Stregoneria infantile e destrutturazione sociale in Congo

La stregoneria in Congo è un fenomeno contemporaneo, e la dinamica sociale che ne deriva è quantomai attuale nel dibattito antropologico. Attraverso un processo di riconfigurazione delle credenze tradizionali e di creazione di un animato sincretismo religioso, dagli anni Novanta occupa uno spazio sempre più rilevante nella realtà urbana. 

Dobbiamo a Evans-Pritchard (1902 – 1973) la comprensione delle implicazioni sociali derivanti dalla credenza nella stregoneria. L’antropologo giunse alla conclusione che essa si rivela un valido metodo per affrontare le disgrazie e gli insuccessi della vita, le malattie, i lutti, non tanto chiedendosi “come” quanto il “perché” di questi eventi, perché sono accaduti a una persona e non a un’altra.

La stregoneria si configura quindi come un processo di metabolizzazione del reale qualora si manifesti nella sua forma negativa, una spiegazione di tipo “magico” che risponde ad un sistema di pensiero razionale così diverso dalle nozioni occidentali ma non per questo privo di una coerenza interna.

Stiamo parlando di un periodo storico, gli anni Novanta, in cui in molte società africane, fra cui quella congolese, le promesse di modernità e progresso propagandate dalle iniziative di sviluppo e cooperazione internazionali si rivelano vane. 

Le disparità sociali si evidenziano sullo sfondo di uno Stato collassato per la perdita dei sostegni finanziari esteri dopo il crollo dell’URSS; i piani di risanamento strutturale della Banca Mondiale ridimensionano l’azione delle autorità politiche locali che si vedono private del loro potere decisionale.

In un contesto di instabilità socioeconomica e di assenza delle istituzioni proliferano le milizie militari dei warlords, a capo di complessi politici emergenti, una sorta di rete clientelare intrecciata allo Stato e attiva nella regolazione dello sfruttamento illegale delle risorse minerarie di cui il Congo (in particolare la regione del nord Kivu) è ricco. 

Nel 1997 la lunga dittatura di Mobutu crolla a seguito della ribellione guidata da Laurent – Désiré Kabila, che si autoproclama presidente della Repubblica Democratica del Congo. La fine del regime mobutista segna l’inizio di un governo non meno repressivo e autoritario.

La lotta per il possesso della terra nelle comunità rurali si intreccia con il conflitto a livello nazionale, avvalendosi di una legittimazione etnica volta a privilegiare i Banyamulenge (originari del sud Kivu) a discapito dei Banyarwanda (immigrati originari del Ruanda e per questo ritenuti congolesi “non autentici”).

La diabolizzazione dell’infanzia è dunque il sintomo di una società profondamente destrutturata dall’interno. La frammentazione dei valori familiari si realizza in un contesto di povertà estrema, soprattutto nelle città: a farne le spese sono le fasce più deboli della realtà urbana, bambini e adolescenti.

Privati della possibilità di scelta di valide alternative rispetto a una condizione di marginalità sociale, assumono il ruolo di capro espiatorio per incanalare paure e sofferenze, anche all’interno dello stesso nucleo familiare, i cui legami sono spesso disarticolati.

L’infanzia e l’adolescenza, spiega Filip de Boeck, divengono i punti focali dell’immaginario sociale contemporaneo, luogo identitario in cui si manifestano chiaramente le rotture di un’Africa in continua trasformazione. E, di conseguenza, si trovano al centro di una più ampia crisi sociale e generazionale che trova sfogo nelle accuse di stregoneria.

Prima di descrivere il fenomeno nelle sue manifestazioni concrete è utile fare una piccola digressione sulla relatività del concetto di infanzia, per andare oltre una sua interpretazione “universalista” che condiziona la nostra percezione della realtà affrontata.

