Se gli altri non ci fossero, depersonificare il pensiero

Inutile negare che nel mondo cui apparteniamo oggi, l’individuo è fulcro di tutte le cose. Concetti quali identità, persona o soggetto sono assolutamente fondamentali per costruire le più semplici discussioni quotidiane.

Per ripetere al fornaio che sono proprio io a volere quei cinque panetti al latte.
Per ricordare al vicino con velata irritazione ed un gentile sorriso sul volto che il posto davanti al mio appartamento è un po’ più mio che suo, e che forse la prossima volta sarebbe più giusto che ci parcheggiassi io.
Per dire con tono infastidito a quelle due signore di colore cui siedo davanti, che fra parentesi indossano proprio degli strani vestiti, che mi stanno un po’ troppo vicino.

Insomma voi nel vostro ed io nel mio, non certo per esser scortesi, quanto più per chiarire: in fin dei conti è pur sempre il mio spazio.

Il soggetto affolla così le giornate di noi animali-umani lasciandoci, al calar del sole, una vaga sensazione di spaesamento. Forse non abbiamo prestato abbastanza attenzione ai nostri clienti per riuscire a distinguere chi è che stavamo servendo, o abbiamo sbagliato a parcheggiare di fronte a una casa che non era la nostra, o ancora che c’è qualcosa di sbagliato in noi se siamo in Italia già da un anno ma ancora non sappiamo lasciare le vecchie abitudini a casa.

Quel che è peggio, è che ci accompagna l’impressione che le cose siano sempre state nel modo in cui ci si presentano oggi, che dunque non si possano cambiare: si tratta di imparare a stare al mondo, così si dice.

L’ironia del caso vuole che l’accezione originale di persona non fosse quella di essere ominide unico, unito e sempre uguale a se stesso, ma di maschera teatrale.

“L’etimologia della parola persona è legata al verbo latino personare, formato da per- = attraverso + sonare = risuonare. Ci si riferiva agli attori del teatro classico che “parlavano attraverso” la maschera lignea che indossavano in scena” [1]

Essere una persona, nel XIV secolo, non significava niente più che recitare come un personaggio inventato, parte di una storia inventata, in un mondo inventato. In un certo senso, tuttavia, era fluido.

Essere una persona, nel XXI secolo, ha un sapore molto più acre. Agli uomini piace l’idea di costruire castelli e fortificazioni per separare da loro tutto il resto, ed oggi essere una persona ti concede questo diritto. A tutti gli effetti, assumi un valore che risulta molto più valido di quello delle non-persone: invalida la flora, invalida la fauna, invalido l’universo. Per la maggior parte di noi persone tutto ciò che conta davvero è la persona stessa.

La persona è ciò che esiste di più perfetto in natura” [2] scriveva San Tommaso d’Aquino, e non mi è difficile credere che il suo pensiero sia condiviso da una vincente maggioranza della popolazione.

Ciò che vi è di più ironico, e forse macabro, è la tendenza umana ad auto-attribuirsi il potere, e il dovere, di bannare a proprio piacimento chi non rientri nei canoni di selezione, lasciando da parte membri della propria specie: una specie che fino ad un attimo fa dichiarava essere quanto vi è di più perfetto in natura.

Forse vi stupirà sapere che il termine identità non è che un giovinetto appena apparso nei nostri dizionari.
Vorrei che pensaste a quanto questa parola significhi per voi, a quanto essa sia presente nelle vostre riflessioni, a quanto tempo avete passato a cercare di definire la vostra identità. Magari arrampicandovi su specchi alti metri e metri, con l’acqua alla gola e il cuore pesante. Arrancando il respiro, avete fatto una scelta solo perché credevate fosse la sola a rispecchiarvi.

Sappiate che il termine identità apparve per la prima volta intorno agli anni ’50, e a dispetto della sua giovane età, è oggi in grado di dominare la scena piuttosto abilmente.

Nulla è stato scritto sulla pietra. Non per forza dobbiamo separarci in ermetiche scatoline, ricordiamoci che tutto può cambiare.

“Culture is not a biologically transmitted complex” Ruth Benedict [3]

Nel 1956, il sociologo canadese Erving Goffman pubblicò La vita quotidiana come rappresentazione, testo nel quale propose una visione della vita come se si trattasse di un palcoscenico, in cui noi tutti recitiamo come fossimo le famose maschere teatrali di cui dicevamo poco fa. Ci concede una visione irrealistica della realtà, così da rivalutare la realtà stessa e, con essa, le identità che vi fanno parte.

