpanzé, sono in grado di ragionare. Così l’umanità passò a considerare la creatività come la barriera che ci separava dalle bestie. Negli anni Settanta, però, gli psicologi scoprirono che i delfini (e molti altri animali) sono estremamente inventivi, soprattutto nei comportamenti di gioco. Così gli umani si affrettarono a sostenere che è la capacità di produrre utensili quella che fa la differenza. Ma, nel giro di poco tempo, Jane Goodall e altri scienziati scoprirono che le grandi scimmie e altri animali sono in grado di produrre e utilizzare utensili. Lo sciovinismo umano non si arrese e affermò che è il linguaggio a renderci unici; dopodiché la scienza scoprì immediatamente che le grandi scimmie possono imparare il linguaggio dei segni dei sordomuti. Immediatamente, gli esperti del linguaggio escogitarono una nuova definizione di cosa si dovesse intendere per linguaggio in modo che fosse solo l’uomo a possederlo.» [6]

Il professor Kohn capì molto presto, iniziato il suo percorso etnografico, quanto importante fosse porre tutti gli animali sullo stesso piano, considerare tutti persone. Arrivato in Ecuador tra i Runa, il primo consiglio che gli venne dato fu di dormire a pancia in su. Questo perché i giaguari pensano tu sia carne, aicha, se non ti vedono la faccia: rivelazione che fu una sorta di epifania per l’antropologo.

«If jaguars also represent us – in ways that can matter vitally to us – then anthropology cannot limit itself just to exploring how people from different societies might happen to represent them as doing so» [7]

[«Se anche i giaguari ci rappresentano, in maniere che importano vitalmente per noi, allora l’antropologia non può limitarsi a esplorare i modi in cui persone di diverse società decidono di rappresentare loro»]

Non si tratta di proteggere le realtà culturali che vivono a ritmo diverso rispetto a quelle globalizzate, comunque affette dall’indifferenza umana nei confronti di flora e fauna (Se si pensa ai fenomeni di deforestazione, cambiamento climatico, estinzione di specie). Non ci sono più primitivi, né tribù. Né incivili e buoni selvaggi. Siamo solo uomini, e come tali abbiamo le stesse possibilità di riplasmare le nostre abitudini e priorità.

Avrei molta paura, sarò sincera, ad osservare come ora dall’esterno ci pensano gli altri animali. Distruggiamo 1-2 acri di foresta pluviale ogni secondo [8], occupiamo il 45% della Terra con i nostri allevamenti [9], peschiamo 2.7 migliaia di miliardi di pesci all’anno [10]. Ma la paura non è un buon motivo per non cambiare le cose.

Nella speranza che presto non ci basterà più vederci come uomini e che l’Antropologia lascerà il suo posto a una scienza più ampia: non più osservatori dell’ecosistema ma parte di esso.

«Ecco l’errore più grave: siamo talmente ossessionati dalla conquista della natura che alla fine abbiamo costruito gli strumenti per distruggerla e per distruggerci con lei. Eccoci, quindi, perfettamente armati e in grado di annientare l’intero universo vivente evolutosi nella forma attuale in milioni di anni» [11]

 

 

 

Fonti e Note:

[1] Harari, Y. N., Sapiens: Da animali a dèi, Bompiani, 2017
[2] Kohn, E., How Forests Think. Toward an Anthropology Beyond the Human, University of California Press, 2013
[3] ibidem
[4] Mia traduzione di “thought-leaping in the most creative sense”
[5] Harari, Y. N., Sapiens: Da animali a dèi, Bompiani, 2017
[6] Mason, J., Unnatural Order: The Roots of Our Destruction of Nature, Lantern Books, 2005
[7] Kohn, E., How Forests Think. Toward an Anthropology Beyond the Human, University of California Press, 2013
[8] “Measuring the Daily Destruction of the World’s Rainforests”. Scientific American
Butler, Rhett. “10 Rainforest Facts for 2017”. Mongabay.com. January, 2017
“Avoiding Unsustainable Rainforest Wood”. Rainforest Relief
Reid, Walter V. & Miller, Kenton R. “Keeping Options Alive: The Scientific Basis for Conserving Biodiveristy”. World Resources Institute. October 1989
“Tropical Deforestation”. National Aeronautics and Space Administration: Facts
[9] Thornton, Phillip, et al. “Livestock and climate change”. Livestock xchange. International Livestock Research Institute. November 2011
Smith, Pete & Bustamante, Mercedes, et al. “Agriculture, Forestry and Other Land Use (AFOLU)”. Intergovernmental Panel on Climate Change. Chapter 11
[10] Mood, A & Brooke, P. “Estimating the Number of Fish Caught in Global Fishing Each Year”. July 2010
“Fish count estimates”. Fishcount.org.uk
[11] Mason, J., Unnatural Order: The Roots of Our Destruction of Nature, Lantern Books, 2005

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Fatima Maura Zucchi

Sono una studentessa al secondo anno di Antropologia, Religione e Culture Orientali all’Università di Bologna. Mi interessano molto i temi di religione, identità, etnolinguistica.Nata in Emilia, cresciuta in Romagna. Scrivo canzoni nel tempo libero. Mangiapiante da sempre amante dell’inglese. Forse, un giorno, antropologa.

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