Sentir parlare di bambini stregoni scatena una serie di reazioni negative: incredulità, timore, sconcerto. Associare la purezza di un bambino alle misteriose pratiche magiche di uno stregone si rivela difficile; questo perché abbiamo una precisa idea di quale sia il ruolo dei bambini in una società, come creature da difendere dai pericoli, prive di capacità d’azione.

La concezione egemone e universale dell’infanzia (messa in circolo anche dalle scienze psicologiche) si concretizza nella Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia del 1989. Il bambino è qui definito come «ogni essere umano avente un’età inferiore ai diciotto anni», a cui è garantita protezione oltre a diritti sociali ed economici. Il lavoro minorile è vietato e condannato, da assicurare invece l’istruzione e l’assistenza.

In molte realtà africane (e non solo) si osserva invece una situazione differente ancora oggi: il lavoro dei bambini molto spesso costituisce una fonte di reddito fondamentale per le famiglie, mentre la scuola è una lontana possibilità. Il processo di crescita ipotizzato dalla Convenzione, in cui l’entrata nel mondo adulto è graduale e sorvegliata, si vede così rovesciato a fronte di una più solida consapevolezza della propria posizione sociale da parte del bambino.

Tener presente il contesto socioeconomico in cui il fenomeno della stregoneria infantile si realizza è importante per comprendere una percezione dell’infanzia e uno status sociale di bambini/adolescenti che non riflettono la nostra concezione.

Il legame fra infanzia e stregoneria è radicato all’interno dei singoli nuclei familiari nelle città congolesi in cui si è registrato il maggior numero dei casi di accuse. Famiglie ridotte in povertà danno così un senso alla loro condizione; spesso si tratta di ambienti familiari disastrati, in cui i genitori sono assenti e il compito di badare ai piccoli è in mano a parenti o vicini.

Incolpati per un qualche evento negativo (la morte di un parente o un incidente) o semplicemente visti con sospetto per qualche comportamento ritenuto strano o insolito (sonno agitato, mancanza di appetito, iperattività), spesso sono costretti alla vita di strada dopo essere stati cacciati di casa.

Per quanto riguarda le bambine, l’accusa spesso verte sulla sfera sessuale: per spiegare, per esempio, un matrimonio fallito, esse sono tacciate dalle madri e dalle altre donne della famiglia di essere streghe che sfruttano le loro abilità soprannaturali trasformandosi in donne adulte e affascinanti, seducendo padri e zii e portando alla rovina il legame coniugale.

Fra i membri della famiglia comincia dunque a serpeggiare una paura viscerale che il proprio figlio o il bambino affidato sia portatore di un qualche potere misterioso, dannoso per gli altri. Questa la situazione evidenziata soprattutto nelle grandi città come Kinshasa, in cui un gran numero di famiglie incolpa i figli della grave situazione.

L’ambiente della strada diventa dunque un luogo di esclusione dalla società, in cui la condizione di marginalità assume le forme di un universo parallelo, le «deuxième monde» descritto da De Boeck in cui bambini e adolescenti emarginati acquisiscono una posizione sociale in cui, per la prima volta, il riconoscimento della propria esistenza prende significato.

E’ la creazione di un gruppo, di una comunità di inclusione separata e autonoma, in cui riorganizzare la vita. I bambini di strada, o shege , fanno propria questa indipendenza forzata condividendo fra loro aspirazioni di libertà, lontani dal controllo degli adulti, e sofferenze, vivendo di piccoli crimini e di prostituzione.

L’interpretazione della condizione di stregoni – emarginati a cui sono relegati scatena in loro una voglia di riscatto, così che da presunte vittime assumono il ruolo di attori sociali attivi e coscienti dei loro poteri. La pressione psicologica di un’esclusione totale (dalla famiglia, dalla comunità, dal benessere economico) fa emergere la consapevolezza che proprio attraverso quei poteri è possibile ottenere tutto ciò da cui sono sempre rimasti fuori.

