Perché dobbiamo avere paura del nazionalismo?

Le elezioni europee del prossimo maggio 2019 hanno monopolizzato i media del Vecchio Continente. Affiancate da Brexit, ONG e Gilet Gialli, hanno veicolato l’utilizzo del campo semantico della nazione: identità, sciovinismo, campanilismo, nazionalismo.

Ma, facciamo un passo indietro: cosa è lo stato-nazione? Quando nasce? Da che processo viene generato? È forse questa l’unica forma di organizzazione politico-statale possibile? Come varia la percezione del cittadino dall’Impero allo Stato-Nazione?

Procediamo con ordine: l’Europa che conosciamo oggi è suddivisa in circa 40 entità statali. La maggioranza di queste è affiliata ad un organismo sovra (o ultra, che dir si voglia) nazionale: l’Unione Europea. È quest’ultima a regolamentare, tramite la giurisprudenza dell’organico della Corte Europea, un determinato ammontare di aspetti della vita quotidiana degli Stati Membri, dalla protezione dei diritti umani alle emissioni di CO2, dalla circolazione delle merci, a quella degli esseri umani.
Seppur l’Unione sia spesso autorizzata ad invadere il campo d’azione dei singoli governi, sopravvive un sentimento di unicità nazionale che rende travagliata la relazione tra la madre Europa e la compagine dei suoi figlioli (come dimostrato dalle recenti derive populiste antieuropeiste).

Al debutto del diciannovesimo secolo, però, una cartina del continente ci sarebbe apparsa piuttosto omogenea: enti governativi esercenti potere su larga scala (Impero Austro-Ungarico, Impero Ottomano, Impero Tedesco, Impero Russo) e formazioni estremamente frammentarie su base regionale (Italia).

Come si è passati, allora, da una coscienza d’Impero (più radici linguistiche, più alberi genealogici della popolazione, più regimi di costume, una minore partecipazione attiva alla prassi governativa) alla forma di nazionalismo alla quale inneggiano i nostri politici (dagli slogan della Lega di Matteo Salvini :“Prima gli Italiani” e/o “Aiutiamoli a casa loro”, all’inesatta e infondatamente xenofoba campagna pubblicitaria di Orban alle elezioni ungheresi: “Lo sapevate? Gli attentati di Parigi sono stati commessi da immigrati.”) ?

Charles Tilly, sociologo, politologo e storico americano del secolo scorso, analizza la nascita dello stato-nazione come espressione di una via tra le molte possibili. Egli afferma infatti che, fino al XIII secolo, cinque plausibili processi formazione del potere politico sarebbero stati avviabili: una federazione politica o un impero controllato da un centro unico; una federazione teocratica unificata dalla Chiesa Cattolica di Roma, una forma di commercio imperante senza una organizzazione politica centralizzata; la persistenza della struttura feudale; il nostro amato nazionalismo.
Il trionfo dello stato nazionale è dettato esclusivamente da cause contingenti e non rappresenta la normale evoluzione del potere politico in seno alle comunità industrializzate.

Con un piccolo passo in avanti, una mente saldamente analitica potrebbe affermare che ciascuna delle ipotesi, salvo la feudalità, ha conquistato un podio rispettabile nella nostra era.
Seppur Tilly parlasse di sistema teocratico-cattolico, la presenza di uno Stato Islamico ne rispetta i presupposti teorici. Seppur Tilly parlasse di un sistema di commercio acefalo, il capitalismo iper-evoluto ne veste le conseguenze. Allo stesso modo la modalità federale potrebbe essere identificata nell’Europa dell’Unione. Ma la retorica batte il ferro sempre caldo sull’idea di nazione. Perché?
La grande antropologia della prima ora fornisce una spiegazione minuziosa e trasparente: la cementificazione identitaria non può che passare per la stigmatizzazione di un “diverso” che è instrumentum della definizione. Ogni sistema aggregativo passa dall’opposizione.

