Sul concetto di Razza

Immagino che, come me, molti di voi si siano trovati spesso nella condizione di dover discutere, sui social o nella vita reale, riguardo al termine “razza” applicato alla specie umana.

Vorrei, per quanto mi è possibile, fare chiarezza sull’uso di questa definizione, ed aiutare tutti nell’avere discussioni più proficue che non si limitino all’invettiva.

Ho toccato brevemente questo tema nell’articolo “Fuori dall’Africa o Fuori di Testa?” , in cui rispondevo alle forti affermazioni de Il primato nazionale riguardo alle origini africane del genus Homo.

Ma veniamo a noi. Il concetto di razza in senso biologico ha origine nel 17esimo secolo, quando si cercò di classificare la nostra specie, Homo sapiens, in diverse categorie come Caucasoide, Negroide e Mongoloide.

Ovviamente le nozioni evolutive e genetiche dell’epoca erano pari a zero, e questa classificazione si basava esclusivamente sull’osservazione superficiale, sociale e morfologica.

 

Karl Ernst von Baer, “Principal types of different human races in the five parts of the world”, St. Petersburg 1862

 

Prima di andare oltre, ci tengo a specificare che non si vuole qui appiattire le differenze, esistenti ed innegabili, tra i vari gruppi umani, ma chiarire il corretto uso del termine e quale sia il suo valore euristico, o se ne abbia affatto.

Il termine “razza” oggi è per lo più utilizzato in campo zootecnico, quindi per definire le diverse razze di cani, cavalli, pecore e via dicendo. Forse non saprete che, da un punto di vista zoologico, gli animali addomesticati non possono essere considerati specie in senso stretto, poiché si sono originate a partire dalla specie selvatica solo grazie all’intervento dell’uomo e, quindi, artificialmente.

 

Cane e Lupo: entrambi appartenenti alla specie Canis lupus. Il taxa Canis familiaris ha perso utilizzo;  le specie addomesticate hanno un trattamento “particolare” nelle riviste scientifiche.

 

Potremmo ora discutere se Homo sapiens sia una specie addomesticata o meno, ma temo che sarebbe solamente un vezzo intellettuale.

Quando si vuole suddividere una specie, la categoria appropriata è sottospecie, e viene applicata sotto condizioni ben definite, a popolazioni diverse di una stessa specie.

Non bastano però la differenze fenotipiche, cioè esteriori: le due popolazioni devono avere un areale nettamente separato da barriere o grandi distanze, e non devono riprodursi tra di loro.

Questo, come potete capire, non è applicabile agli esseri umani: anche in tempi lontani da oggi, gli incontri tra popolazioni diverse avvenivano e, con l’incontro… beh, il resto.

 

Panthera tigris e le sue sottospecie; nuovi studi del 2015 hanno riconosciuto la validità di solamente due sottospecie, P. t. tigris e P. t. sondaica.

 

Perché allora tutta questa confusione? Perché in molti ancora suddividono la nostra specie in diverse razze?

L’utilizzo di questa terminologia è ancora utile in campi come l’Antropologia Forense o nella creazione di statistiche demografiche. Pensate ad esempio all’identikit dei film polizieschi. Rappresenta, a grandi linee, le infinite forme e sfumature che la nostra specie assume nell’aspetto.

Le differenze morfologiche sulla base delle quali la nostra specie venne suddivisa in razze sono causate da variazioni genetiche relativamente recenti, e non ci dicono niente su altri aspetti più generali come le capacità intellettive e cognitive.

Il termine “razza” viene però usato, anche in campo scientifico, ma attualmente ad esso non viene riconosciuto un valore tassonomico. In merito a questo, vi propongo due citazioni illustri che espongono i due punti di vista accademici in materia:

«However small the racial partition of total variation may be, if such racial characteristics as there are highly correlated with other racial characteristics, they are by definition informative, and therefore of taxonomic significance»
[Per quanto la suddivisione razziale rappresenti solamente una parte della variazione totale, se le caratteristiche in questione sono direttamente correlabili con altre caratteristiche razziali, esse sono per definizione informative, e dunque di valore tassonomico]

(Richard Dawkins e Yan Wong,The Ancestor’s Tale: A Pilgrimage to the Dawn of Evolution, 2005)

«Human populations do not exhibit the levels of geographic isolation or genetic divergence to fit the subspecies model of race»
[Le popolazioni umane non possiedono i livelli di isolamento geografico o divergenza genetica affinché il modello delle “razze” sia applicabile]
(John H. Relethford, in Biological Anthropology, Population Genetics and Race, 2017)

 

Differenze tra i “volti medi” di donne da diverse regioni del mondo.

 

Il rapporto tra i vari gruppi umani e il loro aspetto è senza dubbio evidente, ma è bene ricordare che i caratteri somatici sono i primi a cambiare nel processo evolutivo, e assumere un’infinità di forme e colori. Il colore della pelle, ad esempio, sembra essere tra i più veloci a cambiare, nell’ordine di migliaia di anni.

Questi processi di “diversificazione” avvengono in risposta alle necessità differenti imposte dai vari ambienti, abitudini alimentari, ma anche sotto la pressione di agenti culturali e sociali.

L’argomento è sicuramente molto complesso, visto che, per quanto queste popolazioni si siano separate tra di loro in diversi momenti della storia, nessuna di esse costituisce un’entità ermetica. È proprio l’alto tasso di interbreeding in cui vive la nostra specie che, secondo lo stato dell’arte attuale, impedisce di conferire al concetto di “razza” un valore tassonomico.

Spero di essere riuscito a far capire con quanta cautela e coscienza dovremmo utilizzare il termine “razza” quando riferito ad Homo sapiens.

Nessuno qui vuole sostenere che gli esseri umani siano tutti perfettamente uguali, ma solo che dovremmo approcciarci con tantissima attenzione a questioni così complesse e spinose, senza dare niente per scontato; e ricordando soprattutto la nostra tendenza a cercare quante più differenze con l’Altro, in cerca della nostra Identità.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Barnshaw, John (2008). “Race”. In Schaefer, Richard T. Encyclopedia of Race, Ethnicity, and Society, Volume 1. SAGE Publications. pp. 1091–3. ;

 “AAPA statement on biological aspects of race” ; Am J Phys Anthropol. 101 (4): 569–70;

Wagner, Jennifer K.; Yu, Joon-Ho; Ifekwunigwe, Jayne O.; Harrell, Tanya M.; Bamshad, Michael J.; Royal, Charmaine D. (February 2017). “Anthropologists’ views on race, ancestry, and genetics”American Journal of Physical Anthropology. 162(2): 318–327;

Race, Ethnicity, and Genetics Working Group (October 2005). “The Use of Racial, Ethnic, and Ancestral Categories in Human Genetics Research”American Journal of Human Genetics. 77 (4): 519–32

Hirschman, Charles (2004). “The Origins and Demise of the Concept of Race”Population and Development Review. 30 (3): 385–415;

Relethford, John H. (23 February 2017). “Biological Anthropology, Population Genetics, and Race”The Oxford Handbook of Philosophy and Racedoi:10.1093/oxfordhb/9780190236953.013.20

The Evolution of Human Skin and Skin Color

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Tobia Fognani

Tobia Fognani

Laureato in Antropologia Culturale, Religioni e Civiltà Orientali all'Università di Bologna, sta attualmente perseguendo una magistrale in Quaternario, Preistoria ed Archeologia all'Università di Ferrara, con l'intento di unire gli interessi per le Scienze Naturali e Umane.

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