Vediamo come in queste credenze sia radicato un sostrato di fantasia, un rifugio mentale che si intreccia con la durezza della vita reale. Proprio i beni materiali della modernità (radio, televisori, motociclette…) sono le cose più bramate per bambini e adolescenti, come simbolo di accesso a un benessere difficile da ottenere normalmente.

La realtà parallela creata nelle loro menti si rivela come uno spazio di azione e accesso immediato ai frutti della modernità. Questo particolare paradigma si ritrova nella testimonianza di un ragazzino di dodici anni, raccolta da De Boeck nella capitale congolese Kinshasa.

«Tout est utile dans le corps humain. Le sang, c’est du carburant, du diesel, du kérosène, et du vin rouge ; l’eau qu’on peut trouver dans le corps, c’est de l’huile de moteur, de l’huile de frein, du parfum, de l’eau potable, du sirop pharmaceutique et d’autres médicaments comme des pommades pour se frotter le corps. La colonne vertébrale, c’est une radio, un téléphone portable, un émetteur de radio ; la tête, c’est une marmite, le verre dans lequel les patrons boivent, une piscine, un seau pour se laver ; les yeux sont un miroir, une télévision, un télescope ; avec les cheveux on peut fabriquer un matelas ou un divan pour le salon.»

Nel suo racconto, ogni parte del corpo umano corrisponde a un oggetto materiale: «la testa è una marmitta, il bicchiere dal quale si dissetano i ricchi, gli occhi sono uno specchio, una televisione, un telescopio, la colonna vertebrale una radio, un telefonino». E attraverso l’atto stregonesco antropofagico, nutrendosi di carne umana, li ingeriscono appropriandosene, rendendoli parte del proprio corpo: finalmente possono “avere” anche loro questi beni. Una credenza che evidenzia il sottilissimo confine fra realtà e fantasia.

Il quadro della stregoneria infantile nella realtà urbana congolese non è completo senza un’analisi dei movimenti religiosi sincretici che si diffondono a partire dal XX secolo. Le cosiddette “Chiese risvegliate” o “del risveglio” occupano uno spazio di notevole importanza nelle città congolesi, mettendo in discussione il ruolo della Chiesa cattolica e di quelle protestanti. Solo nella città di Brazzaville se ne contano oltre 500 con un numero di seguaci che va da 15 a 20 mila persone.

La loro presa sulla gente comune è di grande impatto; fornendo assistenza psicologica alle famiglie, i profeti – pastori assicurano la guarigione dei bambini posseduti da spiriti maligni e accusati di essere stregoni, talvolta affidati a loro nel tentativo di evitargli l’alternativa della strada. Il fenomeno assume così una realtà ancora più diffusa e condivisa nelle comunità.

I riti di esorcismo e purificazione variano a seconda della Chiesa che li mette in atto. Molto diffusa la pratica di suzione – aspirazione sul ventre, dopo aver tastato ripetutamente il bambino per verificare la presenza del maligno. In altri casi si fanno ingerire “pozioni”, particolari bevande o cibi al fine di provocare il vomito ed espellere il demonio. Alcune pratiche non si risparmiano violenti percosse o digiuni purificatori.

Queste Chiese indipendenti rappresentano un punto di riferimento fondamentale nelle città. Di natura ambivalente, da un lato assistono le famiglie dando loro la speranza della guarigione dei figli, dall’altro sfruttano la loro condizione di povertà e marginalità per avvalersi di un potere e di una posizione sociale di rilievo, come guaritori e risolutori della piaga sociale della stregoneria infantile.

 

Bibliografia e sitografia

  • F. De Boeck, “Le deuxième monde et les enfants sorciers en République démocratique du Congo”,in Politique africaine, January 2000, pp. 1 – 19;
  • www.nouvelobs.com/rue89/rue89-monde/20110327.RUE1442/rdc-mieux-vaut-tuer-l-enfant-sorcier-que-lui-vous-tue;
  • www.cittanuova.it/le-chiese-del-risveglio-temute-dai-governi-africani.

 

 

 

 

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