Ernest Gellner, filosofo e antropologo inglese, va più lontano. Egli difende, infatti, l’idea che lo stato-nazione sia una forma assolutamente moderna che ha avviato la propria formazione nel momento in cui la comparsa del capitalismo ha preso il sopravvento.
Parafrasiamolo: in una società agraria dove il 5% della popolazione detiene il capitale economico e sociale, la forbice tra la cultura alta e la cultura bassa è enorme; nella società del capitalismo degli albori, dove la necessità di manodopera è enorme e dove è basilare la comprensione diffusa dei meccanismi tecnologicamente avanzati, la cultura alta, rimasta rinchiusa nelle torri d’avorio, entra in contatto con la nuova classe sociale operaia. L’allontanamento dal pensiero marxiano costa fatica a Gellner, che ne è un grande estimatore, ma permette l’ipotesi di un capitalismo allo stato brado che funge da bilanciamento culturale di una società ineguale.

Ecco la formazione della nazione: nel momento in cui una cultura alta si diffonde in seno alla società tutta, eliminando la stratificazione culturale precedente, lo Stato-Nazione diventa la forma unica di controllo politico su un territorio che tende all’omologazione dei propri abitanti. Direbbe Max Weber, lo Stato diventa «una comunità umana che esercita la violenza legittima su un determinato territorio.»

Focalizziamoci adesso sull’esperienza del singolo cittadino: possiamo forse paragonare l’avventura partecipativa ai processi decisionali di un suddito dell’Imperatore Ferdinando I ad un cittadino della Francia di Emmanuel Macron? Nonostante i recenti risvolti e le recriminazioni del popolo francese, saremmo portati a rispondere che l’esperienza è totalmente differente. La riduzione della scala di azione governativa opera, infatti, una modificazione nella percezione dell’appartenenza.

Se il suddito dell’Impero era una pedina facilmente manovrabile e totalmente distaccata dal sistema legislativo ed economico, il cittadino dei novelli stati è parte integrante dell’establishment, pur tenendo a mente che la piramide gerarchica è tornata in auge negli ultimi decenni. Che si parli della democrazia diretta delle elezioni europee o del sistema indiretto proporzionale delle nazionali, il cittadino è attivo nel processo decisionale e, a seguito dell’ampliamento dei criteri partecipativi, gode di eleggibilità in seno agli organismi legiferativi e agli organi di controllo senza alcuna restrizione, salvo quella dell’età anagrafica.

Ma facciamo ancora un piccolo passo: seppure la scala di azione del potere centrale si sia ridotta dall’impero alla nazione, la comunità dei cittadini non fa l’esperienza quotidiana della reciproca conoscenza. Su quale base si modella allora il senso di appartenenza ad una stessa entità?

Benedict Anderson, grande esploratore del nazionalismo, afferma nella sua opera fondamentale “Imagined Communities”, apparsa nel 1983 per il pubblico anglofono, che la società si cementa tramite la messa in valore di un patrimonio comune (linguistico, culturale, territoriale, agricolo) che non arriva mai ad essere effettivamente e sensorialmente condiviso.
Possiamo affermare, allora, che l’idea di nazione si basi sull’imposizione di un paradigma virtuale che fornisce al cittadino l’illusione dell’appartenenza.

Torniamo adesso alla nostra questione di partenza: perché abbiamo paura del nazionalismo?
L’esperienza del Ventennio Fascista e del Reich Hitleriano ci hanno insegnato che il nazionalismo ha nello sciovinismo la sua degenerazione più immediata. L’essere umano, per spirito di cementificazione sociale, tende a definire la propria identità in negativo e in opposizione, egli è sempre spinto a dire quel che non è, piuttosto che a fornire una soddisfacente definizione di ciò che è. Il nazionalismo è la bestia del nostro secolo. È in nome di questo concetto malleabile e distorto che il fenomeno migratorio si è fatto crisi, che il terrorismo si è fatto clandestino e che la tortura per i “traditori della patria” è tornata di moda.

Ed ecco perché dobbiamo temere la retorica nazionalista: perché la nazione è che una delle possibili forme politiche adottabili; perché alcuna stima, studio o previsione affermano che questa debba durare nel tempo; perché gli studi incrociati di biologi, medici e scienziati sociali hanno ormai fornito schiaccianti prove, al contrario di questa costruzione identitaria e fittizia, a favore dell’idea dell’unicità della razza umana. È bene credere nei valori culturali distintivi della propria terra natale, ma è inumano permettere che, in virtù della filosofia greca e della retorica di Cicerone, il mare si faccia cimitero e la terra si faccia muro.

 

Bibliografia:

Kellner E., 1983, Nations and Nationalism. New York, Cornell University Press
Tilly C., 2005, Identities, Boundaries, and Social Ties. London, Paradigm Publishers

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