“The self is not an organic thing that has a specific location, whose fundamental fate is to be born, to mature, to die; it is a dramatic effect arising diffusely from a scene that is presented” Erving Goffman [4]

Non voglio con ciò che passi che bisogni vivere come se fossimo quell’unico personaggio. Al contrario, intendo suggerire di prestare più attenzione a quel fissismo con cui tendiamo di vivere la nostra identità, la nostra persona.

Non faccio che convincermi del fatto che, se tenessimo in tasca, non solo cellulare e portafoglio, ma anche una visione più fluida del nostro io, senza sentirci per forza in dovere di vederlo tanto lontano dall’io degli altri, saremmo più aperti e comprensivi, più rispettosi e interessati.

Quel che facciamo è invece concentrarci sempre sulle differenze, sulle distinzioni, sulle divisioni: io sono sulla base di ciò che non sono. Non sono come Marco,  non sono come Alice, non sono come gli altri. L’anarco-individualismo sembra così dominare la quotidianità dei nostri giorni.

Ma se gli altri non ci fossero? Se fossimo, e basta?

Diamo uno sguardo più scientifico alla questione. La self-perception theory, inizialmente sviluppata dallo psicologo Daryl Bem, asserisce che costruiamo i nostri comportamenti tramite l’osservazione delle nostre scelte precedenti, riorganizzandoci in una sorta di immagine generale, che sia coerente con tutti i nostri comportamenti passati e futuri.
Paradossalmente, finiamo per essere colui che riordina il puzzle, dimenticandoci però che siamo anche l’uomo che l’ha disegnato: ne avremmo potuto disegnare qualsiasi altro.

La mia domanda è, perché non abbiamo mai pensato di uscire e comprarci un altro puzzle?

Perché ci sentiamo tanto in dovere di continuare a ricostruire lo stesso?

Perché non abbiamo alcun interesse ad unire più puzzle insieme?

Cos’è che ci fa paura?

Interessante nel contesto della neuroscienza è certamente il lavoro del professor Bruce Hood, The Illusion of the Self: How the Social Brain Creates Identity, il quale rivede la concezione del sé, sulla base di quanto già era stato sostenuto da tradizioni religiose come quella buddhista, e filosofiche come quelle del calibro di Hume e Spinoza.

« Most of us have an experience of a self. […] But that experience is an illusion – it does not exist independently of the person having the experience, and it is certainly not what it seems. […] I think that both the “I” and the “me” are actually ever-changing narratives generated by our brain to provide a coherent framework» Bruce Hood [5]

Capisco bene che quel che qui si offre sia una linea di pensiero un po’ laterale. Distruggere anni di costruzione identitaria non sembrerebbe valerne la pena, anzi addirittura insensato. Ma se solo uscissimo dal nostro castello, di tanto in tanto, potremmo avere esperienze che, silenziosamente, ci dimostrerebbero il contrario.
Non credo si tratti di costruire ponti con l’altro, quanto piuttosto di smantellare le realtà esistenti, o più gentilmente, eliminare qualche mattonella, ogniqualvolta sia possibile. Non devono per forza esistere gli altri, non devi per forza esistere tu.

“È dunque questa, la Nausea: quest’accecante evidenza? Quanto mi ci son lambiccato il cervello! Quanto ne ho scritto! Ed ora lo so: io esisto, il mondo esiste, ed io so che il mondo esiste” Jean-Paul Sartre [6]

 

Fonti:

[1] http://www.etimoitaliano.it/2018/01/personapersonalita.html
[2] TOMMASO D’AQUINO, Summa Theologiae, ESD, 1985
[3] RUTH BENEDICT, Patterns of Culture, Mariner Books, 1989
[4] ERVING GOFFMAN, La vita quotidiana come rappresentazione, il Mulino, 1997
[5] https://samharris.org/the-illusion-of-the-self2/
[6] JEAN-PAUL SARTRE, La nausea, Einaudi, 2005

 

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Fatima Maura Zucchi

Fatima Maura Zucchi

Sono una studentessa al secondo anno di Antropologia, Religione e Culture Orientali all’Università di Bologna. Mi interessano molto i temi di religione, identità, etnolinguistica.Nata in Emilia, cresciuta in Romagna. Scrivo canzoni nel tempo libero. Mangiapiante da sempre amante dell’inglese. Forse, un giorno, antropologa.

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